Corpi e Codici nell’era della nuova visione

blackCi sono diversi motivi per cui Blackhat è un film “confine”, punto di non ritorno del cinema di questi anni. Molti li ha tracciati, con meravigliosa intuizione (immaginario-torrent…), Sergio Sozzo nella sua recensione al film, che è già una mappa per orientarsi su “dove stiamo andando”.

Ma proprio in questa mappatura sui confini del visibile, sugli incroci ormai inevitabili tra Corpi e Codici, stanno le indicazioni indispensabili per “liberarci dell’arte cinematografica” (quel “Vizio di forma” presente ossessivamente in tutte le opere che oggi affascinano gli sguardi mainstream, da Birdman a Whiplash, esempi perfetti di cinema che lavora “sul controllo delle forme estetiche” come se fossimo ancora nel XIX secolo della “Società di massa”…) e, finalmente, scaraventarci nel mondo 010001000101, dove, forse, quello che vediamo è, definitivamente, quello che “siamo diventati”.

binary-tunnelSiamo in una gabbia invisibile (scrive ancora il prodige Sozzo), fatta di reti e onde e radiazioni che sono tutte intorno a noi, e solo pochi sanno vederle. Ancora, ricordate ?, torna il precursore John Carpenter con il suo Essi vivono, dove bisognava indossare degli occhiali alla Blues Brothers per scavalcare il “muro di illusione” su cui è costruita la società moderna. Ecco, oggi non ci sta più un dentro e un fuori, o meglio l’essere umano è diventato un continuo viaggio di andata e ritorno tra l’essere analogico e l’essere digitale. Siamo corpi e “siamo” codici. Ogni nostra azione quotidiana, dalle operazioni bancarie, una visita medica, fino ai cuoricini su whatsapp, passa attraverso il filtro del codice. Non solo il lavoro, l’economia, lo spettacolo, ma l’intera esperienza emozionale e sentimentale passa ogni giorno dentro le “gabbie” dei codici binari, e quella magnifica e prolungata sequenza iniziale di Blackhat, che prova a “visualizzare l’invisualizzabile” (come diavolo è fatto, visivamente, un bit?), è solo un ponte, un link visivo che cerca di dare materia alla smaterializzazione dell’essere.

Ma oggi il bit non è più solo un processo per entrare in banche dati e ripulire conti correnti (anche se Mann non sa resistere all’autocitazione di Heat, cercando di spostare l’attenzione sulla fisicità delle pistole in una sequenza letteralmente esplosiva), ma entra direttamente nelle mille attività possibili della vita quotidiana delle persone, dentro le fabbriche, dentro la produzione: insomma l’hacking può trasformarsi in attività cinetica. E il tasto Enter trasformare una sequenza di bit in un “falso allarme” tecnologico che provoca “l’incidente del futuro”.

chkzr0cigj85c78uxdqrDentro/fuori, tra i corridoi sotterranei e le centrali nucleari (l’incubo del ‘900 come scenario “rètro”, perché quello è solo un “diversivo”, oppure un magnifico atto esibizionista), l’hacker diventa il corpo vitale del XXI secolo, colui che solo può combattere il crimine attraverso le falle delle protezioni ai dispositivi che “governano il mondo”.  E per vincere il novello Edward Snowden (è lui il vero eroe dei nostri giorni, non l’American Sniper, corpo orgogliosamente attaccato a ciò che si vede e gli si può sparare) deve però trasformarsi “fisicamente”. Da nerd in carcere il protagonista Hathaway, per “attrezzarsi al futuro”, si trasforma nel “Dio della (nuova) Guerra” (Thor, no?).

In un colpo il cinema di Michael Mann mette nel ripostiglio dell’immaginario tutti gli eroi di cui è fatto il cinema contemporaneo, perché il “nuovo eroe” deve saper entrare/uscire da luoghi virtuali/reali con la stessa abilità, entrare nei labirinti binari e uscire in 74 diverse location possibili.

Oggi, con Blackhat, finalmente possiamo consegnare il Cyberpunk alla Storia, e iniziare una, incredibilmente complessa, nuova visione.

 

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Ladri di Oscar

THE CIRCUS, Charlie Chaplin, 1928E’ nella storia degli Oscar finire per scontentare molti e far sorridere pochi. Si inizia a storcere la bocca con le candidature e si finisce per spegnere la diretta quando arriva l’annuncio che detesti. Si commentano il giorno dopo i grandi esclusi (insieme ai vestiti delle attrici se si hanno frequentazioni con una redazione assai femminile) per tornare con il pensiero a qualche riflessione precedente sullo stato del cinema hollywoodiano (Carlo Valeri è il miglior ‘oscarologo’ che conosco). Insomma non va mai come dovrebbe andare. C’è però un modo per ‘vendicarsi’ o meglio due: rubare un Oscar o comprarselo ad un’asta. La prima ipotesi l’hanno portata a termine i ladri (su commissione?) che hanno trafugato la statuetta appartenuta a Charlie Chaplin, vinta nel 1929 per ‘Il Circo’ , e conservata a Parigi negli uffici dell’Association Chaplin. E’ accaduto a fine gennaio, anche se la notizia è trapelata solo in questi giorni. Insieme all’Oscar si sono portati via anche una collezione di penne appartenute al regista. Ora è chiaro che non è così semplice alleggerire del premio gente come Paolo Sorrentin0, Michel Hazanavicius, Tom Hooper o Penelope Cruz, per citare gli ultimi anni. Per carità, nessuno se lo sognerebbe mai

La seconda ipotesi, comprarsi all’asta un Oscar vinto da qualche star, non è proprio per tutte le tasche. Ma soprattutto è difficile trovare un venditore. Non sempre ci sono eredi senza talento, avidi e con gli strozzini alle porte, pronti a vendersi tutto quello che è appartenuto al parente famoso. L’Academy (tanto sothebyssono suscettibili tanto sono furbi) fin dal 1950 ha stabilito che i premiati sottoscrivessero un accordo per cui, in caso di futura vendita dell’Oscar, i primi a cui fare l’offerta dovessero essere proprio i rappresentanti dell’Academy of Motion Picture Arts, per il valore di un dollaro. In poche parole ufficialmente sul mercato si trovano solo Oscar precedenti al 1950. Una bella fregatura per chi ha i soldi e vorrebbe regalarsi un bel pezzo perfetto per le brillanti discussioni da salotto. Steven Spielberg è un signore che di premi ne ha collezionati parecchi in carriera, compresi due Oscar come miglior regista, nel 1996 acquista per 607mila dollari la statuetta di Clark Gable vinta per Accadde una notte e nel 2001 per 578mila dollari quella di Bette Davis per La figlia del vento. Entrambe le ha poi donate all’Academy. Nel 1999 Michael Jackson comprò per 1,54 milioni di dollari l’Oscar per il miglior film di Via col vento. Non credo siano ancora a Neverland. Nel 2012 a Los Angeles si è tenuta un’asta record con la vendita di 15 statuette per un valore di 3 milioni di dollari. Tra queste anche quella vinta da Hernman Mankiewicz come co-sceneggiatore di Quarto Potere. Magari qualche buontempone ha messo su Ebay la statuetta per il miglior film andata a ‘Sawdust and Mildew‘ o Sofficini neri di Dallas. Ma su questa non c’è prezzo che tenga.

