Luci di morte

Forse dovremmo tutti fare un viaggio nello spazio, almeno una volta. E osservare, dalla “giusta distanza”, quello che avviene sulla Terra. Probabilmente la scelta di un punto di vista diverso cambia la percezione stessa delle cose, della vita come, purtroppo, della morte.

Alexander Gerst

Questo tweet, dell’astronauta tedesco Alexander Gerst, ha davvero “fatto il giro del mondo”. In poche ore ha avuto oltre 38mila retweet, e un numero incalcolabile di visualizzazioni, anche sui principali giornali di tutto il mondo.

E’ una semplice foto, tra le tante che l’equipaggio della stazione ISS, ci manda dallo spazio attraverso quel fenomenale veicolo di comunicazione che è Twitter. Ne abbiamo viste anche in passato, di queste foto “dal cielo”, immagini di luce e di buio, immagini di diverse civiltà. Ogni volta che abbiamo visto queste immagini, avevamo una sorta di “lettura automatica” ricorrente: la luce è la vità e la civiltà (elettrica), il buio è la morte, comunque l’oscurità del passato, vigente solo in territori inesplorati o sotto crudeli e anacronistiche dittature.

Ma nell’immagine che Alexander Gerst ci ha inviato, “La mia foto più triste“, questa dicotomia luce/vita buio/morte, ci appare improvvisamente rovesciata.  Le luci sono le esplosioni e i razzi che sorvolano Gaza e Israele. Le luci sono portatrici di morte.

Ecco che un’immagine si pone come “nuovo sguardo” possibile, rilanciandoci negli occhi la tragedia enorme in atto. “we can actually see explosions and rockets flying over #Gaza & #Israel“, scrive nel tweet: Noi possiamo vedere la guerra, ORA, sotto forma di luce.

Non mi permetto di scrivere con un punto di vista personale sul conflitto che da tanti troppi anni insanguina quei territori. A volte leggo dei titoli sui giornali e mi chiedo se sono gli stessi che leggevo da ragazzo degli anni settanta… La questione è talmente complessa ed evidentemente “senza soluzione” che qualsiasi riflessione mi appare scoraggiante e superflua.  Bombe “intelligenti”, “civili come scudi umani”, “danni collaterali”, accuse reciproche di commettere atti illegittimi, come se la guerra potesse essere mai definita “legittima”. Certo come scrivono alcuni è una guerra “asimmetrica”, perchè combattuta da due realtà che hanno potenza economica e tecnologica lontanissima. Come scrivono Nicola Perugini e Neve Gordon su Al Jazeera (tradotta da Internazionale 1061), “gli abitanti della strisica di Gaza sono bombardati da aerei all’avanguardia e da droni, ma non hanno rifugi dove scappare e non possono lasciare il paese. Gli abitanti di Israele, invece, sono bombardati con razzi artigianali, molti dei quali sono intercettati dal sistema di difesa Iron Dome. La maggior parte della popolazione israeliana può nascondersi nei rifugi o spostarsi in zone che sono fuori dalla portata dei razzi“.

Questo però non vuol dire che il crimine di lanciare dei razzi sulla popolazione israeliana sia “meno grave” di quello di lanciarli sulla popolazione di Gaza, solo perchè i primi hanno un sistema di difesa e gli altri no. Un crimine è un crimine, anche se non riesce fino in fondo.  Sullo stesso settimanale Giovanni De Mauro pubblica un’agghiacciante elenco dei 132 palestinesi sotto i 18 anni uccisi tra l’8 e il 21 luglio 2014, a Gaza.  Terribile. Al 22 luglio i morti sono 635 tra i palestinesi e 29 tra gli israeliani. Forse anche quei 29 meriterebbero di essere citati. Forse dovremmo citarli tutti, con nome e cognome, e riempire i nostri giornali solo ed esclusivamente dei loro nomi, magari anche dello loro facce, delle loro storie. Forse solo restituendo a questi numeri una qualsivoglia “fisicità”, qualcosa che letteralmente “occupi spazio” potremmo essere meno distratti e comprendere l’atrocità di questa guerra (come pure di quella, dimenticata, che si combatte in Siria).

Uomini e scimmie

Apes-Revolution-Il-pianeta-delle-scimmieBeh, bisogna ammettere che è quasi impossibile non pensare a Gaza, e a questa guerra infinita, vedendo Apes Revolution, l’ultimo capitolo della nuova serie sequel del Pianeta delle Scimmie. Per quanto i due protagonisti, Cesare (Andy Serkys) e Malcolm (Jason Clarke) si impegnino a forzare la “naturale” bellicosità di uomini e scimmie (sopravvissuti a un terribile virus che ha sterminato la vita sul pianeta Terra, che – anche qui – viene mostrata come una “visione dallo spazio”, con le luci del pianeta che si spengono con il diffondersi della morte…), per quanto cerchino di fornire atti di fiducia, di amore, c’è sempre nell’ombra qualcuno che invece sembra preferire la “magnifica semplicità” della guerra come “risoluzione di conflitti”.  Il film diretto da Matt Reeves, sembra partire da presupposti “spielberghiani”, e il modello di riferimento del film, per gran tratti, è assai più E.T. che non il vecchio ciclo delle scimmie di fine anni sessanta. Ma al contrario delle storie del cineasta di Cincinnati, il film non sembra molto ottimista sulle possibilità del cuore e della ragione di prevalere sull’irrazionalità della Storia. E se per un momento possiamo immaginare la “fine del conflitto”, resta quell’inquietante finale – perdonatemi lo spoiler – sugli occhi di Cesare, che non sembrano affatto quelli della “pace a tutti i costi”. Come se anche la scimmia intelligente e dotata di compassione, possa essere attratta dal “lato oscuro della forza”…

apes revolution

 

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Internet e il digitale: paura e desiderio (e le scelte sartriane sulle tecnologie…)

monority reportUno spettro si aggira per l’Italia, sui giornali che sempre meno vendono nelle edicole sempre più desolate che sembrano ormai destinate a un pubblico di nicchia, anche se ancora consistente, almeno quanto è consistente nel nostro Paese il numero di pensionati “analfabeti digitali”: Internet e le tecnologie del digitale.

Due articoli, su la Repubblica e il Corriere della sera, le due “istituzioni” del giornalismo nazionale.

Il primo “Trappole per bambini”, racconta dei pericoli che si nascondono negli smartphone dei ragazzi, con le App Freemium che possono portare i ragazzi a dei costi eccessivi. Ecco cosa scrive il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari “Luca ha 10 anni e da un mese non è più lo stesso. È pallido nervoso, dorme male, fino a che la maestra non gli sequestra il cellulare in classe e convoca la madre. ”Lo usava sotto il banco, erano giorni che lo tenevo d’occhio…”Interrogato il bambino scoppia in lacrime:” mamma stavano distruggendo il mio villaggio…dovevo fare qualcosa” E la mamma si ritrova con 400 euro di addebito sul suo account iTunes.”

