L’ultimo umano possibile… Novecento, Ultimo Atto.

petit poucette“Senza che ce ne accorgessimo, in un breve intervallo di tempo – quello che ci separa dagli anni settanta del Novecento – è nato un nuovo umano.  Lui o lei non hanno più lo stesso corpo, la stessa speranza di vita, non comunicano più allo stesso modo, non percepiscono più lo stesso mondo, non vivono più nella stessa natura, non abitano più lo stesso spazio.”

Michel Serres “Petit Poucette” (“Non è un mondo per vecchi”)

 

HER SPIKE JONZEForse quello che differenzia Her da tutti gli altri film sulla “fine del corpo” di questi tempi, è tutta una questione generazionale. Jonze ci parla già del “nuovo umano”, completamente integrato nelle dinamiche comunicative delle reti, quell’ “individuo che non sa più vivere in coppia” (ancora Serres…), e che però non può rinunciare alla sua valenza antropologica di “essere sociale”.  Ma oggi, nel futuro, sono gli interfaccia digitali a garantirci che non siamo “soli”. Premi un tasto, clicchi su uno schermo ed ecco che “la vita” entra in contatto con noi, esseri sconosciuti, oppure appena conosciuti, o anche vecchie conoscenze, ci appaiono sulle bacheche virtuali e ci permettono di entrare “in contatto” con il mondo. O meglio con “un” mondo. Il corpo dell’umano si fonde con l’interfaccia del software, ne assume le movenze, le sembianze, mentre “l’altro da se digitale” tende sempre più, un po’ come fanno i cani con i loro padroni, ad assomigliarci. Il corpo diventa macchina, la macchina si fa corpo. Quasi ci siamo.

Ma il Cinema, uso spudoratamente la Maiuscola, quello di oggi, seconda decade del secolo duemila, sembra raccontare, ancora, di altre solitudini. Di corpi solitari, nati nel Novecento, che fanno i conti con la propria “fine del mondo”. Corpi smarriti nella “terra di mezzo” dell’Evoluzione, forse gli ultimi umani prima della “nuova generazione”, quella che si fonderà, appunto, con la macchina.

No, qui la macchina è ancora “altro da se”, elemento tecnologico da comandare, guidare, condurre, dirigere, qualcosa di esterno al nostro corpo, che ancora pensa di poterne indirizzare le traiettorie della Storia.

Corpi solitari con la macchina.

gravityCos’altro è Sandra Bullock in Gravity, al netto della presenza del “fantasma” Clooney, nello spazio profondo “dove nessuno può sentirti urlare”?  Un corpo senza gravità in balia della disfunzione (e della smaterializzazione in mille frammenti) delle macchine. Macchine/case, da cui entrare per proteggersi o fuggire, ma da cui uscire prima che diventino luogo tombale. Macchine per ascoltare “inutilmente” la presenza dell’umano in lontananza, che parla un’altra lingua e non può dirci nulla di comprensibile. Mentre per le macchine ci sta sempre un qualche “libretto d’istruzioni” che ci può permettere di capirle e venirne a capo. Per gli umani, ancora no. Lo spazio diventa il cimitero delle macchine e l’inferno per l’unico corpo supersite ancora vivo. Solitudini. Senza un’ombra di futuro.

Per questo tornato sulla terra, dalla guerra con gli altri elementi della vita aria, acqua e fuoco, il corpo della Bullock non sembra quasi più umano. Striscia, come un rettile, non è più lo stesso. Il mondo sembra aver bisogno di altri corpi….

Corpi solitari, con la macchina.

LOCKE TOM HARDYQuasi la perversione del cinema di questi tempi, chiudere i corpi negli spazi (Polanski, negli ultimi film), “bloccati” dentro un set obbligato. Come Locke, che si diverte a chiudere il corpaccione ingombrante di Tom Hardy (che trova nello spazio la sua realizzazione attoriale), dentro un’automobile, in viaggio solitario verso una “nascita” non certo desiderata, ma che pure ha bisogno di scelte morali coraggiose, a costo di perdere tutto. Un uomo in macchina e il suo telefono, con il “mondo” che entra attraverso le sole voci (come le voci incomprensibili di Gravity, o la voce complice di Her, le voci stanno sostituendosi al corpo, nel cinema…). Non c’è respiro in questo viaggio verso l’ospedale della sua “notte brava”, perché il lavoro, la famiglia, le responsabilità della vita incombono con una frequenza cardiopatica. Il corpo di Ivan Locke è, quindi, bloccato, chiuso nell’abitacolo della sua autovettura, mentre il mondo attorno è fatto di sole luci, case ed auto luminescenti che segnano il territorio ma sono del tutto astratti, lo spazio/autostrada è il luogo contenitore, linea di non ritorno, perché un bambino sta per nascere, un altro uomo, appunto.

Cinema del passato, il Novecento. Che ancora combatte contro il mondo ormai cambiato, che non gli appartiene più. Il mondo è di Her, ormai.

Corpi solitari con la macchina.

TIRUn camionista, ma non da sempre, uno che ha fatto questa scelta perché non ce la faceva più a vivere con i soldi di un “normale stipendio”. Solitario, ma dentro un mondo di solidarietà/opposizione che è quello dei TIR, involucri enormi del mondo/merce, mentre la voce della donna al telefono ci ricorda che “non possiamo essere soli”.

Non possiamo.

Anche se ci perdiamo nell’Oceano.

Corpi solitari con la macchina.

