Patiboli, anteprime, balli e vertigini.

Avere l’anteprima del proprio film per un regista è una sorta di momento catartico, potenzialmente capace di rivelarti il senso della vita o di certificare il crollo di tutte le illusioni; è come cercare di tirare fuori dal cilindro un coniglio senza però aver provato il trucco sufficienti volte – spesso non riesce e ti ritrovi tra le mani un mazzo di fiori o ancor peggio un bastoncino molle e inutile.

  Screenshot 2017-03-14 23.34.10Le ultime due settimane sono state una sorta di buco nero della memoria, tanto sono state complesse, veloci, liquide, causa l’Anteprima Nazionale del mio ultimo film documentario “Biografia di un amore” e la successiva anteprima toscana a Firenze.

Avere l’anteprima del proprio film per un regista è una sorta di momento catartico, potenzialmente capace di rivelarti il senso della vita o di certificare il crollo di tutte le illusioni; è come cercare di tirare fuori dal cilindro un coniglio senza però aver provato il trucco sufficienti volte – spesso non riesce e ti ritrovi tra le mani un mazzo di fiori o ancor peggio un bastoncino molle e inutile che penzola di fronte agli occhi muti di un pubblico che non vede l’ora che tu esca nel desolante vuoto del retropalco. Allora nella sala giace un silenzio tondo e metallico, tombale direi, dove si infrangono inesorabili le speranze di qualcosa che ti restituisca almeno in minima parte mesi, spesso anni, di sacrifici, compromessi, ritardi, che valgono però solo per te e non per il pubblico che non ne sa nulla e sta guardando solo un semplice film. E’ un salto nel vuoto, un rischio non calcolato, imprevedibile. Perchè fino a quando il film è sul monitor della sala di montaggio è una struttura mobile, ancora possibile di smottamenti, modifiche, passi indietro, quindi foriero di speranza. Una volta usciti da lì però è la sconfinata solitudine del giudizio, lo stimolante pericolo di un incontro/scontro con la sala, con l’infinita combinazione di un binario che hai costruito con le tue mani ma sul quale devono scivolare soggettività ed anime che non puoi controllare, ognuna delle quali diversamente ricettive e quindi tenute a ricrearsi in autonomia il senso, il sentimento del film. La sala allora puo’ essere dolce come un abbraccio o tagliente come una lama arrugginita. Tu sei esattamente nel mezzo e ancora non sai se sarai stretto tra due morbide braccia o dal ferro freddo di un metallo che si chiude su se stesso.

Screenshot 2017-03-14 23.33.31Ti avvii quindi all’anteprima con uno sguardo pari a quello di un condannato a morte. A volte sembra di percepire il sibilare luminoso della ghigliottina nel sole. I sorrisi si diffondono come miele. Le persone si sistemano in sala, in attesa, avvolte da un brulichio curioso e compiacente, speranzose di trovare conferma di quello che tu, a parole, hai nel corso dei mesi anticipato, un modo per alimentare l’attesa di quanto stavi preparando o forse, ancor di più, un modo per rassicurarti, per dirti che ce la stavi facendo, che qualcosa sarebbe uscito da quel lungo e faticoso lavoro di nervi, cuore e pensieri. Entri in sala, ti osservi attorno cercando di individuare negli sguardi delle persone quello che potranno sentire, pensare, di intuire in qualche modo l’esito della serata, quanto davvero potranno capire di quello che hai cercato di raccontare. Solitamente il posto del regista durante un’anteprima è esattamente nel mezzo della sala (nel centro esatto dell’uragano insomma), immaginando ovviamente che la cosa sia gradita, ma non pensando (come è possibile mi chiedo ormai da anni?) che non possa certo fare poi tanto piacere vedere il proprio film per la millesima volta circondato da una mandria di persone pronte ad asfaltarti al primo sussulto, al primo azzardo filmico, senza la possibilità di una via di fuga sicura. Così con lo sguardo cerchi la prima uscita di sicurezza disponibile. La luce verde della porta di servizio tuona nella penombra come una presenza salvifica. Ma è lontana, dalla parte opposta della sala. Tutti vedrebbero. “Perchè dovrei vederlo io se nemmeno lui che è il regista rimane in sala?”, proiettandoti improvvisamente dentro la mente di uno spettatore che ti è accanto e ti guarda come se fosse pronto ad ingoiarti in uno spietato circolo vizioso che alimenta il terrore di una condanna. Ti accorgi che stai sudando e come in un malato sdoppiamento di personalità fuori fingi un sorriso caldo e sicuro, ma dentro urli tutta la tua voglia di rimanere da solo con il tuo film: “è solo mio”, ed improvvisamente non hai più idea del perchè tutte quelle persone siano lì. Ma ormai niente accorrerà in tuo soccorso. Così ti arrendi, ed accetti di rivedere il tuo film insieme a quella comitiva di sconosciuti, consapevole che nulla sarà mai abbastanza: accetti quindi le conseguenze di un gioco programmaticamente ideato per asfaltare la psiche del regista – le luci si spengono, ormai è tardi per qualsiasi cosa, anche per un tentativo di fuga in extremis aderendo il più possibile al pavimento. Lo spettatore che ti è accanto ti osserva ancora, come a controllarti, con lo stesso sguardo di chi sta vedendo una bestia rara allo zoo. La luce del proiettore scuote la sua frusta luminosa nel buio della sala ed il film comincia. Finalmente il tizio si volta verso lo schermo e tu puoi tornare a respirare, fermo sull’isola dell’attesa.