 

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Con la coda (di Topolino) tra le gambe: già non siamo più Charlie?

topolinoNon sono contro la fede delle persone ma ho tutta l’intenzione di criticare i rabbini, i preti, i mullah. Persone che interpretano la fede degli altri a fini politici non sempre pacifici. E continuerò a farlo.
Voglio che le vignette tornino a non avere responsabilità.
I vignettisti hanno il diritto di essere irresponsabili.

Luz, vignettista di Charlie Hebdo

  

Dal 7 gennaio la redazione di Sentieri selvaggi vive nel senso di colpa. Uno strano, inquietante silenzio si aggira tra di noi, come se la scelta/non scelta di tacere, di fronte alla strage di Parigi, ci avesse regredito a esseri terribilmente “responsabili”.  Non un editoriale, né un video o una foto del giorno, solo dei dolorosi “retweet”, mentre tutti parlavano, parlavano, parlavano. E noi? Lo ammettiamo: non sapevamo cosa dire!Col cuore spezzato dallo sgomento abbiamo preferito un dignitoso silenzio al chiacchiericcio diffuso del mondo/rete. Poi, passata la tempesta mediatica, timidamente, abbiamo cominciato guardarci negli occhi. Forse alla ricerca di giustificazioni? Qualcuno ha tirato fuori la parola “responsabilità” delle proprie azioni. Sono usciti fuori, vagamente, dei punti di vista, sofferenti ma differenti.

Alla fine il silenzio è stato forse, contemporaneamente, terribilmente giusto e orribilmente sbagliato. Vero la discussione sull’Islamismo non ci appassiona, forse perché siamo troppo “alieni” dalle religioni? Ma se così fosse la morte di alcuni folli dissacratori dovrebbe riempirci di rabbia. Invece siamo capaci di esprimere solo il silenzio. Come se non ci sentissimo in grado di esprimere tutta la nostra vicinanza e solidarietà ai disegnatori e giornalisti di Charlie Hebdo. Come se dentro di (alcuni) di noi rimbombasse la frase, che mai potremmo ammettere al di fuori, “se la sono cercata”.

LuzPunti di vista. Non è un caso che oggi il film più visto al mondo sia quello che mette “al centro della scena” un cecchino, che spara (agli arabi…). E’ come se lo spettatore occidentale, timidamente e vigliaccamente, trovasse in American Sniper una sorta di “vendicatore mascherato”. Quel protettore degli occidentali che è terribilmente mancato la mattina del 7 gennaio a Parigi. Noi abbiamo bisogno di Chris Kyle, sembriamo urlare mentre affolliamo le sale cinematografiche. Eppure il film accenna anche ad altri punti di vista….  Dove siamo? Chi ha ragione? Chi torto? Quali sono i limiti della nostra libertà? Per cosa dobbiamo combattere, oggi?

punti di vistaTante domande, forse inutili, ci girano nella testa.

Forse dovremmo fermarci 12 minuti, e guardare, ascoltare, con attenzione e il cuore disponibile, questa magnifica intervista a Luz, il vignettista che si è salvato dalla strage di Parigi solo perché era il suo compleanno, ed era rimasto a letto con la moglie a festeggiare con torte e dolcetti, arrivando perciò in ritardo alla riunione di redazione….

Guardatela, poi riprendete a leggere, se volete:

“Fare dell’umorismo non uccide nessuno. Non possiamo essere prigionieri del senso dell’umorismo altrui.  Se dobbiamo tener conto delle opinioni del mondo intero allora possiamo tranquillamente stracciare i disegni,via tutto.” (Luz)

La libertà di espressione, oltre che un diritto inalienabile, è prima di tutto un senso morale. Come un vero sesto senso dell’essere umani. Un qualcosa che non è trattabile, non è discutibile, non si presta a mediazioni. Fa parte del nostro essere umani, almeno dall’illuminismo in poi.

topolino-charlie-hebdoPoi, di questi giorni, una notizia passata in sordina, come se nulla fosse: la redazione del settimanale Topolino ha cambiato la copertina del suo ultimo numero, dopo che la precedente, quella che apre questo articolo, era stata annunciata il 28 gennaio scorso.

Queste le motivazioni ufficiali dell’editore:

“La copertina del settimanale Topolino, circolata in questi giorni in Rete sui principali siti di informazione e attribuita all’uscita n.3089 del 4 febbraio 2015, non corrisponde all’immagine definitiva selezionata tra una serie di creatività preparata all’uopo di cui l’immagine divulgata faceva parte. Il numero in oggetto, infatti, si presenterà nelle edicole con una creatività differente (che potete trovare in allegato). La scelta di non pubblicare la creatività erroneamente circolarizzata è stata determinata dalle modalità di utilizzo dei personaggi del settimanale.

Insomma, dall’emozione del siamo tutti Charlie, siamo già alle responsabilità di non pubblicare qualcosa che possa turbare qualcuno. Posso dirlo? La censura (che è la paura) ha già vinto.

Il New York Times rifiuta di pubblicare la copertina di Charlie Hebdo, il nostro Topolino prima spara una copertina solidale poi torna indietro e fa una scelta “silenziosa”. Nessuno deve essere o sentirsi obbligato a pubblicare qualcosa, esiste la libertà di NON PUBBLICARE. Ma qui si era già scelta una cover, la si era persino mostrata in anteprima, nessuno aveva costretto la redazione del settimanale a dare la propria solidarietà a Charlie Hebdo. Oggi tornare indietro, anche questa scelta legittima, è un segnale di come appena calata l’attenzione mediatica mondiale, come una strana paura si aggira tra le redazioni dei giornali. Meglio tacere. Meglio parlare d’altro.

Ecco, qui trovo insostenibile il nostro silenzio di gennaio, per quanto giustificato dagli eventi. Vero tutti hanno parlato e anche troppo, ma noi avevamo e abbiamo il dovere di dire la nostra.