Ma la macchina, si sa, si rompe. Il disastro tecnologico è sempre lì a ricordarci che siamo “natura”.

all-is-lost-robert-redford640Con un percorso simile alla protagonista di Gravity, il nostro uomo di All is Lost, si è perso nello spazio orizzontale del mare, la sua macchina lo ha tradito e deve trovare da se le risorse per sopravvivere alla tragedia. Perché è lì su quella barca, da solo? Dove era diretto? Quali lutti, separazioni, dolori si porta dietro quest’uomo ormai anziano, che decide di affrontare (o è costretto?) il mare in perfetta solitudine? Non lo sappiamo. A stento di lui sentiamo la voce, nel suo tentativo di parlare a una radio che non funziona più. E allora quando la macchina si rompe e dobbiamo abbandonarla non resta che trovare gli strumenti della tecnologia precedente. Un salto indietro. Come se passassimo dall’era delle reti all’invenzione della stampa, o ancora più dietro a quella della scrittura. Un salto antropologico al contrario, per reinventare l’umano. Ma non è possibile. L’uomo del Novecento sembra destinato ad essere l’ultimo umano possibile, prima della “grande mutazione”.

Da elemento nato per la comunità (la famiglia e il territorio) a individuo disperso nelle comunicazioni virtuali delle reti. Non sappiamo più chi vive al nostro fianco, lo ignoriamo, siamo perfetti sconosciuti. Parliamo con l’altro mondo, l’amico lontano o la “macchina che sente”.

i.1.under-the-skin-scarlett-johansonCosa ci è rimasto ancora di umano sotto la nostra pelle? Forse davvero meritiamo di finire inghiottiti nel gorgo scuro dove la Johannson aliena di Under the Skin porta i corpi umani da catturare e prendere con sé. Nel film forse più oscuro dell’anno, un corpo in fattezze simil umane (mai visto il corpo della Johannson così inquietante nelle sue fattezze, quasi irreali, astratte, come un corpo fatto di pezzi di altri corpi), che sembra nutrirsi della materia umana, si trova ad implodere nel suo stesso “travestimento”. L’alieno (quasi) diventa umano e impazzisce (dov’è il mio sesso?) proprio mentre l’umano è ormai sempre più alienato. I corpi esplodono. Resta solo la voce.

Quasi un fischio, in lontananza, che sembra dirci che il nostro tempo è superato. Pochi anni ancora e i post-umani del XXI secolo ci trasformeranno soltanto in un lontano ricordo….

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Un Oscar per il Mondiale (e viceversa)

foto_paolo_sorrentino_oscarIl film ‘La grande bellezza‘ di Paolo Sorrentino ha da poche ore vinto l’Oscar 2014 come miglior film straniero, che Dio l’abbia in gloria. L’Italia è campione del Mondo! Sembrano urlare e affrettarsi a commentare tutti, ma propio tutti, in trance agonistica post vittoria Oscar. Siamo un bel popolo, tutti commissari tecnici e critici cinematografici: i primi una volta ogni 4 anni, i secondi spesso i primi di marzo e ad inizio settembre in quel di Venezia. Poi non vanno né allo stadio né in sala. Ora a dirla tutta il premio a ‘La grande bellezza’ era quasi certo: bastava dare uno sguardo alle quote dei bookmakers americani, alla forza della micidiale cavalcata mediatica messa a punto da Medusa&co in Usa e aver analizzato i concorrenti della categoria per annusare come sarebbe finita. Mica come l’Italia al Mondiale tedesco del 2006.

E si perché c’è più di un collegamento (datemi il tempo di spiegare l’intreccio) tra questo successo internazionale del nostro cinema, l’Oscar è sempre l’Oscar, eCannavaro_Fabio_Mondiali2006_Xin--400x300 la Coppa del mondo. Poi (e parlo agli scettici) non è stato forse Sorrentino a citare nel momento della premiazione nel suo Pantheon proprio il ‘Pibe’, Diego Armando Maradona? Sorrentino, chiaramolo senza malintesi, è bravo. Personalmente mi sento molto legato al suo esordio ‘L’uomo in più‘,  uno dei pochi lavori cinematografici che ha saputo usare la metafora del pallone come uno dei palcoscenici per narrare l’abisso esistenziale. E lo rivedo sempre con grande stupore e dolore.

l_5061_la-grande-bellezza-festival-di-cannesMa può una vittoria, all’Oscar come ai Mondiali di calcio, nell’arte come nello sport, del singolo o di una nazionale, essere sempre usata come paradigma della riscossa di un Paese da decenni lontano anni luce dalla ‘grande bellezza’? Perché purtroppo è accaduto proprio questo. Centinaia di commenti, dichiarazioni, ricordi, rimandi e speranze hanno inondato ogni tipo di media e social network (mi chiedo cosa sarebbe successo se non avesse vinto, si gridava al complotto?). Dal Presidente della Repubblica a Nino D’Angelo (è tutto vero, non scherzo, basta leggere le agenzie). Rilanciando un’unica voce, l’Oscar a ‘La grande bellezza’ è la riscossa dell’Italia. La riscossa dell’Italia? La vittoria di un Paese intero? Capisco che stiamo passando anni difficili ma questo corto circuito può essere davvero pericoloso. Il cinema e ilcarlo verdone e toni servillo calcio purtroppo non fanno risalire l’occupazione o diminuire le tasse, ci tengono lontani da questi problemi per 90 minuti.  Meno che mai possono migliorare l’immagine dell’Italia all’estero, se è questo che pensano alcuni ottimistici commentatori. Soprattutto nel nostro caso, la decadenza della Roma godona sbattuta in faccia allo spettatore è proprio l’ammissione di una crisi culturale molto profonda. Sembra il copione di quel Mondiale 2006, quando in tanti hanno pensato che la Coppa del Mondo potesse pulire il fango di calcipoli dal pallone italiano. Ma non è andata proprio così e ho la sensazione che neanche la statuetta d’orata risolleverà le sorti dell’Italia.