Ecco apparire con forza la “grande paura” di questo universo incontrollato che è Internet. Fate attenzione, Internet distrugge i ragazzi e il vostro conto corrente! Come se dopo il primo acquisto chiunque non ricevesse sul proprio smartphone in tempo reale la comunicazione dell’avvenuto pagamento. Della questione ne parla molto chiaramente Massimo Mantellini sul suo blog, citando un interessante lavoro di Massimiliano Trovato sul Freemium e sul tema degli addebiti non esplicitamente autorizzati.

Qui siamo alla inchiesta premeditata per screditare alla base “il grande nemico Internet”, quello che sta uccidendo i giornali e quindi la libertà di stampa. Sarebbe bello leggere qualcosa su Edward Snowden, su questi giornali liberi, magari con qualche inchiesta o petizioni perché possa avere asilo politico in Europa, anziché nella Russia di Putin….

free technology

Alle inchieste d’assalto di Repubblica si alternano, con inusitata eleganza, le riflessioni degli intellettuali nostrani dalle pagine del Corriere. Non vengono chiamati a scriverne certo nè Massimo Mantellini, o Luca De Biase, per citarne solo due italiani (ma perché non interpellare autori e studiosi come Nick Bilton, Steven Johnson, Clay Shirky, Chris Anderson, Kevin Kelly o David Weinberger?), ma il buon Roberto Cotroneo, persona per bene e spendibile (ricordo una bella trasmissione in cui chiamò – unico – il grande Corso Salani a parlare di cinema). Peccato però che, certamente in buona fede, l’intellettuale perbene nostrano si faccia volentieri (e forse involontariamente) strumentalizzare in questo attacco all’economia e cultura digitale.

Se l’inchiesta di Repubblica aggrediva due elementi cui gli italiani sono molto legati (i bambini e il denaro), ecco che Cotroneo sceglie di scagliarsi contro il luogo dei sogni per eccellenza: i desideri.

no elettronicIl Digitale ha imprigionato il desiderio”, e già dal titolo abbiamo tutti gli elementi della “connessione diabolica”: digitale, prigione, desideri. Non siamo più liberi. Ma l’articolo è ben scritto e argomentato e Cotroneo spiega che “L’universo digitale ha aperto spazi esistenziali che prima non esistevano”, ma….”ci rende incapaci di tenere fermo il tempo”. Questo perché abbiamo la possibilità, per la prima volta nella storia, di accedere in tempo reale a tutte le informazioni che vogliamo. Ma per Cotroneo “non esiste più l’attesa tra quello che vogliamo sapere e quello che possiamo sapere” e la responsabilità  secondo lui è degli ebook (che in Italia invece non decollano proprio perché abbiamo delle lobby che premono per mantenere consumi e mercati storici). In particolare nel fatto che “Il modo di sfogliare e scorrere i libri digitali non permette salti logici”, e infatti per Cotroneo “Non si può aprire un ebook in modo casuale, al massimo si può scorrere”, e quindi non possiamo più aprire un libro a una pagina a caso domandandoci: “quale sarà la prima frase che mi appare?

ebook-tabletCurioso come il digitale venga spesso tacciato di distruggere la continuità della lettura, proprio per le connessioni che link e scorrevolezza delle pagine permettono, mentre ora lo si accusa di non permettere di fare dei salti, di scegliere dei punti a caso del testo dove andare (cosa discutibilissima, perché su un ebook posso anche cercare la parola “amore” e sfogliarlo nella ricerca di questa parola in tutto il testo…).

Ma per Cotroneo, “Nel mondo digitale non c’è il tempo del ritorno. Il digitale ha imprigionato il desiderio nell’immediatezza del presente”, manca secondo l’autore quella “pazienza dell’attesa” che sta al desiderio un po’ come i preliminari all’orgasmo nel sesso. No, non ci sta più il tempo dell’attesa, “Stanno crescendo generazioni che possono chiedere ( e aggiungo io ottenere) in tempo reale”.  Questa velocizzazione delle informazioni costituisce per Cotroneo non una conquista, che possa permettere alle teste e ai corpi di indirizzare i propri desideri e passioni e curiosità verso territori inediti, ma invece è sintomo di “un tempo con un respiro sempre più corto, perché richiesta e ottenimento coincidono”.  Come se l’attesa per pagare un bollettino postale o per trovare un saggio da consultare o una canzone da ascoltare fosse la vera risorsa dell’”economia analogica”, quella fatta di atomi, di oggetti da toccare. Come se le dinamiche del consumo e del piacere di farlo si azzerassero nel momento in cui non dobbiamo più attendere per ottenere “l’oggetto del desiderio” che per di più non ha più neppure un “corpo”.

Ma è proprio questa mancanza di fisicità a terrorizzare il buon Cotroneo: “Non si porta con sé nulla di fisico, tutto sta nell’inconsistenza del digitale. Avremo case sempre più vuote di tutto, con pochi oggetti essenziali e avremo archivi digitali invisibili. Avremo spazi che non sapremo come riempire e che non sapremo condividere. La digitalizzazione del desiderio è proprio questo: essere incapaci di renderlo fisico, che sia la virtualità del sesso, che sia la virtualità dei discorsi, la conoscenza reciproca è diventata un continuo mascheramento e al tempo stesso una costante impazienza

Per poi concludere con l’assioma/tesi di fondo del suo articolo: “Il desiderio digitale di possedere tutto, di accedere sempre, è una nuova forma di totalità.”

borse di studio 2014-2015_amore oltre il corpoOra chi mi legge su questo blog sa quanto sia interessato alle mutazioni antropologiche ed emozionali che l’universo digitale porta con sé, e non ho mai mancato di sottolinearne i limiti e le possibili derive. Ma una cosa è leggere e cercare di comprendere i cambiamenti che il digitale in qualche modo ci impone, a volte anche in maniera pesante, altra è indirizzare tutto il proprio pensiero nella difesa di un mondo cosi com’era, …e come si stava meglio prima dove potevamo parlarci e toccarci e desiderarci di persona! Ebbene, non è vero. Non si stava meglio prima. E le emozioni che proviamo nelle connessioni digitali – persino con sistemi operativi come avviene in Her – sono emozioni vere. laurie pennySentiamo e proviamo emozioni e sentimenti, felicità e gioia esattamente come avviene nel cosiddetto “mondo reale”. Non è un caso che proprio Facebook ha recentemente sperimentato, tra le proteste di molti, come il flusso dei newfeed del social network possa influenzare pesantemente l’umore delle persone. Facebook per un esperimento ha alterato il newsfeed di poco meno di 700mila profili, aumentando il numero di messaggi positivi o negativi per scoprire gli effetti sull’umore della gente (leggetevi il bel pezzo di Laurie Penny, 27enne giornalista inglese, su Internazionale di questa settimana, per comprendere bene i veri pericoli del “controllo” e non delle libertà del digitale).

Nessuno attende più di sapere qualcosa, non c’è più alcun luogo dove non possiamo trovare una connessione, e accedere ai nostri dati. Siamo circondati da tutto quello che siamo in ogni istante della nostra vita.” spiega Cotroneo, auspicando, forse, un mondo disconnesso dove isolarsi dalla rete condivisa. E’ il tipico urlo di retroguardia dell’intellettuale italiano: la tecnologia ci sta uccidendo, ci rende prigionieri, ci toglie l’anima. Ma non è la tecnologia, siamo noi. E nostre, sartrianamente, le scelte.