Anche solo pubblicando un’immagine, se le parole non ci bastano più.

concorso iranE’ di questi giorni la notizia, anche questa stranamente circolata poco, del curioso concorso (tra l’altro è la seconda edizione) indetto dall’Iran’s House of Cartoon e il Sarcheshmeh Cultural Complex, dal nome emblematico:   International Holocaust Cartoons Contest.  Insomma: un concorso per vignettisti sulla negazione dell’Olocausto. Al vincitore del Concorso andranno 12 mila dollari.

Chissà perché questa notizia, che pure ha del raccapricciante, mi appare invece dolcemente divertente, al punto che posso immaginare Luz che partecipa e vince il bottino del primo premio…. Perché pur basandosi su una negazione della storia, prova a rispondere alle matite di Charlie con altre matite, e non con i fucili e i mitragliatori. Nella sua aberrante visione, che è pur sempre un altro punto di vista, questo Concorso sembra scegliere l’arma dell’ironia per combattere le vignette satiriche occidentali.

Oggi, forse, dovremmo riflettere sull’esistenza di tanti punti di vista possibili, e sul fatto che tutti hanno diritto ugualmente di essere espressi pubblicamente, anche se non li condividiamo, anzi soprattutto se non li condividiamo. Tutta l’arte è questione di punto di vista. Per questo Mr Turner è un piccolo grande capolavoro….

Intanto Charlie Hebdo, dopo aver venduto 7 milioni di copie (dalle 60 mila precedenti) ed essere passati da 7 a 120 mila abbonati, ha deciso, per il momento, di sospendere le pubblicazioni. Anche loro hanno diritto, come noi, al loro silenzio?

Per quel che ci riguarda, li aspettiamo presto, magari per criticarli e prenderli in giro.

Ma non esiste nessuna ragione per smettere di essere liberi. Nessuna.

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Cinema demenziale e pirateria informatica: la “rivoluzione” di The Interview

the-interviewPrima di parlare del film (e del caso) The Interview di Seth Rogen ed Evan Goldberg (in compagnia di James Franco), può essere utile dare un’occhiata alla tabella, pubblicata da Variety, sui film “più piratati” (ossia scaricati illegalmente) del 2014. Premesso che i dati sono forniti da Excipio, un’azienda americana che combatte la pirateria online (e quindi non sono così “oggettivi”), questa tabella rappresenta comunque un dato interessante: i dieci film più scaricati hanno tutti oltre i 20 milioni di download, fino ai 30 di The Wolf of Wall Street di Scorsese.

hit film piratati variety

Veri o discutibili che siano, questi dati, comunque ci raccontano di un nuovo mercato che, per le Major americane (e non solo) costituiscono una vera e propria “nuova frontiera” del business cinematografico, soprattutto nel momento in cui decideranno di finire l’inutile e perdente guerra alla pirateria e decideranno di fare della rete (come fa già Netflix) un “nuovo modello di business” per il cinema. Per sondare il terreno, c’è voluto lo spirito imprenditoriale demenziale dei realizzatori di The Interview, che hanno operato un vero cambio epocale nelle strategie di promozione e diffusione del cinema. Come? Con un attacco in 7 mosse:

Primo, hanno scelto il nuovo “nemico pubblico n.1” (l’America deve averne sempre uno), che dopo l’uccisione di Bin Laden è diventato il leader nordcoreano Kim Jong Un. Esemplare perfetto: giovane, a capo di una nazione ancora “potenzialmente” in guerra con gli USA (la Guerra di Corea non si è mai ufficialmente conclusa ma ci fu solo un armistizio), con ambizioni nucleari e dichiarazioni antiamericane a tutto spiano.

SSMagazine8Secondo, girare un film completamente folle (ma geniale, diffidate di chi vi dice che è solo “una cazzata”, perché The Interview, oltre ad essere molto, molto divertente – del tutto in linea con quello di cui abbiamo scritto su Sentieri selvaggi Magazine #8Gli idioti alla conquista di Hollywood” - è anche una spietata critica della politica, sia americana che nordcoreana. La prima appare cinica e puramente determinata all’eliminazione del dittatore senza neppure prendersi la responsabilità del fatto – non a caso affida ai due cialtronissimi Seth Rogen e James Franco, regista e star di spettacolari dirette televisive, l’incarico di uccidere Kim Jong Un; mentre la seconda gioca tutta sulla “finzione” ovvero la narrazione di una falsa Nazione, ricostruita ad uso dell’ingenuità di chi se la beve). Straordinario remake in chiave demenziale del Frost-Nixon di Ron Howard (peraltro ampiamente citato), mixato con The Great Dictator di Chaplin e Spie come Noi di Landis…

Terzo, si aspetta. Ed ecco arrivare prima la disapprovazione ufficiale del Governo Coreano, poi gli attacchi hacker alla Sony.

Quarto, si opera una “finta distribuzione” nelle 2000 sale, che però si rifiutano di proiettare il film temendo ritorsioni terroristiche.

Quinto, si produce la reazione nientemeno che del Presidente Obama, che interviene a difesa della libertà di espressione degli americani.

Sesto, si prepara una lista di sole 300 sale, diffusa in rete, che accettano di proiettare il film (in realtà le altre non lo accetteranno non tanto per paura di attentati ma per rifiutare la contemporaneità con la distribuzione online).

Settimo, si lancia contemporaneamente il film online, prima dei pirati!, ottenendo in pochi giorni oltre 15 milioni di dollari solo dalle visioni in rete (un vero record, sicuramente per la Sony)the interview frost nixon

Ora il sospetto che questa operazione non sia del tutto spontanea e casuale viene forte. Ci sono infatti già forti sospetti che dietro gli attacchi hacker non ci siano i nordcoreani ma ex dipendenti della Sony… Insomma questa è una vera e propria sfida alla distribuzione attraverso diversi canali contemporaneamente (iTunes oltre che sulle piattaforme Xbox Live, YouTube, Google Play, Microsoft’s Xbox Video, Sony’s streaming site), uniti a una distribuzione mirata nelle sale. Certo la promozione marketing del caso internazionale ha aiutato, ma forse un giorno ricorderemo questo film come quello che ha cambiato per sempre le regole della diffusione di film, aprendo definitivamente a Internet il mercato cinematografico mondiale. interview-trailer-2 Del resto, se riguardiamo le classifiche dei download pirati, non possiamo non vedere che quei numeri, quel pubblico enorme, potrebbe fatalmente riversarsi sulla visione “legale” dei film, a condizione che l’offerta sia conveniente economicamente, facile da acquistare, veloce da utilizzare, di ottima qualità da vedere.

the interview online

In attesa della pioggia di DVD del film The Interview, sui cieli della Corea del Nord…. il film si trova già facilmente sui canali pirati in rete. E la Sony dovrà affrontare la causa con la cantante sudcoreana Yoon Mi Rae, che ha chiesto un milione e mezzo di milioni di dollari per i diritti di un suo brano che è stato utilizzato nel film senza averne i diritti… 

 

PS: aggiornamento del 7/1/15: The Interview ha incassato per ora 36 milioni di dollari, 31 dalle vendite online e video on demand e altri 5 milioni ai botteghini dei 548 cinema dove è in programmazione (fonte Ansa).