Ora, è’ un po’ difficile da spiegare. Perchè improvvisamente, nel buio viscoso e salvifico del cinema, nel silenzio (reale o immaginato che sia) di una sala, dove improvvisamente la vita reale cola dentro un’insignificante percezione lontana, quasi un piccolo fastidio alla fine di un mondo fatto solo di pellicola, l’ansia sparisce, la paura, il sudore freddo, i giramenti di testa, i timori, le nevrosi, sembrano farsi infinitamente piccoli, quasi polvere dentro una folata di vento improvvisa, tutto si fa pulito, nitido, e tu senti tutto il calore di una penombra che sembra scivolare fuori la sala stessa come una lastra liquida e lucente. Improvvisamente senti la bellezza di quel confronto unico ed inviolabile che è guardare la propria creatura, quasi come se fossi solo in un buio totale e definitivo, ed intimorito al suo cospetto, come se la vedessi per la prima volta, ma sapendo a memoria lo spartito delle emozioni che in qualche modo credi di aver saputo diluire nella scrittura del suo pentagramma. E allora finisci per esserne di nuovo rapito, risucchiato in un ballo di cui conosci a memoria i passi ma che sembri danzare per la prima volta: così ti scordi di errori, imperfezioni, sbagli, cadute, finisci quasi per accettarli, capendo che è proprio quell’andamento imperfetto che fa di quella creatura qualcosa di unico, di tuo, di solidamente riconoscibile. Allora ti rilassi, guardi quel cerchio di sconosciuti attorno a te in modo diverso, li senti parte di un momento importante, partecipi di una tua nudità, di una tuo semplice tentativo di pura, sincera, espressione.

Screenshot 2017-03-14 23.33.43Poi però l’incanto svanisce e come una sorta di cenerentola allo scoccare della mezzanotte torni alla realtà. Il film sta finendo e sai che ci siamo, che sei a pochi metri da qualcosa che in quel momento assume proporzioni enormi: ovviamente è solo una tua proiezione frutto di un’amplifazione senza controllo della tua fantasia. Il percorso di un regista è fatto di passi, di step progressivi, e non è mai racchiudibile in un unico momento rivelatore. Ma tu in quel momento, a ridosso della fine del film, hai perso completamente il senno, vedi nemici ovunque oppure spettatori appassionati pronti a ringraziarti, a considerarti una nuova voce del cinema italiano, torni a divagare con la mente proiettandoti verso straordinarie recensioni, ti sfiora il terrore della fine o un senso di vaga onnipotenza. E nel mezzo del delirio, quasi di estatiche proiezioni al limite delle fantozziane visioni dall’alto della croce, il film finisce, lo schermo va a nero e i titoli di coda iniziano a scorrere. Ed il nero, solitamente, è un momento che si dilata fino all’ultimo centimetro dell’universo sconosciuto.