What_Technology_Wants,_Book_Cover_ArtSull’argomento suggerisco – anche a Cotroneo -  letture diverse, e quindi chiudo con alcune frasi di Kevin Kelly, grande studioso delle tecnologie, tratte dal volume “Quel che vuole la tecnologia”:

La nostra scelta, ed è importante, sta nel prepararci ad accogliere il dono, e anche i problemi che porterà con sé. Possiamo scegliere di diventare migliori anticipando queste inevitabili impennate. Possiamo decidere di educare noi stessi e i nostri figli a essere capaci e oculati nel loro impiego. E possiamo decidere di modificare i nostri assunti legali, politici ed economici per riuscire ad andare incontro a queste traiettorie. Ma non possiamo sfuggirle. Quando cerchiamo di intuire, spiandolo da lontano, il nostro destino tecnologico, non ha senso ritrarsi per paura della sua inevitabilità; al contrario, dovremmo darci da fare con i preparativi.

Ci fidiamo della natura, ma speriamo nella tecnologia. Quella speranza sta nell’accettazione della nostra stessa natura. Se appoggeremo l’imperativo del technium saremo più preparati a guidarlo secondo le nostre possibilità, più consapevoli di dove stiamo andando. Se staremo dietro a quello che la tecnologia vuole, saremo più pronti a coglierne e apprezzarne appieno i doni.

the techniumE’ vero, esiste anche per le tecnologie una certa inclinazione verso determinate caratteristiche piuttosto che altre: alcune tecnologie saranno facilmente decentralizzate, mentre altre tenderanno a centralizzarsi; alcune saranno naturalmente trasparenti, altre lo saranno meno, e richiederanno forse competenze specifiche per il proprio utilizzo. Ma qualsiasi tecnologia, a prescindere dalle sue origini, può essere indirizzata verso una maggiore trasparenza, collaborazione,flessibilità e apertura.

Ed è qui che entra in gioco la nostra scelta. L’evoluzione delle nuove tecnologie è inevitabile, non la possiamo fermare. Ma il carattere di ciascuna di esse dipende da noi.

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Il tempo digitale…ovvero come siamo diventati?

imagesQualche mese fa ero ad una proiezione stampa, in una di quelle belle salette delle Case di Distribuzione, a vedere un bel film con Robert Redford. Pochi gli spettatori in sala e, in prima fila accanto a me e al buon Paolo D’Agostini, due “colleghi” più giovani (ma non troppo…) che, per tutto il film, hanno trascorso il loro tempo a chattare su Facebook e/o Whats’app, gettando ogni tanto un’occhiata alle avventure acquatiche di Redford. Ora a parte il fastidio che possiamo provare per questi schermi luminosi che invadono e violentano il “buio naturale” della sala cinematografica, quello che però colpisce – azzerando i commenti sulla professionalità del vedere i film in quel modo – è il cambiamento che sembra ormai inevitabile, sull’uso del nostro tempo che “gli schermi che opinion_text_brook-bruning2ci guardano” in qualche modo ci hanno imposto. Al di là dei soggetti più ansiosi e dipendenti, come i due colleghi della proiezione, quanti di noi resistono alla tentazione, appena si ha un secondo, di controllare il proprio smartphone? Il dispositivo che portiamo sempre con noi è diventato in pochissimo tempo parte integrante del nostro tempo. Quanto tempo dedichiamo a consultare lo schermo (per fare tutto, dalle news alle chat, alle mail o alle ricerche o ai giochi..)? Sarebbe interessante filmare e poi studiare una moderna “riunione di redazione”: a stento ci si guarda in faccia, tra portatili, tablet e smartphone tutti sono più impegnati a guardare gli schermi che a osservare i volti delle persone.

walking-with-mobile-phone_shutterstock_300A un’altra, più recente, proiezione per la stampa, quelle in cui oggi vengono “imbustati” tutti i dispositivi mobili per la protezione antipirateria, ho visto molte persone come smarrite senza il proprio dispositivo, che giravano la testa in attesa del film come a – finalmente – cercare gli altri in sala. Senza il cellulare il tempo di attesa diventava incredibilmente lungo, quasi insopportabile. Siamo alla fine dei nostri “tempi morti”: il vuoto temporale, l’attimo dello stare da soli con se stessi, è ormai definitivamente congedato, ad esclusione di quei rari momenti in cui non c’è la connessione. Il nostro tempo è cambiato, l’uso che ne facciamo è cambiato.

Per questo ho trovato molto interessante il post di oggi di Martina Pennisi su Wired, che mi diverte riportarvi integralmente. Come sono cambiati i nostri comportamenti al ristorante? Come gli schermi portatili influiscono sui nostri (ed altrui!) tempi? Da leggere prima di fare una buona cura disintossicante….(ma anche per capire come possiamo attrezzarci al cambiamento ormai in atto…).

 

Recensioni online, quando il ristoratore risponde punto per punto

Un locale di New York ha collezionato brutti voti per la lentezza dei suoi camerieri. A ben guardare, però, la storia era molto diversa da come sembrava (Foto: Maurizio Pesce / Wired) (Foto: Maurizio Pesce / Wired) Tripadvisor e simili, per gli esercenti, sono spesso una gran scocciatura, inutile raccontarsela. Se monitorati adeguatamente possono diventare anche però spunto per eventuali interventi migliorativi. Un ristoratore di New York ha deciso di guardarla da questo punto di vista e di prendere sul serio le recensioni pubblicate su Craigslist. E proprio su Craigslist rispondere direttamente ai commenti. La critica più comune, scrivono raccontando la loro storia, era relativa alla lentezza del servizio. Accusa strana, perché negli ultimi 10 anni il numero di clienti è rimasto invariato, il personale è aumentato e alcune voci sul menù sono state eliminate. Com’è possibile, quindi, che i clienti continuino a considerare eccessivo il tempo trascorso al tavolo per ordinare e consumare il pasto? Il ristoratore, come detto, l’ha presa molto sul serio e ha assunto una società di consulenza per venirne a capo. Il consiglio, che immaginiamo sia stato lautamente pagato, è stato di mettere a confronto le registrazioni del sistema di sorveglianza interno di un tipico pranzo del 2014 con quelle di un giorno del 2004, recuperato grazie a un nastro rimasto nei dispositivi di registrazione poi rimpiazzati dall’impianto digitale. Dieci anni fa 45 clienti sono entrati nel locale, 3 dei quali hanno chiesto di cambiare tavolo. La media del tempo necessario per guardare il menù e scegliere il piatto o i piatti da ordinare è stata di 8 minuti – e i camerieri hanno preso gli ordini immediatamente. Per servire ci sono voluti più o meno 6 minuti, con variazioni dovute alla complessità del piatto. Due su 45 li hanno rimandati indietro. Consumato il pasto, ricevuto e pagato il conto, i clienti hanno impiegato 5 minuti a lasciare il locale. Il totale dall’ingresso all’uscita è stato di un’ora e 5 minuti. Nel 2014 è entrato lo stesso numero di clienti, con un numero superiore di camerieri a disposizione. Sono stati in 18 a voler cambiare posto. Una volta seduti, il menù è stato, se non l’ultimo, il secondo punto nella lista dei loro pensieri: il primo è il telefono, per scattare foto, navigare in Internet o compiere altre attività che ovviamente il ristorante non è in grado di monitorare. Per 7 clienti su 45 il primo contatto con il cameriere è stato proprio per chiedere lumi sulla connessione Wi-Fi, impiegando circa 5 minuti a occuparsi dello smartphone. Quando i dipendenti hanno provato a chiedere le ordinazioni, si sono sentiti rispondere spesso e volentieri di tornare qualche minuto dopo, per lasciare più tempo per consultare il menù. Solo dopo una media di 21 minuti i clienti sono stati pronti per ordinare. I piatti sono arrivati dopo altri 6 minuti – media calcolata tenendo conto sia di quelli semplici sia di quelli elaborati. 26 commensali su 45 hanno dedicato 3 minuti a scattare fotografie di quanto appena servito, con il cellulare ovviamente. In 14 hanno rivolto l’obiettivo anche verso quanto ordinato dai compagni di tavolo, perdendo altri 4 minuti. Sono stati poi in 9, a rimandare indietro il piatto, perché mentre si giocherella con il telefonino il cibo si raffredda inevitabilmente. Il nutrimento sembra davvero un’attività accessoria: 27 clienti hanno chiesto al cameriere di scattare loro una foto e 14, non contenti del primo scatto, hanno insistito per un secondo tentativo. Altri 5 minuti andati. Tutto questo digitare ha aggiunto 20 minuti al tempo dedicato nel 2004 al consumo di quanto ordinato. Anche il momento del conto si è rivelato laborioso, inutile dire di chi – anzi di cosa – sia colpa, e ci è voluto un quarto d’ora in più rispetto a dieci anni fa. L’ossessione da condivisione prosegue anche mentre si guadagna l’uscita, con 8 clienti su 45 che inciampano sui camerieri mentre continuano a digitare come dei forsennati. Tempo totale? 1:55 minuti. Adesso vallo a spiegare ai recensori di Craigslist…