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Responsive Cinema?

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Ci voleva The Knick, e la mano audace e sottilmente perversa di Steven Soderbergh, a ricordare che il Cinema e i Raggi X sono “nati” nello stesso anno, 1995 (L’8 novembre 1895, Wilhelm Röntgen e il 28 dicembre 1895, Louis e Auguste Lumière).

Può sembrare una semplice congettura, una casualità dettata dal periodo della storia dell’umanità con il maggior numero di scoperte ed invenzioni nel giro di pochi anni (tra fine Ottocento e inizio Novecento venne inventato tutto ciò che utilizziamo comunemente ancora oggi). Eppure in queste “pellicole al negativo” ci sta dentro tutta il nostro essere diventati, improvvisamente, dei “corpi trasparenti”, apparentemente riproducibili attraverso una rappresentazione bidimensionale di noi stessi. Il corpo dentro, il corpo fuori. Come siamo fatti dentro, lo si scopriva per la prima volta (su esseri viventi), in attesa che negli stessi anni la Psicanalisi di Freud e Jung se ne occupasse per l’area Psiche. (“L’interpretazione dei sogni” è del 1899).

Ma al di là di queste connessioni impressioniste – chi ci ha insegnato a conoscerci dentro meglio, il Cinema, la Psicanalisi o i Raggi X? – la sensazione è che in questa “rinascita del cinema”, che sembra evocare The Knick, ci sia una sorta di autoriflessione sul ruolo che le Serie Tv hanno ormai assunto, quasi definitivamente. Possiamo dirlo? Le Serie Tv stanno al cinema di oggi un po’ come i primi film di David Work Griffith Bitzer-L.-and-D.-W.-Griffithstavano al cinema delle origini. Ovvero: la riscrittura complessiva della narrazione per immagini. E’ una rivoluzione dalla quale “non si può più tornare indietro”. E improvvisamente il cinema, quello che continuiamo a vedere in sala o da qualche parte, ci appare così piccolo… Le storie ci sembrano troppo compresse, i personaggi appena abbozzati, gli incroci narrativi spesso improbabili e forzati. E nei Festival le Serie Tv cominciano ad occupare gli schermi, dimostrando che non temono il confronto del “grande schermo” (e in questo True Detective, girato in pellicola!, meriterebbe davvero una distribuzione cinematografica per meglio esaltarne le qualità fotografiche).

Insomma il cinema non basta più. Ha bisogno di espandersi, allargarsi, per meglio adeguarsi ai cambiamenti tecnologici, cosa che ha sempre fatto nel corso di un secolo e passa di vita. Qualcuno, vedi Peter Jackson, prova a rilanciare lo scontro alzando l’asticella: il mio film diventa una “serie” di oltre otto ore, divisa in tre puntate. Ma non basta, la lunghezza. Aumento le definizione. E vado a intoccare quello che per un secolo era stato una piccolo “dogma”: il cinema è fatto di immagini a 24 fotogrammi al secondo. hobbit-48fps-02Giro in 5k e a 48 fotogrammi al secondo! (“Stiamo effettivamente girando a un frame rate maggiore. La cosa importante da capire è che questo procedimento implica girare e proiettare a 48 fps, piuttosto che i tradizionali 24 fps (i film sono stati girati a 24 fotogrammi al secondo sin dalla fine degli anni venti del secolo scorso). Quindi il risultato è comunque a velocità normale, ma l’immagine migliora enormemente in chiarezza e nitidezza. Guardare a 24 fps può sembrare normale, e abbiamo visto tutti i film in questo modo negli ultimi 90 anni, ma spesso c’è molta sfocatura in ciascun fotogramma, durante i movimenti veloci, e se la cinepresa si muove in giro rapidamente l’immagine potrebbe sfarfallare”).

Il risultato? Lo conosciamo solo in parte. “Lo Hobbit 3 ha risposto alle critiche del film precedente, “inguardabile” per molti recensori, con la messa a punto del sistema 3D-HFR (High Frame Rate) che raddoppia i 24 fotogrammi al secondo del cinema tradizionale. Una velocità che atterrisce l’occhio e fa vedere “troppo”. Il maldimare sembra ora scongiurato, ma la maggior parte degli spettatori eviterà la prova. Motivo, la mancanza di attrezzature adeguate nelle sale, per cui il film sarà distribuito anche nei formati 2D, 3D e Imax3D” (Mariuccia Ciotta su Pagina99)

Vedere troppo, sembra diventato il nuovo limite da superare. Dove può arrivare il nostro sguardo?

Quante immagini e quante informazioni può recepire il nostro occhio, già mutato dalla rivoluzione degli schermi e dei dispositivi lanciata da Steve Jobs?

master of sexQuante storie e personaggi possiamo raccontare in “contenitori narrativi” non più di un’ora e mezza/due, ma più brevi e più lunghi contemporaneamente, per meglio adeguarsi ai tempi del consumo di immagini di oggi, con formati di 50/60 minuti al massimo, ma riproducibili in sequenza fino a dieci, venti, trenta e passa volte, a seconda del gradimento del pubblico.  Ecco che ogni storia ha un doppio respiro: da un lato quello della narrazione “per capitoli”, la puntata di 50 minuti, che puo’ avere anche un’unità di tempo e personaggi (esemplare la terza puntata della seconda serie di Master of Sex, master of sex FIGHT“Fight”, tutta ambientata in una stanza d’albergo con i due protagonisti della storia – il sessuologo William Masters e la psicologa Virginia Johnson interpretati da Michael Sheen e Lizzy Caplan - , mentre nello schermo televisivo dell’epoca si trasmette un epico incontro di box tra Archie Moore e Yvon Durelle, datando magnificamente con precisione l’episodio alla sera del 10 dicembre 1958); dall’altro la nuova lunghezza delle narrazioni di oggi permettono approfondimenti prima inconcepibili, sia a livello narrativo che, soprattutto, nelle sottostorie dei personaggi “minori” che, finalmente, trovano il loro spazio per esprimersi e diventare parte integrante e solida della serie.