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McConaughey-Harrelson, True Detective

Man is the cruelest animal -

HBO-True-DetectiveLouisiana 1995, il cadavere di una ragazza in mezzo ad un campo chinata sulle ginocchia come a pregare, con in testa una corona di cervo. Attorno i segni evidenti di un qualche rituale. E’ la scena che si apre davanti  ai due investigatori Rust Cohle (Matthew McConaughey – Killer Joe, Dallas buyers club, The Wolf of Wall Street) and Martin Hart (Woody Harrelson, Non è un paese per vecchi, The messanger, Out of furnace). Sarà il loro caso più importante. Oggi. Cohle e Hart hanno lasciato la polizia, sono dieci anni che non si sentono, sono invecchiati male soprattutto Cohle. Ma a loro chiedono aiuto gli agenti che stanno indagando su un nuovo caso che ha qualche somiglianza con quello famoso che li vide  protagonisti.

Avvolti dalla ballata di T Bone Burnett, ci immergiamo anima e corpo in Louisiana per ilhbo-true-detective-trailer-618x400 primo (The long bright star) di otto episodi della nuova serie targata Hbo, True Detective, firmata da Nic Pizzolato  (scrittore di crime story, il suo ‘Galveston’ è stato pubblicato anche in Italia da Mondadori), andata in onda in Usa il 12 gennaio con un ottimo ascolto. Alla regia Cary Fukunaga (non irresistibile la sue versione cinematografica di Jane Eyre). La coppia Harrelson-McConaughey messa insieme per questa serie, pensata come un’antologia da affidare ad intepreti diversi, ha un magnetismo non comune. Caratteri contrapposti, come vuole il genere, e un’insofferenza epidermica con loro stessi, con ciò che li circonda, l’immobilità e le tradizioni del Sud e, purtroppo. la banalità del male.

true-detective-mccauneghy-610x343Costruito da Pizzolato con l’abile mano dello scrittore di crime story  True Detective stratifica più piani temporali per raccontare oggi cosa accade vent’anni prima durante quelle indagini. Lo fa ricostruendo i flashback con un mosaico  frammentato di  testimonianze/confessioni davanti una telecamera, ripecorrendo dal punto di vista dei due protagonisti le vicende dell’omicidio che li ha fatti incontrare e lavorare insieme. Lunghi dialoghi per dare vita alla scrittura realistica e asciutta di Pizzolato, debitrice del vivido sud della Louisiana raccontato magnificamente nei romanzi di James Lee Burke, e la fotografia satura e documentaristica di Adam Arkapaw (la mente va a Le paludi della morte di Ami Canaan Mann). Sono le qualità che immergono lo sguardo in un mondo distante e compassato, dove la realtà sembra perdersi in una dimensione arcaica e primordiale. Un inferno sulla terra, dove la capacità mimetica di Harrelson-McConaughey (il secondo sempre più vicino alla statuetta dorata) sembra radicarsi sempre più in profondità, perdendo piano piano ogni goccia di umanità.

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OPEN WORLD: “Dipende da te”… un anno senza Aaron Swartz

aaron-swartzUn anno fa se ne andava, drammaticamente nella sua abitazione di Brooklyn, Aaron Swartz, un piccolo grande genio della cultura digitale, stretto nella morsa di un’intimità inquieta ed uno Stato che minacciava di mandarlo in galera per 35 anni…

Per approfondire la sua breve vita potete leggere la ricca scheda di Wikipedia, oppure scaricarvi un ebook gratuito (a cura di Bernardo Parrella e Andrea Zanni) molto bello che riporta alcune traduzioni di suoi post, riflessioni e interventi pubblici di Aaron dal 2006, oltre che articoli e testimonianze su Swartz (tra cui David Weinberger) e materiali su Open access e cultura libera.

Proprio la libera circolazione delle idee, la libertà della rete e la condivisione della conoscenza sono stati al centro di tutta l’attività e la riflessione di questo giovane, libero, pensatore (a cui si devono strumenti a noi molti cari come RSS e Creative Commons).

Qui mi limito a divulgare le sue idee, pubblicando un suo post dall’ebook sovracitato e una video intervista, molto stimolante sul senso della libertà (della rete, della condivisione, di tutto…).

Ma, se dovessi votare “il personaggio dell’anno 2013”, sceglierei a pari merito Aaron Swartz e Edward Snowden

 

 

Aaron Swartz Una vita per la cultura libera e la giustizia socialeManifesto della guerriglia open access

di Aaron Swartz

Testo originale: Guerrilla open access manifesto, luglio 2008.

Traduzione di Andrea Zanni e altri.

 

L‘informazione è potere. Ma come ogni tipo di potere, ci sono quelli che vogliono tenerselo per sé. L’intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una manciata di società private. Vuoi leggere le riviste che ospitano i più famosi risultati scientifici? Dovrai pagare enormi somme ad editori come Reed Elsevier. C‘è chi lotta per cambiare tutto questo. Il movimento Open Access ha combattuto valorosamente per far sì chei ricercatori non cedano i loro diritti d‘autore e pubblicare invece le loro ricerche su Internet, a condizioni che ne consentano l‘accesso a tutti. Ma anche nella migliore delle ipotesi, ciò sarà valido solo per i testi pubblicati in futuro. Tutto ciò che è stato pubblicato finora andrà perduto.

È un prezzo troppo alto da pagare. Costringere i ricercatori a pagare per leggere il lavoro dei colleghi? Scansionare intere biblioteche, ma consentire di leggerne i libri solo a chi lavora per Google? Fornire articoli scientifici alle università d‘élite del Primo Mondo, ma non ai bambini del Sud del mondo? Tutto ciò è oltraggioso e inaccettabile.