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Memorabilia Mundial

alessandra-ambrosio_980x571I brividi sugli inni nazionali (su tutti Cile e Brasile), le parate di Ochoa e Neuer, le prodezze di James Rodrìguez, la zazzera afro di Fellaini, Marcelo e David Luiz, i balletti della Colombia e i dribbling di Cuadrado, i tweet cinici e irriverenti durante le partite, la faccia di Prandelli dopo l’eliminazione e le arrampicate sugli specchi dei tanti (troppi) giornalisti prandelliani al seguito, lo studio di Sky che affaccia Copacabana, la schiuma per segnare i calci piazzati e la barriera, la traversa di Pinilla, il vulcanico allenatore del Messico, i primi piani sui tifosi più assurdi e quelli sulle bellezze locali e al seguito dei campioni.

I colpi di scena della vecchia volpe Van Gaal e i gol al 119′. L’assurdo assetto tattico del Brasile. Il pianto e le preghiere in campo. Le scommesse fatte e mai prese. Le meravigliose e perverse analisi dello speciale Mondiali di brasile-mondiali-680x365Sentieri Selvaggi. I (ri)morsi azzurri e le marachelle di Balotelli. La scoperta di un mago come il mister del Cile, Jorge Sampaoli. Il tramonto del calcio africano e il quasi miracolo dell’Iran con l’Argentina. I 60 euro ‘regalati’ a Sky per il pacchetto mondiali (non avrei retto un altro campionato con le dirette di Marzocchi & co su Rai1). Veder perdere 7 a 1 il Brasile padrone di casa per mano della Germania. E poi, di getto, scrivere una memorabilia di immagini e ricordi per questo Mondiale dei Mondiali. Il calcio gioca brutti scherzi.

 

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Schermi che ci guardano… Il nuovo Amazon Fire Phone

Jeff Besos presenta il nuovo smartphone di Amazon

Jeff Bezos presenta il nuovo smartphone di Amazon

Niente di rivoluzionario, forse, come la presentazione dell’Iphone del 9 gennaio 2007, ma sicuramente l’uscita del nuovo smartphone di Amazon segnerà una svolta nella comunicazione, certo in una direzione che sembrava già segnata dalla prima introduzione di una videocamera in un telefono cellulare. Tre riflessioni brevi:

1 – Lo spot, ovvero: non mostro più il prodotto, ma i suoi utilizzatori finali. Ecco che quello che conta – il muovo smartphone da lanciare – non si deve per forza vedere, è più avvincente osservare le reazioni e le esclamazioni di uomini e donne mentre lo utilizzano. Uomini e donne mutanti, ormai progressivamente con il collo inclinato di circa il 30% in avanti, mutazione genetico/antropologica forse non definitiva (i Google Glass ci riporteranno con la schiena dritta?), ripresi nell’atto di usare l’Amazon Phone Fire.

amazon-phone2

2 – Le quattro videocamere che ci osservano. Ne parlavamo già tempo fa, ma la “macchina che vede” Viriliana sembra ormai una realtà definitiva. Fire Phone non si limita alla videocamera per fare riprese e foto, e neppure alla macchine per i “selfie”. 4 microcamere sono dislocate ai quattro angoli del dispositivo, per osservarci in continuazione e regolare automaticamente – in relazione all’angolazione del nostro sguardo – la migliore immagine tridimensionale possibile (la prospettiva dinamica). Ma non basta, muovendo la testa le pagine scorrono sotto di noi, la nostra testa diventa un mouse che traccia i percorsi sul piccolo schermo. Comodo e pratico, segnano l’accettazione di essere guardati, sempre, da una videocamera. Quattro occhi ci spiano quotidianamente, il Grande Fratello è nelle nostre mani…

Fire Phone Firefly

3 – Firefly, ovvero: vedo dunque compro. Questa funzione permette, attraverso la videocamera frontale, di “riconoscere gli oggetti” che inquadriamo, e ritrovarli immediatamente nello store di Amazon per l’acquisto. Fantastico. Pensate di essere in una libreria, inquadrate il volume e, clic, il vostro libro preferito è già in spedizione (magari con un drone?) dal centro Amazon più vicino. Si arriverà al punto che una volta a casa lo troverete sulla porta. Ecco la metafora finale della tecnologia della merce: tutto quello che posso inquadrare, lo posso comprare su Amazon. Certo non ancora proprio tutto, al momento il sistema sembra riconoscere “solo” oltre 100 mila diverse tipologie di oggetto, ma è facilmente prevedibile che presto tutto ciò che inquadreremo con il nostro “dispositivo per gli acquisti”, potrà dietro pagamento diventare nostro. Sembra un po’ il Carnevale del Capitalismo: la semplificazione estrema del consumo di prodotti, la celebrazione dell’universo/merce come materia viva della tecnologia digitale. Inquadro, clic, compro. Vedere è comprare. Vedere è possedere. Lo sguardo diviene definitivamente merce.