E così mentre le Serie Tv stanno, di fatto, diventando “il cinema del XXI secolo”, quello che rimane del “vecchio cinema” si ritrova smarrito e perduto, tra formati e nuove tecnologie, che ne permettono la sua “distruzione” e ricostruzione a chiunque. Ed ecco la polemica del Direttore della Fotografia Gabriel Kosuth  che protesta contro “chi ha ucciso il colore” dell’ultimo film di Paul Schrader, The Dyng of The Light, rimaneggiato dai produttori e infine disconosciuto anche dal regista.

paul-scharder-_-gabriel-kosuthAltro che colorizzazione dei film in bianco e nero degli anni Ottanta: qui si opera sulla Color Correction per modificare la tessitura stessa del colore scelto da Schrader e messo in campo da Kosuth, che scrive: “Paul Schrader ha voluto un approccio espressionista dove il colore non si limita a rappresentare stati d’animo e sentimenti, ma significati e simboli. Questo è il motivo per cui ha insistito che il colore fosse incorporato nella stessa fibra dell’immagine – utilizzando filtri su lenti e luci colorate – per  scolpire l’immagine stessa con il colore. Eliminando chirurgicamente il colore espressionista dall’immagine – il giallo-verde pallido delle scene africane, il denso seppia-cioccolato di quelli americani, e il verde-bluastro da quelli europei – un autore sconosciuto ha offerto al pubblico non solo caricatura storpiata di tutto, ma una raccolta di immagini prive di anima, emozione e significato.”

Siamo partiti da The Knick e siamo finiti, inevitabilmente, su Paul Schrader, forse oggi il più acuto cineasta che sa riflettere sul “cosa è diventato il cinema” (e infatti sta lavorando a un web serie!).

Ecco cosa disse nel suo short movie per i 70 anni della Mostra di Venezia:

Paul Schrader sulla High Line, 29 maggio 2013.

“L’epoca del mio ingresso nel cinema era un periodo di crisi, di rivolte: la rivoluzione delle droghe, del sesso, i diritti dei gay, i diritti civili, delle donne, la lotta al sistema dominante. Servivano dei nuovi eroi, dei nuovi argomenti per il cinema. Per 15 anni abbiamo avuto film interessanti. In tempi di crisi i film sono “contro”. Oggi la crisi è nella forma, non nei contenuti. Non sappiamo cosa sono i film, quanto durano, come si guardano, dove si guardano, come si pagano. Sembra più il 1913 che il 2013. Si fa tutto al volo. Il cinema sta subendo un cambiamento profondo. Ogni settimana c’è qualcosa di nuovo. Nessuno sa come sarà. Niente più proiezioni al buio davanti a un pubblico. Roba da 20º secolo. Attenzione! Il contenuto è fatto da personaggi, storia, musica… La  forma sta nella presentazione. Il contenuto è il vino e la forma è la bottiglia. Non c’è contenuto senza forma e non c’è vino senza bottiglia. Se la forma cambia, il contenuto non è stabile. Non si può fare un film rivoluzionario in mezzo a una rivoluzione. Forse questo periodo di transizione potrebbe non essere una transizione, ma uno stato d’innovazione tecnologica permanente, che non resta mai stabile e non raggiunge mai il punto in cui il contenuto regna sovrano. Ciao, Venezia!”

Non sappiamo cosa sono i film, quanto durano, come si guardano, dove si guardano, come si pagano…

Come si realizza oggi un film, come lo si guarda, come lo si pensa o recensisce? Su quale supporto di visione, in quale formato, dispositivo di riproduzione, momento della nostra vita lo vediamo?

imac3 cinema responsiveForse chi fa cinema, o quello che è, oggi, dovrebbe davvero immaginare un prodotto “responsive” (un po’ come i siti web di adesso, con Responsive Web Design), ovvero un qualcosa capace di funzionare perfettamente (a livello di inquadratura, di luce, di storia, personaggi, ecc…) su qualsiasi dispositivo possibile, dal cellulare all’IMAX, in 2D o 3D, in 4-5k, in 24 o 48 (o 60?) fotogrammi, insomma un film che sappia parlare a tutti i nostri sensi rinnovati antropologicamente dalla rivoluzione tecnologica di questi anni.

Come si può fare Responsive Cinema? Di quali competenze abbiamo bisogno e, soprattutto, come stiamo cambiando come spettatori nel nostro modo di recepire storie e immagini e suoni e dimensioni?

Sembra una sfida impossibile. E allora forse ha ragione Paul Scharder, che ricitiamo: “Forse questo periodo di transizione potrebbe non essere una transizione, ma uno stato d’innovazione tecnologica permanente, che non resta mai stabile e non raggiunge mai il punto in cui il contenuto regna sovrano

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Alla corte di Kublai Khan

Locandinamarco_polo-99425102Rendez-vous di fine anno dedicato ad una serie tv. Come del resto avevo aperto lo scorso gennaio anticipando (sono consapevole di scivolare su una brutta buccia d’orgoglio) il successo di pubblico e critica di True Detective . Per chiudere questo 2014 siamo, decisamente, su un altro terreno: Marco Polo. Una  produzione (10 episodi) da 90 milioni di dollari del colosso dello streaming Netflix (House of Cards, Hemlock Grove, Orange si the black e Lilyhammer). Negli Usa l’hanno già ribattezzata Game of Thrones in Cina, per paragonarla con la produzione fantasy Hbo ambientata nel medioevo. Ma sarebbe riduttivo. Per noi italiani, ‘popolo di santi, poeti e navigatori’, Marco Polo è il paradigma di questa consumata definizione e Il Milione, il libro di riferimento di questa avventura. Senza dimenticare lo sceneggiato Marco Polo  internazionale diretto nel 1982 da Giuliano Montaldo. Marco Polo insieme al padre Niccolò e allo zio Matteo, mercanti di razza, arrivarono in Cina percorrendo la via della seta: l’Anatolia, l’Armenia, il fiume Tigri, Mossul e Bagdad, la Persia e il deserto del Gobi, fino al fiume Giallo e poi Khnabaliq, l’antica Pechino. Qui l’incontro con l’imperatore mongolo Kublai  Khan (nel primo episodio) e l’immersione nelle tradizioni e nelle faide che devastavano la Cina. Fin qui la storia.