Ora non vi dirò quello che è successo, non è poi forse così importante. Di sicuro nulla delle deliranti febbri visionarie che mi avevano attraversato nei minuti finali. Vi dirò però che nella penombra del lento scorrimento dei titoli di coda, mentre le persone cominciavano a ritornare alla realtà come una lenta processione notturna, mentre la tensione si scioglieva, mentre gli sguardi prendevano a ruotare come mulini nel vento, mi saliva dentro una sorta di vertigine al contrario, un appagamento tutto interno, tutto personale, come di un lavoro ben fatto, di qualcosa che sai di aver fatto col cuore, con tutto te stesso, abbandoni serenamente la speranza che ogni spettatore possa sapere che oltre le sterili categorie del “bello” e del “brutto” dietro quelle immagini vive un’anima che si è data, e che forse, al di là di tutto, di ogni possibile ed inutile retorica, solo quella sensazione conta, la consapevolezza di esserti rispettato, di aver portato la barca in porto nonostante le intemperie, di essere, ancora una volta, sceso a terra col vento tra i capelli ed il sale sulla pelle. Ed è un sorriso quello che hai sulla bocca, ed un altro meraviglioso segno sull’anima quello che ti porterai dietro per tutta la vita.

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Donne!… è arrivato l’arrotino!!!

Anticipando l’anatema di Stephen Hawking sulla prossima catastrofe tecnologica. Immaginazione o allucinazione? La prima è localizzata nello spazio, nel nostro teatro o cinema privato. La seconda esonda per le strade, nei corridoi, sulle scale, tra i tavoli di un caffè; non ci consente di riconoscere i nostri pensieri e le nostre immagini. E sulla strada quell’arrotino potrebbe essere semplicemente un’allucinazione uditiva, ormai…

ricomincio_still_21Lui: “Secondo me voi donne siete più…”; lei, alterata: “Ecco, lo sapevo, noi donne siamo più, che cosa?”; lui: “Calma, allor si dicev “voi donne siete meno”, che faciv, me mangiav’?” E’ la festa o la giornata della donna l’8 marzo? Cosa cambia? Alcune, e anche alcuni, ci tengono a differenziarle. Ma perché? Comunque la mimosa è stato il fiore dei partigiani che si regalava alle “staffette”, su in montagna, prima delle battaglie. Perché bisognerebbe essere orgogliosi di essere donna, come perché bisognerebbe essere orgogliosi di essere uomini? Cosa c’entra l’orgoglio? Più o meno, la moglie è argomento da uxoricidio, l’amante di lungo corso la si manda a chiamare, ma spesso si lascia sostare nell’anticamera e poi si rimanda nelle sue stanze, sempre con ricchi doni. Ma con nessuna donna ci si divide i crucchi del potere.

arrotinoDonne, è arrivato l’arrotino, arrota coltelli da cucina, coltelli da marito…”. Sarebbe bello quindi che le quote di genere (impropriamente chiamate “rosa”), servissero concretamente “per far saltare un chiavistello”: tuttavia, la legge non ha il compito di incidere su pregiudizi di tipo culturale, psicologico o di altra natura, mediante interventi di “ingegneria sociale”. Lo strumento delle quote sembra piuttosto sancire, da un lato, la rassegnata resa al fatto che in Italia i citati criteri di merito e competenza non possano spontaneamente essere adottati nella scelta delle persone migliori, al di là del sesso di appartenenza; dall’altro, l’invadenza del legislatore nazionale che pretende di operare cambiamenti sociali mediante automatismi percentuali predefiniti, scoraggiando la valutazione comparativa di ogni diversità – non solo di quella di genere – svolta in base alle caratteristiche individuali e alle specificità dei singoli contesti.