«Siamo d’accordo», dicono in molti, «ma cosa possiamo fare? Sono le aziende editoriali a detenere i diritti d‘autore, a guadagnaresomme enormi somme facendo pagare l‘accesso, ed è tutto perfettamente legale — non possiamo far nulla per fermarli». Però è possibile intervenire, facendo qualcosa che è già stato fatto: possiamo contrattaccare.

Tutti voi che avete accesso a queste risorse, studenti, bibliotecari o scienziati, vantate un privilegio: potete nutrirvi al banchetto della conoscenza mentre il resto del mondo rimane chiuso fuori. Ma non dovete — anzi, moralmente, non potete — tenere questo privilegio solo per voi, avete il dovere di condividerlo con il mondo. Avete il dovere di scambiare le password con i colleghi e di scaricare gli articoli per gli amici.

Tutti voi, che siete stati chiusi fuori, non starete a guardare, nel frattempo. Vi intrufolerete attraverso i buchi, scavalcherete le recinzioni e libererete le informazioni lucchettate dagli editori per poi condividerle con gli amici.

Tutte queste azioni vengonoperò condotte nella clandestinità oscura e nascosta. Sono definite ―furto‖ o ―pirateria‖, come se condividere conoscenza fosse l‘equivalente morale di saccheggiare una nave e assassinarne l‘equipaggio. Ma condividere non è immorale: anzi, è un imperativo morale. Solo chi fosse accecato dall‘avidità rifiuterebbe di concedere la copia di un testo qualsiasi a un amico.

E le grandi multinazionali, ovviamente, sono accecate dall‘avidità. Le stesse leggi a cui sono sottoposte richiedono che siano accecate dall‘avidità — se così non fosse i loro azionisti andrebbero su tutte le furie. E i politici, corrotti dalle grandi aziende, danno loro sostegno approvando leggi che danno loro il potere esclusivo di decidere chi può fare o non fare delle copie.

Non c‘è giustizia nel rispettare leggi ingiuste. È tempo di uscire allo scoperto e, nella grande tradizione della disobbedienza civile, dichiarare la nostra opposizione a questo furto privato della cultura pubblica.

Dobbiamo acquisire le informazioni, ovunque siano archiviate, farne copie e condividerle con il mondo. Dobbiamo prendere ciò che è non è più coperto dal diritto d‘autore e caricarlo sull‘Internet Archive. Dobbiamo acquistare banche dati segrete e metterle sul web. Dobbiamo scaricare riviste scientifiche e caricarle sulle reti di condivisione. Dobbiamo lottare per la Guerrilla Open Access.

Se in tutto il mondo saremo in numero sufficiente, non solo manderemo un forte messaggio contro la privatizzazione della conoscenza, ma la renderemo un ricordo del passato.

Vuoi essere dei nostri?

 

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Questi fantasmi a Roma (schermi senza più cinema)

Ho visto Titanic una domenica pomeriggio al cinema Quirinale in via Nazionale, conservo ancora  il biglietto (come di tanti altri). Oggi è chiuso da anni, anche se negli ultimi mesi stanno ristrutturando l’edificio, ma non credo tornerà ad esse un cinema. Ricordo un capitolo di Arma Letale al Paris, quartiere S.Giovanni. Mentre credo fosse un film di Bertolucci, ma non ricordo quello che vidi al Rivoli, saletta intima a due passi da Via Veneto. A Roma (dati Anec Lazio) hanno smesso di ‘proiettare’ circa 40 sale cinematografiche (Mappa) e nel Lazio altre 20.

Schermi spenti o sale trasformate in Bingo. Altre, più semplicemente, sono chiuse.  Ogni volta che ci passo davanti con il motorino non posso fare a meno di ricordarli. Chiedendomi che film avessi visto, con chi ero e anche se poi alla fine il film mi era piaciuto. Perché il cinema è la sala. Anche in questi anni di moltiplicazione virtuale della visione. Un mosaico vivente in cui si agitano: il quartiere, il pubblico, la programmazione, le poltrone, l’odore della sala, il bar e l’intervallo. Un cinema è (anche) tutto questo. L’hanno capito molto bene gli studenti del Corso di laurea in Gestione del processo edilizio della Facoltà di architettura dell’Università Sapienza di Roma, che hanno realizzato una sorta di video-censimento online condensando il progetto nel mediometraggio ‘Fantasmi urbani‘, presentato all’ultimo Festival di Roma all’interno di un incontro promosso dall’Anec Lazio e dedicato proprio al tema delle sale chiuse nella Capitale. I ragazzi hanno raccontato in 13 video-inchieste le storie di altrettante sale che oggi sono chiuse. Grazie ad interviste ai cittadini, ai frequentatori del cinema, a personaggi dello spettacolo, le video-inchieste hanno riacceso la luce sul valore sociale e culturale della sala.