La nuova serie tv Marco Polo è firmata da John Fusco (sceneggiatore di Young Guns, BG_Marco Polo trailerHidalgo e Spirit: cavallo selvaggio; oltre ad essere un campione di arti marziali – ampiamente usate in molte scene): il primo episodio (The Wayfarer) è andato in onda in Usa il 12 dicembre ed è diretto dal duo norvegese Joachim Ronning e Espen Sandberg (Bandidas). Vede come protagonisti alcuni volti del nostro cinema: in primis nei panni di Marco Polo il convincente Lorenzo Richelmy (Sotto una buona stella, Il pranzo della domenica, I liceali, I Borgia) il padre è l’inossidabile, ormai a suo agio nelle produzioni internazionali, Pierfrancesco Favino. Il tema musicale della serie è scritto da Daniele Luppi, apprezzato ‘composer’ in Usa.

marco-polo-tv-review-netflixL’Italia è stato il set anche di alcune scene, insieme al Kazakistan e la Malesia. Decisamente intrisa dall’estetica del ‘Wuxia’, ovvero gli eroi marziali della tradizione cinese tornati in auge nel cinema mainstream con il successo de La tigre e il dragone, Marco Polo sembra ritagliarsi un suo personale spazio tra le produzioni che in questi ultimi tempi hanno tentato di riscrivere con la serialità anche la storia: I Borgia, Roma, Spartacus, Salem, Game of Thrones. In un racconto attento a coinvolgere lo spettatore, l’esuberanza intellettuale del giovane Marco Paolo di fronte al grande Kublai Khan e la sua indomabile voglia di conoscere ed esplorare l’anima di questo antico popolo, che in una forma tutta personale lo adotta, è una scintilla ben congeniata (nel primo episodio) per scatenare la vorace e severa cuorisità dello spettatore seriale. Non mancano la seduzione dei sensi e l’erotismo della corte, la sanguinaria voglia di potere e l’imponente macchina scenica che apre le porte della città proibita allo sguardo assetato del giovane veneziano.

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Secondo tempo – Il venditore di medicine vince in Usa

ilvenditoredimedicineCome un secondo tempo. O un’altra vita. Il venditore di medicine di Antonio Morabito ha vinto il Nice, New Italian Cinema Events, di S.Francisco (Usa), la competizione del cinema italiano all’estero che si è tenuta a New York e San Francisco. Il film ha ottenuto la maggioranza dei voti dal pubblico statunitense. Avevo già parlato ampiamente del film di Morabito, portato in anteprima lo scorso anno al Festival del Cinema di Roma e uscito poi a fine aprile. Il venditore di medicine, come spesso capita, ha continuato il suo viaggio fuori dalla sale italiane. Pur comportandosi bene al botteghino e nelle vendite all’estero. Altri festival in giro per l’Italia e l’Europa, incontri e dibattiti per raccontare e parlare del film. A metà dicembre uscirà in Dvd e questa potrebbe essere l’occasione per recuperarlo.

Il destino ha voluto che proprio in questi giorni sia esploso il caso dei decessi dopo laVenditoredimedicinealRff somministrazione del vaccino antinfluenzale. E qualche settimana fa un’inchiesta dei Nas dei Carabinieri ha portato agli arresti domiciliari una dozzina di pediatri che ‘spingevano’ il latte in polvere alle mamme in cambio di viaggi e Ipad. Ecco, forse è il caso di recuperare Il venditore di medicine e un consiglio alla Rai, il film è distribuito da Luce Cinecittà, perché non provare a trasmetterlo in prima serata. Magari al posto di uno dei tanti inutili talk show politici che cannibalizzano la realtà per poi strumentalizzarla. C’è chi con il cinema ha raccontato cosa si nasconde dietro il business dei farmaci.

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La generazione ‘Class’

Cover-_Francesco-Pacifico_Vite-infelici-di-romani-mantenuti-a-New-York-200x300Non sono ancora mai stato a New York, non ho amici registi o attori che ci vivono o hanno provato a ‘sfondare’ lì, ho sempre guardato con invidia provinciale chi, alla gavetta a Roma o in qualche capitale Erasmus, preferiva e poteva permettersi la fuga in America. E allora? Quando ho chiuso con l’ultima fatica letteraria di Francesco Pacifico ‘Class-vite infelici di romani mantenuti a New York’ (Mondadori) ho tirato quel sospiro finale che ti fa riprendere dopo una lunga immersione. Quel ritornare al mondo, dopo un’altalena di sentimenti ed emozioni. Effetto di un approccio raffreddato alla narrazione, che Pacifico riesce a calibrare come un sapiente regista (e in questo romanzo di oltre 300 pagine il cinema e le visioni hanno un ruolo determinante)  con l’uso di un personaggio (sarebbe meglio dire un attore) o di una storia altrui come specchio per una mediazione nei confronti del reale. Roma-New York A/R: le vite di Ludovica (La sposina) , di Lorenzo (il marito) regista di un corto (brutto e troppo italiano) che vuole affermarsi come autore nella Grande Mela. La libreria nel quartiere Trieste e il trasferimento a NY. Il circo di amici e conoscenti, Berengo, Cugino Hitler, Marcello e poi Gustavo Tullio e il premio Pulitzer James Murphy. Il cinema, oggi, come ricorda spesso Marco Muller, direttore della Festa internazionale del film di Roma, si nasconde negli spazi più nascosti, sta a noi scovarlo.

Per Pacifico il racconto è solo un primo ‘schermo’ sul quale proiettare il suo ‘film’ vero e New York Williamsburgproprio: non un mezzo per veicolare un messaggio ma per farci immergere, appunto, nelle vite disperate e così emozionate di questi mantenuti romani a NY (che forse è il messaggio). Fanno sesso, ovunque, e lavorano poco (altro che articolo 18 qui siamo già oltre) si confessano, molto, senza però cercare nessuna assoluzione. ‘La realizzazione personale di un borghese non vale il denaro che costa’, avverte Pacifico nella prima frase del romando; dimostrando fin dall’inizio quale Stella Cometa seguire. Meno ‘giovani, carini e disoccupati’, più hipster maledettamente snob (certificati Williamsburg se possibile) con appartamento a NY. Potremmo essere in quel territorio sospeso tanto caro a Jim Jarmush, le sue aperture rarefatte sul passato e la capacità di depurare le storie, autore caro a Pacifico  (ho avuto delle dritte a proposito) come Robert Altman (le connessioni e l’umanità dei personaggio) e Luchino Visconti (il lirismo di alcune magnifiche scene d’interni). Per ora non c’è ancora una sceneggiatura pronta (sempre la stessa dritta) ma ‘Class’ sembra scivolare nella nuova frontiera del linguaggio, quello spazio in cui il cinema oggi si nasconde e aspetta di essere scoperto. Non facciamolo aspettare.

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Nessun futuro, nessun futuro per noi

Oggi i film e le serie migliori ci chiedono di identificarci con dei mostri. Li vediamo agire come mostri, ma proviamo empatia per loro. La moralità che ancora si cela dietro i corpi dei protagonisti di Her, Locke e All is lost, corpi appunto “resistenti”, che si aggrappano alla morale nel vano tentativo di ricostruire l’umano, svanisce – forse definitivamente – con l’arrivo di Devereaux, (Welcome to New York) e Frank Underwood  (House of Cards).