Oliver Sacks in 2009 at Columbia UniversitySiamo alle solite: la donna nel mondo non è istruita quanto l’uomo, è violentata, denigrata, osteggiata, ed anche se le percentuali migliorano sensibilmente, dopo la consueta giornata internazionale, ritorna l’arrotino… è un oggetto, come per l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Sì, proprio così, parafrasando Oliver Sacks, il grande neurologo e divulgatore scientifico di origini londinesi ma trapiantato a New York, scomparso nell’agosto del 2015. E così, l’uomo convinto che la visita neurologica fosse finita, si guardò intorno alla ricerca del cappello. Allungò la mano e afferrò la testa di sua moglie, cercò di sollevarla, di calzarla in capo. Aveva scambiato la moglie per un cappello! La donna reagì come se fosse abituata a cose del genere. Prosopagnosia, ovvero l’incapacità di dare significato visivo alle cose. Per strada, come il buon Magoo, gli capitava di dare affettuosi colpetti agli idranti e ai parchimetri scambiandoli per teste di bambini, rivolgeva gentilmente la parola ai pomelli dei mobili e si stupiva di non ricevere risposta.

Mipiacelavorare-Mobbing1A tal proposito, c’è un film italiano di 13 anni fa, assolutamente da recuperare, Mi piace lavorare – Mobbing, di Francesca Comencini, in cui Anna, interpretata da Nicoletta Braschi, è una giovane donna, separata e madre di una bimba. Lavora come contabile in un’azienda ma a seguito di una fusione societaria viene dimessa dal suo ruolo per costringerla a mollare: da questo momento in poi per lei ci saranno soltanto incarichi impossibile e mansioni dequalificanti, da questo momento in poi Anna sarà scambiata per la macchina fotocopiatrice. Ma non è un film “femminista”, anzi scavalca le divisioni di genere e rende universale la prosopagnosia. Come Io e Caterina, di Io_e_caterinaAlberto Sordi, film del 1980 andato in onda qualche giorno fa in televisione, una delle poche incursioni nel genere robotico (la terza o quarta via…) della cinematografia nostrana. Le donne della vita di Enrico possono essere soppiantate dal “perfetto” automa Caterina, che però alla fine si rivelerà innamorata ed esigente come loro, attraverso capricci e gelosie.

Anticipando l’anatema di Stephen Hawking sulla prossima catastrofe tecnologica. Immaginazione o allucinazione? La prima è localizzata nello spazio, nel nostro teatro o cinema privato. La seconda esonda per le strade, nei corridoi, sulle scale, tra i tavoli di un caffè; non ci consente di riconoscere i nostri pensieri e le nostre immagini. E sulla strada quell’arrotino potrebbe essere semplicemente un’allucinazione uditiva, ormai…

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L’evoluzione inciampa… tra Sanremo e Madrid

Essere o dover essere pare sia il dilemma amletico principale dell’era moderna e quindi una scimmia nuda che balla non inciampa, bensì rivendica naturale opacità. La troppa definizione, la trasparenza porta all’apartheid. L’opacità non è un muro, lascia sempre filtrare qualcosa

Gigi D’Alessio si è lamentato della giuria di qualità e di quanto fosse poco “chiara”, non evoluta all’ascolto della musica pop, di cui sente di essere degno rappresentante, a favore della musica “dance”, quella miscellanea che imperverserebbe sulle radio nazionali e ormai anche al festival della canzone. Sarà, ma l’impressione è un’altra: essere o dover essere pare sia il dilemma amletico principale dell’era moderna e quindi una scimmia nuda che balla non inciampa, bensì rivendica naturale opacità. La troppa definizione, la trasparenza porta all’apartheid. L’opacità non è un muro, lascia sempre filtrare qualcosa. Cespuglio o cactus? Quale rappresentazione dell’evoluzione più attendibile? E, se la vita si distrae, gli uomini cadono proprio sul cactus, non c’è dubbio. Occidentali’s Karma…