“I ragazzi hanno lavorato come ghostbuster – mi spiega al telefono Silvano Curcio, il professore che ha coordinato questo interessantissimo viaggio nella memoria cinematografica collettiva di un intera città – rintracciando e raccontando la storia della sala, con i ricordi e le testimoninanze di chi l’ha vissuta. E’ pronta e sarà presto online sul sito l’inchiesta integrale ‘Fantasmi Urbani’ che stiamo già proponendo al pubblico in alcuni incontri“. Le parole del professor Curcio non mancano di segnare l’orgoglio per un progetto che ha raccolto ottimi riscontri, sia tra gli addetti ai lavori che sui media, una vetrina che dovrebbe far ripartire il lavoro anche per il prossimo anno accademico. Ma la sfida, come dimostra l’ultima video-inchiesta dedicata al cinema America occupato (nel quartiere Trastevere) ha aperto anche un finestra su quelle sale, altro esempio è l’Apollo (zona Termini) che hanno subito una ‘trasformazione’ sociale ed hanno ripreso a vivere grazie all’intervento di associazioni o volenterosi giovani cittadini. Un segnale all’amministrazione capitolina e alle istituzioni di settore: il corpo del Cinema è mutato. E forse è ora che si mettano in campo tutti gli strumenti per comprenderne le potenzialità di questa silenziosa rivoluzione dello sguardo e del ruolo dello spettatore, se si vuole aiutare a non disperdere la memoria di queste storie urbane. Fa effetto vedere come la sfida al destino crudele di molte strutture arrivi proprio dal web, lo spazio virtuale ritenuto, da molti, il nemico numero della prima visione in sala.

TRAILER – FANTASMI URBANI

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Nicola e il sogno del cinema

Ultimamente al cinema mi annoio e non poco.

Talvolta mi addormento.

Il cinema autoriale soprattutto mi fa questo effetto.

Presuntuoso, incoerente, citazionista: sembra vedere film girati da vecchi bibliotecari.

Conosco Nicola di Vico da molti anni: ancora non si era laureato e già mi rompeva le scatole. Mi contattò perché voleva intervistarmi e inserire quello che gli dicevo nella sua tesi su Massimo Troisi.

Mi ha perseguitato per qualche tempo e, alla fine, quell’intervista me l’ha fatta. In video.

Ma non credo che il docente referente per la sua tesi l’abbia apprezzata. Non so, chiedetelo a lui.

Fatto sta che, per qualche motivo oscuro, ha deciso di frequentare i corsi della nostra scuola e si è iscritto a quello che dirigevo io, quello di regia.

Onesto, disponibile, sincero, sensibile, generoso fino all’eccesso: aveva tutti i pregi e le caratteristiche che NON dovrebbe avere uno che vuol fare il regista.

Bisogna essere figli di buona donna, arraffoni, manipolatori, imbroglioni e bugiardi per fare cinema.

E non venite a parlarmi di talento, perché quella cosa lì non è prerogativa solo dell’arte, per cui va da sé che è data per scontata – ci vuole del talento semplicemente a vivere.

Alla fine del corso, mentre tutti si davano da fare per portare a casa il proprio cortometraggio, Nicola si faceva in quattro e s’inventava in tutti i ruoli (segretario di edizione, aiuto regista, assistente alla regia, runner, responsabile di produzione…), tutti tranne quello di regista.

L’ho dovuto prendere a calci per fargli chiudere il suo corto – e ne è venuto fuori un piccolo gioiellino (tratto da un monologo di Max Aub) che continuo a mostrare con piacere durante le mie lezioni.

Nicola ha anche collaborato con noi, con la nostra Scuola di Cinema, quale tutor. Ma nella sua testaccia dura aveva una sola idea: fare cinema. O “il” cinema.

Senza mezzi termini, senza i ma che gli proponevamo noi tra documentario, televisione, web. Lui aveva questa fissazione e io, puntualmente, lo massacravo.

E l’ho massacrato perbenino quando mi ha portato a leggere la sua sceneggiatura che forse, già qualche anno fa (due? tre? non ricordo), doveva intitolarsi La paura più grande.

Era la sceneggiatura per un cortometraggio. Drammatico. Serio. Vagamente autoriale.

Insomma: satana. Il diavolo. Pazuzu – chiamatelo come volete.

Un cortometraggio che non fa ridere? Che non può circolare (almeno di prima) sul web? Che non sottostà alle leggi ferree del mercato così lungamente analizzate riportate spiegate definite durante le lezioni e le esercitazioni e i laboratori?

Nicola era una dannazione. E cercava di sfuggire alle bastonate che tentavo costantemente di assestargli per riportarlo sulla giusta e più comoda via dettata dal mercato e dalle sue bizzarre leggi…

Immaginate, poi, cosa gli ho potuto rifilare quando mi ha confessato che, per produrre il film, intendeva mettere i soldi di tasca sua – lui che non è figlio di papà, che non ha parenti che costruiscono palazzi o che frequentano i salotti della Napoli bene…

Gliene ho dette di tutti i colori. I miei insegnamenti, le mie diritte, i consigli: tutto buttato al vento.

In compenso ha fatto buon uso di uno dei capisaldi della nostra scuola di cinema: fare gruppo, recuperare e mettere assieme tutte le forze “interne”, godere della presenza di altri matti furiosi rivoluzionari romantici come lui per portare a casa qualcosa – cosa? Un film breve, vi dirà lui.

Ci ha messo un anno per “chiudere” questa manciata di minuti, una decina, non di più.

Pazientemente, con una costanza certosina, animato da un desiderio che gli permetteva di darsi a lavori umili pur di mettere assieme i soldi necessari a realizzare il suo progetto, Nicola ha girato quello che è il suo film.

Un film vero. Con un Alessandro Haber in stato di grazia e un manipolo di giovani attori perfettamente in parte.

Ma prima che mi facesse avere il dvd ho continuato a bastonarlo. Ma, ora, non lo farò più.

Ora che il film è finito, ora che anche le musiche sono state montate e la color correction è stata fatta, ora che un’edizione definitiva ed esibibile gli permette di far girare il cortometraggio in tanti festival. E, soprattutto, ora che ho visto ciò che è stato capace di combinare, ora è venuto il momento di starmene, finalmente, zitto.

Zitto a godere di una storia semplice e asciutta, di una regia intelligente, di una illuminazione equilibrata, di corpi attoriali attraenti.