 

 

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Socrates, l’angelo disperato che veglia sul Brasile

Non gli sarebbe piaciuto nulla di questo Mondiale nella sua terra. E l’avrebbe detto, come aveva sempre fatto nella sua vita, mettendoci la faccia. La sua gente fuori dagli stadi per i prezzi dei biglietti troppo alti, dentro gli sponsor e i colletti bianchi della Fifa. Non gli sarebbe piaciuta la polizia a disperdere i manifestanti davanti le cattedrali del pallone, socratesstrutture ultramoderne costruite senza pensare al dopo. Quella schiuma sul prato verde per definire la distanza della barriera. Lui è Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieria de Oliveria, per tutti solo Socrates. Io lo ricordo così: maglia verdeoro della Selécao: alto (193cm) , magro (71 kg), capelli neri ricci, barba folta e lunga, testa alta sguardo fiero e coraggioso. Fascetta sulla fronte per il Magrao (il secco) o il Dottore per i brasiliani. Pilastro di quella Nazionale incredibile (Zico, Falcao, Junior, Cerezo, Paolo Isidoro, Dirceu, Eder) che nel 1982 fu sconfitta dall’impresa di P.Rossi e compagni. Ma sopratutto indimenticabile numero 11 del Corinthians. E ispiratore di quel sogno che fu la Democrazia Corinthiana, la spina nel fianco della dittatura militare.

Gli strani intrecci della programmazione televisiva (e delle disordinate passioni del sottoscritto) hanno fatto coincidere l’avvio dei Mondiali brasiliani con la lettura del bel libro di Solange Cavalcante ‘Compagni di Stadio – Socrates e la democrazia Corinthiana’ (Fandango) e il passaggio su RaiTre (Doc3) l’11 giugno scorso del documentario firmato da Mimmo Calopresti, Uno di noi Socrates.

Socrates non c’è più. Se ne è andato all’alba del 4 dicembre 2011, in seguito a uno shock settico. Nel giorno della sua morte – come scrive nel finale del libro Solange Cavalcante – il Corinthians disputava la finale del Campionato Brasiliano. Prima del fischio d’inizio, tutti dai giocatori in campo ai tifosi sugli spalti, alzarono i pugni corinthianschiusi (il suo gesto) verso il cielo salutando il compagno Socrates per l’ultima volta. L’angelo disperato ora veglia sul suo Brasile distratto dai Mondiali e dalla crisi economica. Se il lavoro della Cavalcante ripercorre l’esperienza della Democrazia Corinthiana e del suo simulacro, Socrates, scavando nei vent’anni della dittatura con la passione e l’attenzione della ricostruzione sociopolitica, Calopresti parte alla ricerca dello spirito di Socrates, di ciò che ne rimane dentro ogni brasiliano e non solo. Della forza di quell’ incredibile avventura che fu la ‘Democrazia’, e del suo ‘teorico’ e leader in campo e fuori, per la città di San Paolo e per il Brasile.

Nella stagione 1982/83 il Corinthias di San Paolo vinse il campionato con la parola socrates-busto-corinthians_gazeta‘Democrazia’ stampata sulle magliette. In quel Brasile dove la dittatura dei generali dell’esercito imponeva il silenzio e il monocolore politico. Quella vittoria fu il punto di arrivo di una battaglia iniziata da Socrates e dai compagni del Corinthias per ottenere più libertà come calciatori e come uomini. Il tentativo di trasformare l’autoritario mondo del calcio, che considerava gli atleti poco meno di una semplice merce da usare, in un’ agorà dove le decisioni si mettevano ai voti, i ritiri erano facoltativi e le cessioni o i nuovi acquisti si discutevano. Inevitabile che la Democrazia fu la spina nel fianco della federazione e dei generali. E Socrates il leader indiscusso. Un campione vero, i suoi colpi di tacco a liberare l’uomo rimangono un segno del talento immenso, immerso completamente nei drammi del suo tempo. Impegnato politicamente, generoso con tutti, fino a sacrificare se stesso. Un osso duro per dirigenti sportivi e allenatori. L’idolo, ma lui non avrebbe amato questo epiteto, per i tifosi dello Sport Club Corinthias Paulista.  Laureato in medicina, il Dottore avrebbe continuato a combattere per le proprie idee fino alla fine.  Quando l’acol avrebbe preso il sopravvento e la forza di porsi sempre ‘contro’ sarebbe scemata via.

Il viaggio di Calopresti, tra interviste ad ex compagni e amici di una vita, mette insieme lesocrates-582586977 tessere di questo meraviglioso e disperato mosaico che è stata la vita fuori e dentro il campo di Socrates. Dopo la fine dell’esperienza della ‘Democrazia’ arriva in Italia (1984-85), alla Fiorentina del Conte Pontello e di De Sisti, ma durerà solo un anno e mezzo (ahimé). Poi il ritorno in Brasile: il Flamengo,  un altro mondiale (1986) e il Santos. Continuerà a fare e a suggerire goal. A dire la sua, come aveva sempre fatto, a mettersi di traverso e a trascinare il gruppo. A cantare e bere, come gli piaceva fare in compagnia.

“A calcio non si vince con i piedi ma con la testa”, amava ripetere. Questo Mondiale non sarebbe piaciuto al Dottore.

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Ciao Sandro, ti chiedo scusa…

Sandro Zambetti

Chissà perché è sempre a giugno che se ne vanno le persone, di cinema, cui ho voluto tanto bene.

4 giugno Massimo Troisi, 16 giugno Corso Salani, 6 giugno Sandro Zambetti. Come se giugno fosse il mese dei saluti, delle conclusioni, dell’ultimo viaggio possibile…

Sandro Zambetti se n’è andato ieri e non era certo come Massimo e Corso nel pieno della “vita giovane”. Aveva 87 anni, 11 o 12 figli (tra quelli di sangue e quelli “acquisiti”) e altri “figliocci” sparsi qua e là che da lui avevano imparato tante, tante cose. Del cinema e della vita.

Tra questi, pecorella smarrita che non voleva smarrirsi, c’ero (ci sono) anch’io.

E oggi che siamo tutti google dipendenti, il giorno dopo la sua scomparsa non c’è ancora un giornale o agenzia che abbia pubblicato la notizia, che mi è arrivata dal tweet elegante e rispettoso, come sempre, di Alberto Barbera. E se cerchi su Google non troverai una foto, un’immagine di Sandro, ma, incredibile, troverai (insieme a Cineforum, il Bergamo Film Meeting e quella de figlio Matteo)…Sentieri selvaggi.

Perché Sentieri selvaggi probabilmente non esisterebbe senza la passione, l’ironia, lo sguardo attento al nuovo, la disponibilità e intelligenza e sensibilità di Sandro Zambetti.

Al quale oggi, finalmente, posso chiedere scusa. E ringraziarlo del suo meraviglioso “vaffanculo di rito” che mi scrisse in quel 1997, quando con l’ingenuità e il candore di quegli anni, gli comunicavo che Sentieri selvaggi, che Sandro con amore aveva ospitato e, direi, realizzato con me e Demetrio, per 7 anni, voleva andare per conto suo, vivere una vita propria di rivista libera e indipendente. Come se non lo fossimo già stati liberi dentro Cineforum, una casa famiglia incredibile, in quegli anni, resa possibile solo dalla grande figura paterna di Sandro. Ma noi volevamo di più: uscire in edicola, conquistare il mondo… ma pure restare dentro quella famiglia scombinata e gentile, un piede qui e l’altro là, come facevano già altre figure in giro per le riviste di critica. Ci sembrava normale. Ma lo era in luoghi dove i rapporti non erano familiari, ma solo “professionali”. Scrivi qui, scrivi qua, scrivi dove ti pare. Ma se sei mio “figlio”, sono felice che vai per la tua strada, anche se in concorrenza diretta con la mia.