04_madrid_napoliL’evoluzione si è fermata a Madrid, dove anche il calcio ancora una volta, come la vita, dimostra che le grandi attese collettive, orientando miliardi di persone verso valori di libertà e giustizia, formalmente proclamati benché scarsamente praticati, hanno lasciato il posto agli immediati dintorni della propria esistenza. L’uno contro uno vince sul gruppo. Anzi, l’uno contro nessuno… A Madrid 11 individualisti affamati si sono dedicati a ritagliarsi una loro fetta di cielo in terra, a fabbricarsi utopie in miniatura quale surrogato delle principali ideologie collettive, ormai percepite come inadeguate a guidare individui, popoli o squadre di calcio verso un futuro dotato di senso. L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre. Appare, infatti, oggi molto più credibile che nel passato a causa della percezione dominante, di essere più esposti all’imprevedibile e, di conseguenza, anche meno capaci e meno desiderosi di mettere a fuoco l’indeterminato senso dell’ignoto. Bene quindi, se Bellocchio (il più opaco di tutti) fosse stato l’allenatore del Napoli a Madrid, cosa avrebbe fatto? Con il senno di poi avrebbe comunque provato negli spogliatoi, dietro le quinte, fuori dal quadro verde, a far capire che cambiare identità alla squadra, come un abito smesso o assemblarsi modularmente restando immuni da conflitti non è poi tanto facile, come non lo è isolarsi narcisisticamente da un più vasto contesto di eventi e di tempi, ancorandosi al “now” e al “no future”: il passato possiede una propria vischiosa tenacia e il futuro (il ritorno fra qualche settimana a Napoli) una carica di inquietudine che finisce per stanare chi si rifugia nel presente immediato. Ma perché nel calcio, sport collettivo, una squadra come il Napoli, tra le migliori in circolazione come organizzazione di gruppo, non spadroneggia ovunque e perde invece nettamente contro il Real Madrid, la squadra individualista più devastante al mondo? Fuori dagli schemi c’è da ricercare la risposta evidentemente: l’evoluzione del calcio inciampa…

KounellisFuori dal quadro proprio come auspicavano Massimo Fagioli e Jannis Kounellis, andati via pochi giorni fa. Quest’ultimo non stava dalla parte dell’astratto, soprattutto se implicava un’alta temperatura emotiva di carattere soggettivo, ma nemmeno da quella del figurativo. C’è un film di Ermanno Olmi, del 2006, sull’allestimento di una sua mostra, che meriterebbe decisamente nuova luce. La pittura, appunto, doveva essere libera di dilatarsi da ogni lato. Kounellis ha raccontato la prima civiltà industriale e quei dodici cavalli vivi che nel 1976 porta alla Biennale di Venezia, certo non bivaccavano tra i canali o si tuffavano nelle acque torbide, come turisti senza meta, ma erano punti di passaggio tra la realtà e l’archetipo immaginato, arte povera senza fieno o feci a terra, privo di disegno ma non di progetto, polisensoriale occidentali’s karma: nero di fumo, il bigio del ferro, il blu del fuoco delle bombole a gas, il rosso sangue delle carcasse di bue, l’odore della grappa che satura la stanza da mille piccoli bicchieri posati a terra, una rosa recisa che appassisce…

fagioliIl “diavolo in corpo” è “la condanna” (fagiolini al bellocchio), sono ricette master, di chi, come Massimo Fagioli, neuropsichiatra pop (così piacciono a D’Alessio), che detestava Freud e inneggiava la terapia di gruppo, l’analisi collettiva, sceneggiatore/plagiatore di passaggio, ricorda un po’ Jep Gambardella di Sorrentino, esponente della “gauche al caviale”, espulso dalla società psicoanalitica italiana, e estremo difensore della dialettica, altro che apologista dello stupro fisico e simbolico. Il rifiuto accademico dell’analisi collettiva (ma quei seminari a Trastevere, aperti a tutti, erano a sottoscrizione o a ingresso libero?), per Fagioli probabilmente è da motivare, più che dal suo presunto carattere anti-individualistico, dal suo legame, storicamente e politicamente consolidato, con i dolorosi processi collettivi di standardizzazione e di subordinazione delle coscienze, promossi da poteri politici nuovi e talvolta dispotici. Massimo Fagioli, capo di una “setta” di fagiolini, ha suggerito idealmente il sogno della farfalla, il sogno della ricerca dell’armonia nella malattia mentale: l’uomo non è una miscela, non un moto, non una sostanza come l’anima. L’uomo è opacità perché la vita a volte si distrae…

 

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Cinema in trincea

E’ una fase strana quella della chiusura di un film. Alcuni la definirebbero delirio, altri ebbrezza. Io non so dire. E’ un po’ entrambe le cose credo. Forse assomiglia ad un giro di giostra, solitamente affogato in piccole e cupe salette ed in valanghe di telefonate che avvicinano sempre più verso l’irrimediabile arresa.