Ora mi posso godere lo scuotimento dell’anima, il piacere di un’emozione chiara, intensa, terribilmente piacevole. Mi posso godere la leggerezza dell’essere, la capacità di coniugare territori razionali con quelli emozionali.

Ora mi posso godere gli errori (miei) e la testarda cocciutaggine di chi crede ancora che sia possibile fare del vero cinema, del cinema sentito, intimo, prezioso, anche dentro ai meccanismi d’un mercato nuovo (ed emozionante, perché no).

Nicola dimostra che, al di là delle webseries, ci sono altre vie che è possibile battere, che lo spazio è ampio, che il respiro può essere profondo e abbondante, che ci sono territori aperti per tutti, che le storie, tutte le storie, possono correre felici e veloci, se sappiamo aprire il cuore, se riusciamo ancora una volta a sognare, se l’intelligenza non s’infrange sugli scogli duri e ottusi del pensiero dominante.

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‘The Friedkin Connection’, l’autobiografia

“Un film viene fatto tre volte. Per prima cosa si scrive la sceneggiatura. Poi la si gira, e diventa qualcosa di diverso, grazie al contributo degli attori e della troupe. Infine acquista nuova vita grazie al montaggio e al mixaggio del suono. Il film cambia e si evolve, e prende la forma definitiva solo alla fine di questi tre stadi”  W.F.

“Hollywood è come un casinò”. Raccontava William Friedkin ai giornalisti all’ultimo Festival di Venezia durante la conferenza stampa preludio al Leone d’oro alla carriera ricevuto al Lido e alla visione della versione restaurata del suo film del 1977, Il salario della paura. Mai epitaffio fu più azzeccato.  Soprattutto dopo avere letto la sua autobiografia, ‘Il buio e la luce, la mia vita e i miei film’ (The Friedkin Connection v.o.) pubblicata da Bompiani  quest’anno con la traduzione di Alberto Pezzotta. La carriera del regista spazia da film indimenticabili a ‘flop’ che ne hanno segnato la vita: Festa di compleannoIl braccio violento della legge, L’esorcista, Cruising, Vivere e morire a Los Angeles, Regole d’onore, Bug e l’ultimo Killer Joe . Alle opere liriche messe in scena con grande successo di critica e pubblico nella seconda fase, dagli anni ’90 in poi. Titoli sui cui Fredkin, qui voce fuori campo della sua vita, riflette con vigorosa lucidità. Riportando alla luce, inseme agli inevitabili  sprazzi di aneddotica cinematografica, le viscerali emozioni dell’intera catena produttiva. Dagli inizi, quando ventenne e ancora sprovveduto ragazzo di Chicago inizia a lavorate in tv e riesce successivamente a girare un documentario su un condannato a morte The people vs. Paul Crump.  Dagli incontri fortuiti o voluti per dare vita ad un progetto, al braccio di ferro con produttori e distributori per rimanere fedele alla sua idea di cinema. Friedkin è sincero e attento a non mischiare mai il pubblico con il privato, così il mosaico del regista è quello di un autore tenace, appassionato, ambizioso e ruvido.  E, non poteva essere altrimenti, controcorrente rispetto al main stream americano a cui, come ricorda spesso nel libro, appartiene.

“Venivo da un monolocale di Chicago – scrive il regista ripensando ai giorni dell’uscita dell’Esorcista – e ora dormivo nelle suite degli alberghi più lussuosi, viaggiavo in aereo in prima classe…il mio nome salì in cima alla lista dei registi di Hollywood e pensai che ci sarei rimasto per sempre. Come nel caso di Monroe Stahr in Gli ultimi fuochi di Francis Scott Fitzgerald, i miei successi nascevano dal fallimento. E pensavo di aver trovato la formula. Quando la gente ripete che sei grande, alla fine cominci a crederci”. Friedkin nelle oltre 550 pagine della sua autobiografia si lascia andare ad un’autoanalisi della sua intera opera. Ci sono in questo libro appassionante oltre 50 anni di vita e di cinema americano. Gli incontri all’inizio dell’avventura con i grandi nomi della ‘vecchia’ Hollywood.  Le letture, gli amori e gli scontri, le amicizie e gli errori di valutazione. La sfida ai produttori esecutivi e le maratone per chiudere il film senza sforare. Evita lo sproloquio e l’acredine. Maneggia sapientemente l’indulgenza sul passato e sui clamorosi successi al botteghino, l’Esorcista e il Braccio violento della legge. Torna su certi stucchevoli giudizi troppo affrettati su alcuni progetti di giovani colleghi (la generazione dei Lucas, Coppola, Spielberg) arrivati qualche decennio dopo, lui aveva esordito nel 1962, ma che dalla fine dei ’70 hanno cambiato le carte in tavola. E messo in difficoltà chi credeva in altre storie.  Fin dall’inzio il regista/scrittore è chiaro nella volontà di evitare il facile gossip sul mondo delle celluloide, soprattutto sulla propria vita privata, ma con il passare delle pagine Friedkin si lascia andare quando ripercorre l’incontro e il matrimonio con l’attuale moglie,  la produttrice Sherry Lansing. Diventata dal 1990 in poi il suo punto di riferimento.

Alla fine dell’autobiografia Friedkin ammette: “I film che mi piacevano una volta, oggi vengono fatti sempre più di rado. Le sequenza d’azione per cui io e i miei colleghi venivamo celebrati, oggi sembrano vestigia di un’altra epoca. I maghi dei computer l’hanno rese démodé. Gli eroi dei film di oggi sono superoi. I personaggi negativi sono supercattivi. Sugli schermi cinematografici, il mondo esplode tutti i giorni. Dopo la distruzione, che altro rimane?“. Dalla macerie, nel 2012, Friedkin è riuscito a darci l’ennesima prova della sua bravura, Killer Joe. Sarà un caso, ma c’è ancora parecchio spazio nella pagina dedicata alla sua filmografia.