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Sandro ci aveva permesso di esistere, dopo averci permesso di scrivere, negli anni Ottanta. Io, Demetrio, e poi Giuseppe Gariazzo, Massimo Causo, Marco Martani, Daniela Catelli. Ma non era un’ospitalità passiva, la sua. Al contrario si entusiasmava persino di più per questa strana “nuova creatura” che era Sentieri selvaggi, che per quella Cineforum che diresse dal 1970 al 2009, una vita insomma. Aveva per Sentieri quell’amore “riflesso” che hanno i nonni per i nipoti, quasi un amore doppio, che lo riportava alle passioni di un tempo, agli amori che sconfinavano piacevolmente fuori dal cinema. E se Cineforum era il suo fortino, certo disponibile ai cambiamenti ma dentro un rigore di fondo, Sentieri selvaggi era il territorio dove poteva sbizzarrirsi, giocare con le passioni giovanili, il fumetto, l’illustrazione, i generi “bassi” della letteratura e del cinema. E con Demetrio passavamo insieme a lui dei magnifici weekend a casa sua, a sfogliare vecchi giornali, a immergersi nei fumetti e nei tanti comics che collezionava, per riempire la “nostra rivista” di immagini “cinematografiche che non fossero di cinema”, in un doppiogioco dell’immaginario cinematografico che ci divertiva ed eccitava come fossimo dei bambini.

Poi nel 97, la nostra scelta: fare una rivista indipendente. Ma non in concorrenza con Cineforum, figuriamoci! Semmai con Ciak! Poi andò come doveva andare, e fu la fine della giovinezza, e la linea d’ombra si abbatté su tutti noi, complici matrimoni, figli, fallimenti, chiusure e tradimenti.

con Sandro Zambetti, Giuseppe Gariazzo e Fabrizio Liberti a Ranzanico nei primi anni 90

Federico Chiacchiari con Sandro Zambetti, Giuseppe Gariazzo e Fabrizio Liberti a Ranzanico nei primi anni 90

Con Sandro avevo un rapporto affettuoso e “filiale” cha andava oltre la collaborazione lavorativa, ricordo una bella estate ospiti da lui nella casa in montagna (con Giuseppe Gariazzo e Fabrizio Liberti), come ricordo di averlo ospitato a casa mia ogni volta che veniva alle riunioni nazionali del Sindacato Critici, perche non voleva pesare sui costi del Sindacato (che uomo d’altri tempi!), e la mia gatta Due Calzini che era sempre schiva con tutti che invece gli si avvicinava sempre mentre lui si scherniva (e ne aveva di animali, in campagna).  Sandro mi prese con lui dopo avermi incontrato al Premio Adelio Ferrero, dove il mio saggio divise la giuria e non vinse alcun premio, ma poi venne pubblicato su Cineforum. Da lì iniziai una bella collaborazione, ma anche una bella amicizia, perché con Sandro certo si parlava di cinema, di come fare meglio la rivista (il formato, il colore! Quante vittorie che ottenni con la mia testardaggine), ma in realtà si parlava soprattutto di altro, di politica, di cultura, di VITA. Non era un cinefilo, pur avendo una grande conoscenza del cinema tutto, ma aveva una straordinaria capacità di osservazione sul mondo, unita a un’ironia beffarda, che mascherava dietro al suo sigaro, perennemente acceso sulla sua scrivania, che rendeva impossbile per chiunque lavorare a lungo nella sua stanza, dove infatti era quasi sempre in volontaria e ricercata solitudine.

Io a Roma, la “redazione romana” che teneva i contatti con “il cinema” (uffici stampa e produzioni) la rivista a Bergamo, dove ogni tanto andavo e rimanevo stupito da come la maggior parte dei miei colleghi passassero tanto tempo a “non lavorare”, in un clima troppo buono e familiare, mentre Sandro era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via e non si fermava mai. E io, in qualche modo, ero come lui. Non mi piaceva fermarmi, perdere tempo. C’erano sempre tante cose da fare, e se finivi prima ne potevi inventare delle altre. Altri progetti, altre storie possibili.

Ecco, se c’è una cosa che ho imparato da Sandro Zambetti è questa voglia di fare, di realizzare cose, questa ossessione meravigliosa e folle di sentirsi vivo (quasi) solo mentre si concretizzano i propri progetti.

Solo ora, che Sandro se n’è andato, posso capire quanto dolore posso avergli dato, portando fuori Sentieri selvaggi dalla famiglia Cineforum (non che io lo volessi, per me all’epoca era naturale convivere amorevolmente..). Avergli tolto la possibilità di giocare con i nipotini di Sentieri selvaggi è stata una piccola grande violenza di cui non mi sono affatto reso conto e che solo ora vedo, con gli occhi appannati dalle lacrime, per aver perso, dopo il mio amato padre naturale, anche il suo coetaneo “padre culturale”. Ecco, lo dico: non avrei dovuto togliergli quel piacere, quel divertimento, quella rinnovata passione che Sentieri selvaggi – e le pungolature che noi giovani selvaggi davamo alla rivista in quegli anni – gli forniva. Io invece me la presi, cercai in tutti i modi di fargli capire che non era una fuga, e lui mi scrisse un’ultima lunghissima lettera, che ancora conservo, che sembra quasi prefigurare una sorta di consapevolezza di morte, che viveva all’epoca (aveva 70 anni), non tanto come evento fisico quanto piuttosto intellettuale ed esistenziale.

lettera Sandro Zambetti

Scriveva: “Continua a girarmi in testa, cioè, quel che sta scritto, ad un certo punto, nel divertente “L’ultimo viaggio di Dio”: che il più bel regalo, il più bell’atto d’amore che possa venire da Dio agli uomini è quello di morire, unico modo per consentire loro, in quanto suoi figli, di diventare adulti. A parte la presuntuosa (?) auto identificazione con Dio, il rovello che me ne viene è tutto lì, e non vedo proprio come togliermelo dalle palle. Domandine a raffica: servo solo a qualcosa o sono solo d’ingombro, ormai? Di quanti problemi non si fa interamente carico, la gente che lavora con me, per “riguardo” nei miei confronti o perche fa comodo – magari inconsciamente – avere alle spalle quello che comunque, alla fin fine, resta il “responsabile” ultimo dell’andamento della baracca? i miei tanti “figli” non maturano del tutto perché è nella loro natura- e, soprattutto, nelle caratteristiche della loro generazione. O perché ci sono di mezzo io, a tarpargli perennemente le ali? (…) sono io a cercarmi degli alibi o sono i miei figli?…Tutte domandine, come vedi, abbastanza fastidiose e probabilmente destinate a restare senza risposta, fino al giorno in cui tirerò le cuoia. Ergo, vaffanculo.