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«Un gran uomo una volta disse: Tutto riguarda il sesso. Tranne il sesso. Il sesso riguarda il potere».   Frank Underwood, House of Cards

“Nessuno vuole essere salvato”.   Devereaux, Welcome to New York

Non ce la possiamo fare. Forse, davvero, Tutto è perduto. Quali altre trasformazioni deve subire, l’uomo del XXI secolo, per “stare al passo” con i cambiamenti culturali, che lui stesso, probabilmente involontariamente, ha spesso causato?  L’umano venuto via dal ‘900 non basta più, oppure, meglio ancora, era troppo. Certo è il secolo di grandi pensatori e rivoluzioni, di grandi cambiamenti e di una capacità di adattamento alla mutazione che sembravano rilanciare l’uomo (il maschio) come elemento centrale, affascinante e insostituibile del pianeta Terra. Sopravvissuto a due spaventose Guerre Mondiali, alla Coca Cola e alla Bomba Atomica. E il ‘68 poi, non aveva fatto altro che rilanciare con forza “il grande sogno” di un uomo capace di ricostruirsi totalmente, quasi dalle proprie stesse ceneri. Sopravvissuto alla nascita della “condizione giovanile”, e alle rivolte dei teenagers nei paesi ricchi occidentali, sopravvissuto al femminismo e alla messa in discussione dei ruoli nella società moderna, sopravvissuto alle rivolte coloniali, all’orgoglio black e a quello gay. L’uomo del ‘900 era un sopravvissuto a tutto, così forte e sicuro di se della propria capacità di autoconservazione (del potere?), da apparire, in alcuni momenti, invincibile, immortale.

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15 anni dopo il passaggio di secolo (e millennio) lo scenario appare già post-catastrofe. Gli “uomini forti” del 900 uno ad uno sono passati a miglior vita (ultimo, Nelson Mandela). Giorni fa è scomparso a 97 anni l’ultimo uomo dell’equipaggio che lanciò la bomba atomica su Hiroshima (senza alcun senso di colpa, ha sempre raccontato). Domani, presto, non ci sarà più neanche un reduce dal campo di Auschwitz.

L’uomo del 21° secolo, che ancora viene dal 900, è un uomo allo sbando. Moralmente e fisicamente. Quale che siano le scelte morali che compie queste gli si ritorcono contro e non creano alcun “valore aggiunto”, qualcosa di cui le generazioni successive potranno tenere per se, non tanto come ricorso, ma come esempio, vitalità, scelta civile e coraggio.

Il cinema e la tv sembrano raccontarci questo inesorabile e inevitabile declino. Ne abbiamo anche già parlato, da queste parti, dell’Ultimo umano possibile.  Film come Her, Gravity, Locke, Tir, All is Lost, Under the Skin. Mi autocito (scusandomi per il refrain): “Un salto indietro. Come se passassimo dall’era delle reti all’invenzione della stampa, o ancora più dietro a quella della scrittura. Un salto antropologico al contrario, per reinventare l’umano. Ma non è possibile. L’uomo del Novecento sembra destinato ad essere l’ultimo umano possibile, prima della “grande mutazione”.

Ma questo ultimo umano, mentre si manifesta con splendidi e discutibili capolavori cinematografici, sembra già essere pronto a dissolversi. La moralità che ancora si cela dietro i corpi dei protagonisti di Her, Locke e All is lost, corpi appunto “resistenti”, che si aggrappano alla morale nel vano tentativo di ricostruire l’umano, svanisce – forse definitivamente – con l’arrivo di Devereaux, (Welcome to New York) e Frank Underwood  (House of Cards).

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Frank Underwood (Kevin Spacey), il politico cinico della serie televisiva americana, tra le più crude e spietate di questa ultima stagione, è già oltre “il peccato”. Non ambisce al denaro ma al potere. Non ambisce al possesso fisico delle persone ma a quello psicologico del dominio. Tutta la sua vita, le sue giornate faticose, sono incentrate sulla “corruzione morale”, sulla messa in scena di un azione “politica” tutta indirizzata verso i suoi magnifici quanto miserabili fini di potere. Potere visibile ma “occulto”, perché Underwood preferisce stare una fila dietro a coloro che combattono in prima linea, che sono naturalmente il “bersaglio dei nemici”.  Ed ecco la sua azione quotidiana che si nutre di obiettivi da manipolare, uomini deboli e forti da gestire, donne in ruoli chiave da rendere innocue se non complici. Tutto il suo repertorio, di frasi ad effetto e azioni spietate, sono indirizzate verso l’obiettivo della “manipolazione del reale” ai propri fini. Anche se questo dovesse portarlo al gesto più estremo dell’uomo, l’omicidio. Ma in tutto questo Underwood, uomo brillante e di successo, deve attraversare dei campi fatti di sconfitte e tradimenti improvvisi. Si crede manipolatore e si scopre manipolato. E infine assolutamente incapace di prevedere le mosse delle due donne (la moglie e la giovane giornalista) apparentemente complici della sua vita.

Il suo cinismo, che rappresenta la sua forza, che ci dispiega direttamente parlando in faccia agli spettatori (“Dovete sapere che io odio i bambini!”), è la sua nuova forma di empatia: sono odioso e insopportabile ma il mondo di oggi è questo e per sopravvivere devi essere cosi, sembra dirci.

Non sappiamo ancora il sue destino nelle stagioni seguenti della serie, ma non sembra intravedersi, all’orizzonte, alcuna redenzione possibile.  Frank Underwood è destinato ad essere superato dal suo stesso metodo di sopravvivenza da squalo. Nessun futuro, nessun futuro (anche se diventerà Vicepresidente, nuovo ruolo per i sotterfugi di potere).

Devereaux (Gerard Depardieu), è l’ultima deriva possibile. Un personaggio che non ha neppure (bisogno di) un nome. Si occupa di finanza, quindi del grande potere economico. Qualcuno vorrebbe candidarlo a Presidente. Ma è un uomo prigioniero del suo stesso appetito sessuale. Prima di finire in carcere, accusato di aver aggredito sessualmente una cameriera, Devereaux lo vediamo passare da una camera all’altra di alberghi di lusso, per godersi dei festini in compagnia di donne ben pagate per assecondarne gli istinti animaleschi. Ma quella vita di godimenti immediati, fatta di sesso, alcool, dolci e altro, è già una prigione. Le camere d’albergo non sono poi così tanto diverse dalle celle che per un po’ dovrà frequentare così come dagli arresti domiciliari cui finirà condannato. Devereaux non ha più niente, dell’umano possibile, da essere salvato. Non vuole essere salvato, sa bene che non c’è alcuna redenzione per lui. Si aggrappa al potere per godere della propria malattia. Consapevole di questo suo peccato insaziabile. Consapevole del baratro. Consapevole della fine.