 


a risposto alle domande della stampa. Per l’occasione, il Festival propone una versione restaurata del suo film del 1977 Il salario della paura.

 

Il salario della paura  è il remake di Vite vendute di Clouzot: per lei è stato difficile rapportarsi con la cinematografia classica?

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Il pallone a 32 pollici

Novanta minuti di calcio in diretta televisiva serale in pay-tv che cambiarono il modo di vedere e tifare. Per sempre. Sono passati vent’anni da quella partita. Era una domenica quel 29 agosto del 1993 e l’incontro serale Lazio-Foggia (finì 0 a 0 per la cronaca) del campionato di serie A aprì le luci dello spettacolo del piccolo schermo sul mondo dello sport più ossessivamente amato dagli italiani. Vent’anni di in cui le storie degli scudetti, delle vittorie, dei gol, delle polemiche, dei commenti, delle moviole, dei processi e (ahimé) delle retrocessioni e delle penalizzazioni, hanno trovato un unico grande media per essere vissuti e raccontatati, la Tv a pagamento. “Il campionato decodificato ha i suoi telecalendari“, così battezzava la novità ‘il Corrire della Sera’ le settimane precedenti all’inzio del campionato 1993-94. Ad aprire le porta di questo mondo agli occhi del tifoso fu TELE+2, segui l’epoca del duopolio (breve) con STREAM, la guerra alle carte dei decoder taroccate, ed esattamente dieci anni fa l’arrivo del colosso SKY ITALIA. E un altro salto nel futuro per il piccolo mondo del pallone ancora coccolato dalle urla e i fischi degli stadi (allora ancora pieni), delle telecronache radio di ‘Tutto il calcio minuto per minuto’ dei servizi RAI firmati dagli inviati di ’90° minuto’. Prima solo i posticipi, poi tutte le gare delle singole squadre, l’ abbonamento virtuale a tutte le trasferte, i collegamenti dal campo, i canali tematici dedicati con ‘all news’ e un crescendo di innovazione tecnologiche che ha fatto esplodere l’iride del tifoso grazie all’approdo prima all’HD e poi al 3D. Arrivando a spiare i calciatori anche nel ‘sacro’ spazio dello spogliatoio prima del match.

Quella domenica non era comunque la prima volta che in Italia fu data la possibilità di seguire in diretta televisiva una partita di calcio della Serie A. Precedentemente, in particolari sporadiche occasioni (ricordo alcuni derby della Capitale o indimenticabili spareggi di fine campionato per decidere la B o la Coppa Uefa)  era avvenuto gratuitamente sulle reti RAI. Ma quella sera ha segnato una drastica svolta. Oggi per i ragazzini che si appassionano o giocano a calcio sarebbe inconcepibile immaginare questo sport senza una diretta televisiva, senza decine e decine di telecamere che inquadrano e parcellizzano ogni zolla del rettangolo verde. Senza l’abilità e la seduzione delle capacità registiche che hanno ribaltato completamente la centralità del giocatore e dell’azione stabilendo l’unica prospettiva oggi possibile quella della tele(spettatore)tifoso. La magia dello sport agonistico dal vivo, principio percettivo dell’agonismo moderno come esibizione, è stata pian piano erosa dallo spazio sempre maggiore che la fruizione della televisione post internet (dai 32o più pollici catodici alle sponde senza fili di smartphone e tablet) ha assunto nella società e nel tempo libero, fagocitando di conseguenza anche la passione per la liturgia del tifo sulle gradinate o ancora di più per la trasferta in treno. Così questi vent’anni hanno lascito alle tribune o alle curve dello stadio solo le briciole. Dal tutto esaurito degli anni d’oro alle poltroncine dipinte.

P.S. Quell’anno per il sottoscritto è stato molto duro, eravamo in B. Ma fortunatamente c’era l’anticipo in tv

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Metti una sera a cena

Qualche settimana fa sono riuscito a ritagliarmi uno spazio di tempo “felice”, capace di contenere una cena tra amici, un bel po’ di chiacchiere e un visionamento inconsueto.

Intendiamoci: lo sapevo bene cosa mi voleva proporre Francesco. Aveva girato col fratello Maurizio e in collaborazione con la moglie, Giuliana, un documentario e me lo voleva mostrare. E, poiché mi vuole veramente bene, s’aspettava un giudizio illuminante, chiarificante.

Tendenzialmente cerco di sottrarmi a queste richieste, soprattutto se mi vengono proposte da amici. Ho le mie buone ragioni. Innanzitutto non sono un critico cinematografico – anche se ho scritto un po’ di articoli e se faccio parte del gruppo che dirige una rivista d’ormai pluriennale informazione e critica (appunto) cinematografica. Mi manca l’aplomb e, soprattutto, mi mancano le conoscenze, le frequentazioni, i visionamenti.

A questo aggiungete che non ho la faccia tosta di spiattellare recensioni negative e, al contempo, sono fisicamente incapace di nascondere il disappunto se ciò che vedo non mi piace, non mi convince. Annego, insomma, in un mare di contraddizioni che non so gestire, che mi dilaniano e, alla fine, mi fanno star male.

Ma questa volta, stranamente, ho ceduto.

Dopo una cena gustosa, mi sono accomodato in poltrona e, su uno schermo di giuste proporzioni, mi sono goduto un documentario coraggioso, verace, privo di fronzoli. Questo mi ha permesso di rilassarmi e di sprofondare in un immaginario per niente scontato, determinato e complesso che vive non molto lontano da casa mia.