Di Sandro Zambetti critico, giornalista e instancabile animatore culturale spero che, prima o poi, ne parlerà qualcuno. Perché fa parte di quegli uomini, misconosciuti, che hanno contribuito a rendere migliore il mondo in cui viviamo, il nostro mondo. Per quel che mi riguarda, mi tengo strette le sue sei pagine scritte a mano, e mi dispiace di averlo ferito e privato di qualcosa cui teneva negli ultimi quindici anni della sua vita. Quello che poi è accaduto a Cineforum nel 2009 lo lascio raccontare ad altri… Sandro aveva da tempo capito che i figli, che tanto e tanti ne aveva voluti, a tenerseli troppo vicini, si finisce per perderli…

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‘The unquiet film series’, il web racconta il giornalismo

theunquietfilmseriesRaccontare 229 anni di grande giornalismo con la multimedialità di una serie web. E’ il progetto Unquiet film series che due storiche testate dell’informazione britannica: ‘The Times‘ (nato nel 1785) e il ‘The Sunday Times’ (1822) hanno deciso di mettere in piedi per ricordare, a chi non lo sapesse, come si è fatto, si fa e si farà giornalismo nel mondo. La grande possibilità del racconto digitale per ribadire le virtù dell’informazione indipendente. Sette ‘pillole’, quattro già disponibili online,  di grande qualità: dalla fotografica al soggetto, dirette da giovani registi emergenti e alcuni pluripremiati fermano il tempo di una professione in continua trasformazione e alle prese negli ultimi anni con la fluidità e frammentarietà  delle notizie e dei nuovi media. Un’occasione per ricordare dove siamo arrivati.

Le testate hanno dato libero accesso agli archivi storici e alle redazioni lasciando cartaTheTimesSundayTimes_TheUnquietFilmSeries14 bianca ai filmmaker. Così la serie web si articola in capitoli con interviste ai protagonisti del settore, le grandi firme, gli editori e i semplici lettori o il racconto scarno e potente delle sole fotonotizie di immortali reportage. ‘The power of words’, ‘Question everythig’, ‘Times new roman’, ‘Photojournalism’ (molto evocatica), ‘Telling the story’, ‘Bringing the world to Britan’, ‘Cultural Impact’, sono i film per ora disponibili. La web serie è prodotta da News UK, Team News,  Betsy Works e si è avvalsa della direzione artistica dallo studio  Phil Lind.

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Il cinema a più dimensioni….arriverà il pay-by-size?

Multiscreen-ElfNon ha suscitato la giusta attenzione nei media italiani le dichiarazioni, di qualche settimana fa alla Milken Global Conference in California, del produttore Jeffrey Katzenberg, uno dei responsabili della Dreamworks. Eppure le sue esternazioni, che sono periodiche, spesso sullo stesso tema, dovrebbero interessare chiunque si occupi di cinema.

Ovvero: qual è il futuro del mercato (e aggiungiamo noi: e del consumo) cinematografico?

Katzenberg sembra essere uno dei pochi esponenti di spicco dell’industria cinematografica ad aver osservato quello che già avviene nel consumo dello spettatore cinematografico da tempo: gli schermi sono tanti, e diversi. E la mancanza di un’offerta “legale” non frena la voglia di “consumare cinema” nei modi più diversificati, visto che la rete offre sempre delle soluzioni “alternativi” alla visione.

Ebbene la proposta di Katzenberg per il cinema è il “pay-by-size”, ovvero il costo della visione di un film di prima visione si pagherà in relazione alla dimensione dello schermo.

Jeffrey Katzenberg con Steven SpielbergQuesto lo scenario previsto da Katzenberg: “il modello cambierà e il 98% dei film vedrà il 95% dei suoi incassi totali nei primi 17 giorni, ovvero in tre weekend, nelle sale. Successivamente, dal 18° giorno, questi film saranno disponibili ovunque su tutte le piattaforme e la visione si pagherà in base alle dimensioni dello schermo”. A che prezzi? “15 dollari per la visione in sala cinematografica, 4 dollari per uno schermo tv da 75 pollici e 1,99 dollari per uno smartphone

Insomma la cosiddetta “windows” tra l’uscita del film in sala e sul resto delle altre piattaforme (oggi  di tre mesi) verrebbe ridotta a meno di tre settimane.

Il cinema è già, da tempo, multischermo. Almeno nelle pratiche dello spettatore. L’industria, macchina lenta e pesante, sembra finalmente accorgersene. Quanti continuerebbero a stare ore a scaricare film illegalmente se avessero un’offerta comoda, semplice ed economica per vedere i nuovi film subito sui propri dispositivi personali?  Dall’industria cinematografica italiana, invece, nessun segnale in tal senso. Tutti gli sforzi sono – inutilmente – concentrati – sull’eliminare i siti di filesharing, grazie alla famigerata AGCOM. Risultato: chiudono un sito e ne aprono altri dieci, e la pirateria dilaga. Chissà che la proposta di Katzenberg non apra gli occhi sulle grandi potenzialità del mercato online…

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True Detective: Come eravamo, Prima della rivoluzione (digitale)

“Me ne sono andato. Non esistevo più. Sentivo solo il suo amore…e poi mi sono svegliato”

True-detective1- @LA VISIONE COME FURTO

C’è qualcosa di imperscrutabile nel successo, che va oltre i numeri, di True Detective. Già il fatto che stiamo qui a scriverne e a parlarne (e non siamo soli, ma in tanti), pochi mesi dopo la sua “uscita televisiva” americana (gennaio) e un bel po’ di mesi prima di quella, annunciata a settembre 2014, italiana, segna uno “scarto” definitivo sui consumi culturali del “secolo di Internet”. Oggi nessuno è più in grado di imporre “il tempo della visione”. Non lo capiscono ancora le organizzazioni dell’industria cinematografica che restano legate alle “windows” per gestire le varie aree della diffusione dei loro prodotti (sala cinematografica, home video, streaming, cable tv, satellite, tv generalista, ecc..), mentre in qualche modo lo sta comprendendo Sky, che ormai permette di registrarsi comodamente le puntate delle serie e vedersele quando si vuole. Ma ancora, pure Sky, è dentro il tempo del palinsesto imposto dalla Rete Televisiva. E allora lo spettatore inquieto di questi anni, non vuole aspettare, non vuole subire il “tempo della serialità”, ma sceglie di godersi dei propri piaceri visivi nei tempi personali, privati, della visione dalla rete. E se un tempo (gli anni ‘90, ricordate Twin Peaks?), la serialità era anche fatta del “tempo dell’attesa” della nuova puntata, oggi le serie possono essere consumate come un’unica infinita maratona personale, spandibile nel proprio soggettivo spazio/tempo privato. Insomma: il tempo della visione è ormai fuori dalle mani dell’industria: “è lo spettatore bellezza, e tu non puoi farci niente”…

True Detective 6 - illegal fileEd ecco che migliaia di persone hanno “già visto” una serie che, ufficialmente, ancora non esiste, in Italia. Critici, intellettuali, giornalisti e “spettatori comuni” ne dibattono tranquillamente, di fatto confessando allegramente un piccolo/grande reato di massa: lo scaricamento della serie tv dalla rete, resa poi più facilmente fruibile dalle “cooperative” di traduttori che li sottotitolano per tutti noi. Improvvisamente un’operazione apertamente condannata dalla nostra industria dell’audiovisivo, diventa uno “stile culturale”, ufficialmente approvato proprio dall’establishment culturale e intellettuale che, fino a ieri, era il paladino della difesa del copyright secondo i vecchi dettami del secolo scorso…. Improvvisamente se vuoi essere al passo con i tempi del “dibattito culturale” devi ufficialmente compiere un “atto illegale”, per quanto questo sia compiuto da milioni di persone quotidianamente, e accettare giocoforza che il “sistema cinema” così com’è stato concepito è ormai definitivamente MORTO.