Oggi i film e le serie migliori ci chiedono di identificarci con dei mostri. Li vediamo agire come mostri, ma proviamo empatia per loro. Proviamo persino le loro sofferenze, mentre li vediamo causarne tante ad altri, sicuramente “più innocenti” di loro. Non c’è bisogno di arrivare all’Apes Revolution, per capire, facilmente, che i mostri siamo noi. E non manca più di tanto tempo perché la Storia possa finalmente fare a meno dell’Uomo, almeno quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi. Nessun futuro, nessun futuro, per noi.

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Luci di morte

Forse dovremmo tutti fare un viaggio nello spazio, almeno una volta. E osservare, dalla “giusta distanza”, quello che avviene sulla Terra. Probabilmente la scelta di un punto di vista diverso cambia la percezione stessa delle cose, della vita come, purtroppo, della morte.

Alexander Gerst

Questo tweet, dell’astronauta tedesco Alexander Gerst, ha davvero “fatto il giro del mondo”. In poche ore ha avuto oltre 38mila retweet, e un numero incalcolabile di visualizzazioni, anche sui principali giornali di tutto il mondo.

E’ una semplice foto, tra le tante che l’equipaggio della stazione ISS, ci manda dallo spazio attraverso quel fenomenale veicolo di comunicazione che è Twitter. Ne abbiamo viste anche in passato, di queste foto “dal cielo”, immagini di luce e di buio, immagini di diverse civiltà. Ogni volta che abbiamo visto queste immagini, avevamo una sorta di “lettura automatica” ricorrente: la luce è la vità e la civiltà (elettrica), il buio è la morte, comunque l’oscurità del passato, vigente solo in territori inesplorati o sotto crudeli e anacronistiche dittature.

Ma nell’immagine che Alexander Gerst ci ha inviato, “La mia foto più triste“, questa dicotomia luce/vita buio/morte, ci appare improvvisamente rovesciata.  Le luci sono le esplosioni e i razzi che sorvolano Gaza e Israele. Le luci sono portatrici di morte.

Ecco che un’immagine si pone come “nuovo sguardo” possibile, rilanciandoci negli occhi la tragedia enorme in atto. “we can actually see explosions and rockets flying over #Gaza & #Israel“, scrive nel tweet: Noi possiamo vedere la guerra, ORA, sotto forma di luce.

Non mi permetto di scrivere con un punto di vista personale sul conflitto che da tanti troppi anni insanguina quei territori. A volte leggo dei titoli sui giornali e mi chiedo se sono gli stessi che leggevo da ragazzo degli anni settanta… La questione è talmente complessa ed evidentemente “senza soluzione” che qualsiasi riflessione mi appare scoraggiante e superflua.  Bombe “intelligenti”, “civili come scudi umani”, “danni collaterali”, accuse reciproche di commettere atti illegittimi, come se la guerra potesse essere mai definita “legittima”. Certo come scrivono alcuni è una guerra “asimmetrica”, perchè combattuta da due realtà che hanno potenza economica e tecnologica lontanissima. Come scrivono Nicola Perugini e Neve Gordon su Al Jazeera (tradotta da Internazionale 1061), “gli abitanti della strisica di Gaza sono bombardati da aerei all’avanguardia e da droni, ma non hanno rifugi dove scappare e non possono lasciare il paese. Gli abitanti di Israele, invece, sono bombardati con razzi artigianali, molti dei quali sono intercettati dal sistema di difesa Iron Dome. La maggior parte della popolazione israeliana può nascondersi nei rifugi o spostarsi in zone che sono fuori dalla portata dei razzi“.

Questo però non vuol dire che il crimine di lanciare dei razzi sulla popolazione israeliana sia “meno grave” di quello di lanciarli sulla popolazione di Gaza, solo perchè i primi hanno un sistema di difesa e gli altri no. Un crimine è un crimine, anche se non riesce fino in fondo.  Sullo stesso settimanale Giovanni De Mauro pubblica un’agghiacciante elenco dei 132 palestinesi sotto i 18 anni uccisi tra l’8 e il 21 luglio 2014, a Gaza.  Terribile. Al 22 luglio i morti sono 635 tra i palestinesi e 29 tra gli israeliani. Forse anche quei 29 meriterebbero di essere citati. Forse dovremmo citarli tutti, con nome e cognome, e riempire i nostri giornali solo ed esclusivamente dei loro nomi, magari anche dello loro facce, delle loro storie. Forse solo restituendo a questi numeri una qualsivoglia “fisicità”, qualcosa che letteralmente “occupi spazio” potremmo essere meno distratti e comprendere l’atrocità di questa guerra (come pure di quella, dimenticata, che si combatte in Siria).

Uomini e scimmie

Apes-Revolution-Il-pianeta-delle-scimmieBeh, bisogna ammettere che è quasi impossibile non pensare a Gaza, e a questa guerra infinita, vedendo Apes Revolution, l’ultimo capitolo della nuova serie sequel del Pianeta delle Scimmie. Per quanto i due protagonisti, Cesare (Andy Serkys) e Malcolm (Jason Clarke) si impegnino a forzare la “naturale” bellicosità di uomini e scimmie (sopravvissuti a un terribile virus che ha sterminato la vita sul pianeta Terra, che – anche qui – viene mostrata come una “visione dallo spazio”, con le luci del pianeta che si spengono con il diffondersi della morte…), per quanto cerchino di fornire atti di fiducia, di amore, c’è sempre nell’ombra qualcuno che invece sembra preferire la “magnifica semplicità” della guerra come “risoluzione di conflitti”.  Il film diretto da Matt Reeves, sembra partire da presupposti “spielberghiani”, e il modello di riferimento del film, per gran tratti, è assai più E.T. che non il vecchio ciclo delle scimmie di fine anni sessanta. Ma al contrario delle storie del cineasta di Cincinnati, il film non sembra molto ottimista sulle possibilità del cuore e della ragione di prevalere sull’irrazionalità della Storia. E se per un momento possiamo immaginare la “fine del conflitto”, resta quell’inquietante finale – perdonatemi lo spoiler – sugli occhi di Cesare, che non sembrano affatto quelli della “pace a tutti i costi”. Come se anche la scimmia intelligente e dotata di compassione, possa essere attratta dal “lato oscuro della forza”…

apes revolution

 

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