Le stanze aperte è una docufiction, un documentario che, facendosi aiutare da elementi ricostruiti, racconta ciò che avviene nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario del carcere di Secondigliano, a ridosso del Rione Scampia che certamente vi ricorda qualcosa. Un documentario che ricorre a momenti di finzione per spiegare meglio, per arricchire con note e approfondimenti una storia potente, che non lascia dormire sonni tranquilli.

E’ da un po’ che vado blaterando su nuove ricostruzioni dell’immaginario che tecnologie e web potrebbero permettere: sono cose che conoscono molte bene youtubers come i Jackal o come Canesecco, che coniugano straordinarie abilità registiche con sapienti interventi di postproduzione – il tutto rinvigorito da una conoscenza per niente superficiale del web.

I Jackal e Canesecco sono bravissimi a mettere assieme competenze tecniche, abilità creative e generi funzionali: raccolgono idee dalla nostra tradizione comica nazionale (e sì che noi italiani siamo proprio bravi a far ridere!) e affondano con potenza i loro denti aguzzi nella carne più ricca della produzione statunitense, tra cinema fantastico, action movie e serialità. Mettono mano, insomma, a ciò che sarà il cinema del futuro.

Eppure, per fare questo, certo non possono mettere da parte operazioni intelligenti e piene di vita vera e muscolari come quella messa su dai fratelli Giordano che sfruttano i mezzi leggeri (ed economici) del contemporaneo per raccontare una storia tutt’altro che scontata, tutt’altro che “piacevole”. Le stanze aperte è un cazzotto nello stomaco che gode della poesia che ci ha regalato Corso Salani in tutti i suoi film.

Attardarsi sui volti, scavare nel passato, lasciare che le parole “libere” di questi uomini che restano ancorati a quegli spazi da un “senza fine pena” che li inchioda irrevocabilmente a una vita ottusa e oscura, non è assolutamente piacevole. E’, invece, assolutamente necessario. La realtà irrevocabile ci viene mostrata senza che ci sia via di fuga e le porte aperte che caratterizzano queste celle di una prigione che vorrebbe diventare qualche altra cosa (senza sapere cosa) si infrangono nel riquadro che la macchina da presa, irrevocabilmente, definisce, sanziona.

Ovviamente mi chiedo quale sarà il percorso che vivrà questo lungometraggio. Mi chiedo quali saranno i meccanismi di mercato che ne permetteranno la diffusione o quali le logiche economiche  che impediranno, anche questa volta, a un oggetto così prezioso di circolare com’è giusto che sia.

Ancora una volta cerco di capire in che modo il web ci salverà o ci sotterrerà. Spero solo che progetti coraggiosi come questo continuino a venir fuori, concedendoci, una volta di più, la possibilità di riflettere, di pensare, di sognare strategie utili per un mondo veramente migliore.

 

Posted in STORY di Demetrio Salvi | Tagged , , , , , , , | Commenti disabilitati

Vedo, dunque filmo… La vita/cinema dopo i Google Glass

Non sono tanto le applicazioni del cinema porno degli occhiali di Google ad essere interessanti, anche se certo un buon regista potrebbe sfruttare al meglio i due “veri” punti di vista che si possono utilizzare. Viene da pensare – vedendo questo scherzoso video – che persino l’atto sessuale diventi multitasking, tra il filmare, guardare le informazioni in rete, e l’azione pura dell’atto….

Quello che invece colpisce maggiormente, almeno nella prova che ha fatto il giornalista Federico Rampini, è questa frase:

Uno degli usi più ovvii di Google Glass, e uno dei suoi punti di forza, è come sostituto di ogni videocamera compresa quella dello smartphone. Il vantaggio c’è. Non devo fermarmi a prendere un gadget, fissare l’immagine, e quindi distrarmi da quel che sto facendo. No, l’attività del filmare diventa un prolungamento naturale, spontaneo della mia visione

Ovvero: vedo e filmo. Non ci sta più uno scarto, di tempo, gesto, azione, tra l’atto del vedere e l’atto del filmare.

Non so se i Google Glass diventeranno l’iPhone dei prossimi anni o se saranno rifiutati dal mercato, ma indubbiamente, al di là di tutte le implicazioni possibili (distrazione, sguardo doppio, iperconnessione, ecc…) l’idea di filmare la “pura visione” (si fa per dire), é qualcosa che potrebbe cambiare radicalmente (definitivamente ) l’idea stessa del fare cinema.

Se dai tempi della caméra-stylo di Alexandre Astruc  si è andati via via verso una miniaturizzazione delle “macchine per filmare”, queste sono sempre stati dispositivi che implicavano una distanza – seppur minima – dal “gesto del guardare” . Dal clic siamo passati a un leggerissimo touch, ma qui parliamo di filmare con un battito di ciglia!

Improvvisamente ci scopriamo in grado di filmare tutto “con lo sguardo”.… Altro che cine-occhio, ora possiamo filmare a mani libere ogni attimo della nostra vita, dal “primo bacio”, alla nascita dei nostri figli (e volendo si potrà filmare l’intera “esperienza di vita” mettendo i Glass ai neonati…), fino magari anche alla nostra morte… Se Robert Kapa riprendeva la morte sul campo con la sua macchinetta fotografica, i Google Glass possono raccontarci persino l’ultimo sguardo di qualcuno che muore… e poi dopo che siamo morti, la “macchina che vede” continuerà a filmare, finché qualcuno non sfiorerà l’occhiale, spegnendolo, estremo gesto finale insieme al chiudere le palpebre ai defunti. Amen.

Posted in DIGIMON(DI) di Federico Chiacchiari | Tagged , , | Commenti disabilitati