Niente di nuovo, in fondo. Solo la messa in scena di una morte già annunciata. Solo la messa in evidenza di limiti e lacune e aree di nuovi consumi che già da tempo intravediamo e pratichiamo un po’ tutti.

E’ proprio questo “niente di nuovo”, in fondo, ad apparire come elemento caratterizzante di True Detective. Non ci sta nulla in questo contenitore “finale” del post- moderno, che non sia stato già visto, letto o sentito in qualche altra produzione culturale (tv, cinema, letteratura, fumetto, musica, fate voi….) di questi anni.  La novità sta nella sua clamorosa ricomposizione e messa “a nudo”, qualcosa che tutti potevamo vedere in frammenti, in segmenti, che oggi viene come ricatalogata narrativamente e messa alla luce degli occhi di tutti.

C’è una strana, curiosa assonanza tra lo stile di True Detective (che gioca sul furto delle idee, sulla messa in circuito di tante soluzioni narrative sperimentate in varie arti in questi anni) e lo stile del consumo della Serie stessa da parte dello spettatore (che mette in gioco la pratica del furto nella rete delle visioni cinetelevisive di questi anni).

Stiamo parlando di furti, stiamo parlando di arte. Forse dovremmo citare Genet…

C’ERANO UNA VOLTA GLI ANNI NOVANTA

Il testo scritto....

Il testo scritto….

Non è certo un caso che, gran parte della serie sia ambientata negli anni Novanta, nel 1995 per essere precisi (con continui salti temporali, certo, al 2002 e poi al 2012). Ogni generazione ha la sua “decade” di riferimento, e Nic Pizzolatto, il creatore della serie “aveva vent’anni nel 1995”, è nato a New Orleans e, per quanto condito con riferimenti culturali ad ampio spettro (uno su tutti l’Ambrose  Bierce da noi così poco considerato…), è innegabile che dentro ci siano le tensioni emozionali di un personalissimo vissuto generazionale, in quel decennio dove, ancora, si poteva immaginare e sperare ancora in qualcosa di buono… La fine dell’età dell’innocenza doveva arrivare quell’11 settembre del 2001, e anche qui non è un caso che l’indagine si riapre proprio nel 2002, quando l’America ritorna in guerra, dopo il fantasma del Vietnam, dimenticato dagli anni Settanta.

Gli anni Novanta rappresentato un terreno narrativo interessante per gli scrittori del nuovo millennio, certo perché è possibile attingervi ancora autobiograficamente (per gli scrittori 40/50enni), ma soprattutto perché rappresentano un territorio della Storia LIMITE, vero confine tra il vecchio e il nuovo mondo, tra il Novecento e il Duemila. Ma questo confine non è di tipo calendaristico (il nuovo secolo, il nuovo millennio, già svergognato dall’inesistente Millenium Bug) ma è un confine profondamente culturale. Negli anni Novanta possiamo trovare l’ultima traccia possibile di “come eravamo” prima della rivoluzione digitale. Ne possiamo intravedere gli inizi, con i telefonini che cominciano ad apparire nelle mani delle persone (ma è ancora un’eccezione), con Internet che inizia ad essere un “altrove” dove rincorrere altre verità (che infatti i due detective useranno pienamente nel “finale” del 2012 – altro anno finto catastrofe Maya scelto non a caso…) e dove fanno i primi passi nella diffusione globale dell’uso del DNA nelle indagini poliziesche (il primo caso fu inglese, nel 1988…). Negli anni Novanta possiamo ancora intravedere un’umanità che non è del tutto dentro la “logica del digitale”, che non è totalmente interconnessa e geolocalizzata, che ha ancora margini di mistero sulle persone (non siamo ancora tutti ricercabili e trovabili su Google e Facebook, possiamo sparire facilmente come farà Rust al termine delle indagini…).

LO SLITTAMENTO DELLA VERITA’

true-detective4 fine della famiglia

La fine della famiglia….

Ma Pizzolatto non si accontenta di usare il suo “immaginario autobiografico” (la Louisiana, gli anni Novanta), e il noir come “non genere” straordinariamente disponibile a raccontare ere di passaggio (come avvenne negli anni 40/50). No: mentre prende i suoi due personaggi e li inchioda a lunghissime dissertazioni tra il religioso, il filosofico e l’esistenziale, lentamente ma con la determinazione di un cobra, scava dentro le dinamiche della famiglia americana (solo americana?), disvelandone quasi fosse un magnifico mèlo anni 50, le storture e le ipocrisie su cui, nonostante tutto, continua a reggersi. Ed ecco che True Detective diventa un viaggio verso la “fine della storia” familiare, quella implosa nella tragedia della perdita della figlia di Rust, e quella che esploderà nella sua dissoluzione di Marty, l’uomo “normale” della coppia di poliziotti, quello casa, chiesa e amante della finzione familiare, giunta ormai alla sua fine. Mentre l’indagine si chiude nel 1995, con una soluzione che appare chiara e definitiva la famiglia, letteralmente, esplode. E quell’indagine si rivela vera e falsa contemporaneamente, divenendo una sorta di metafora della famiglia stessa, luogo di menzogne e sentimenti veri, luogo della follia e della (presunta) normalità. E infatti, nel 2002, il racconto dei protagonisti inevitabilmente NON COINCIDE con quello che vediamo: dov’è la verità in un mondo che “ha bisogno di uomini cattivi, che tengano a bada altri uomini cattivi”?  Gli eroi sono sporchi, dentro e fuori, e arriva persino il sospetto che il ricercatore e il ricercato possano coincidere in un’unica persona…

The Searchers...

The Searchers…

E quindi True Detective vive dell’ansia di fine millennio di un capolavoro come Strange Days (non a caso del 1995…), delle ossessioni noir di un “protagonista sospettato di essere l’assassino” come  Il diritto di uccidere di Nicholas Ray, ma anche di due poliziotti che, pur non piacendosi, sono costretti a girovagare assieme nella ricerca, un po’ come Ethan Edwards e Martin Pawley in Sentieri selvaggi (e Rust Cohle ha molto in comune con il personaggio di John Wayne, del quale condivide la solitudine e un passato da non raccontare).

Poi però Pizzolatto ci spiazza tutti e (SPOILER non proseguite se non avete visto la serie) incredibilmente ci rilancia i due personaggi in meravigliosi “quasi amici”, uno a spingere l’altro in carrozzella a rimirar le stelle…

Dalla luce alle tenebre e poi il percorso al contrario, verso la luce. Forse la verità non la sapremo mai, ma potremmo, chi lo sa?, ancora salvarci…

Quasi amici....

Quasi amici….

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