trincea-2Chiudere un film oltre che essere un doloroso passaggio emotivo, è anche una complessa e faticosa operazione tecnica, soprattutto se è condotta nell’incerto limbo del cinema indipendente, dove i confini sono indicati da fragilissimi equilibri sostanzialmente composti da compromessi, vicoli ciechi, imprevisti dell’ultimo minuto, favori, trattative al ribasso. E’ una giungla che un regista affronta come puo’, solitamente a capo chino e stremato visto che vi arriva dopo diversi anni di lavoro, più o meno condotti allo stesso modo. Alla fine anche il regista issa bandiera bianca ed alza le mani di fronte al fatto che le carte sono ormai tutte sul tavolo e non ne rimane più nessuna fra le mani. E’ una sensazione strana, difficile da descrivere, perchè non sa di sconfitta, ma di impotenza, e quindi inevitabile accettazione: è un semplice gradino, un altro obbligato gradino di quella scala di cui non è dato sapere la fine, poichè sono soltanto, e per fortuna, i passi che facciamo in questo presente a determinarne l’altezza. Dove arriverà questo camminare nessuno puo’ saperlo.

Ed è da questa singolare posizione che vi scrivo, tenendo in mano l’infinito rosario di operazioni che concorrono alla chiusura del mio ultimo film doc “Biografia di un amore” (che sarà in anteprima a Visioni Italiane Doc 2017). E’ una fase strana quella della chiusura di un film. Alcuni la definirebbero delirio, altri ebbrezza. Io non so dire. E’ un po’ entrambe le cose credo. Forse assomiglia ad un giro di giostra, solitamente affogato in piccole e cupe salette ed in valanghe di telefonate che avvicinano sempre più verso l’irrimediabile arresa. Perchè la fine di un film è la replica di uno slalom tra i “non si puo’ fare” e i “non funziona”, tra export che si interrompono a pochi secondi dal traguardo (accompagnati dai sagrati dei montatori) e file che non arrivano perdendosi in mondi paralleli ed appositamente creati dal Dio del cinema industriale perchè i figli del dio minore cinema indipendente possano ulteriormente impazzire. Alla fine quel che rimane tra le mani è il corpo stremato del film, il quale, un po’ per fortuna un po’ per spirito di sopravvivenza, è riuscito nell’ardua impresa di arrivare vivo, anche se un poco ammaccato, fino alla fine.

Screenshot 2017-02-21 11.16.04E’ il cinema indipendente, il cinema che combatte ai margini delle cronache imperiali, del cinema che fagocita la maggior parte dei finanziamenti possibili e chiude le porte di accesso ad una democratica distribuzione basata sul merito, sulla qualità di ogni singolo progetto realizzato. Da una parte la pigra e sorniona vita di operazioni filmiche che rinnovano irrimediabilmente se stesse, alla ricerca di un sicuro incasso al botteghino e di un rassicurante movimento che possa mantenere vivo un proficuo gioco delle parti tra pubblico e formule riconoscibili. Dall’altra il rumore di dure battaglie, la furibonda lotta per la sopravvivenza, per l’emersione di una terra fertile in grado di sputare lontano il seme fecondo di un’idea brillante e forse di un film che saprà smuovere le acque.
Così mi guardo attorno, eccitato per l’incertezza di un sogno che si dischiude sempre più sul filo sottile di questi giorni che scorrono, il sogno di raccontare storie, di fare cinema, possibilmente un buon cinema. E guardo questo singolare caotico ed ingannevole mondo che è quello della cinematografia industriale, del quale, chissà, forse un giorno, se pur a mio modo, farò parte; questo circo in movimento dove è spesso facile, soprattutto ai nostri giorni, confondere successo con notorietà, qualità con commerciabilità, talento con sufficienza, e osservo la girandola di finti sorrisi che si aprono di fronte ad un cinema che si spaccia per buono quando ne è invece solo il suo opaco riflesso, che pone ai margini buone idee, ma difficili, in favore di operazioni più immediate, ma inevitabilmente scadenti. Mi chiedo così dove ancora viva il cuore di un cinema puro, fatto di pochi compromessi e fragorosi scontri, di idee luminose e sogni rincorsi, di studio costante ed incosciente diversità. Mi chiedo come possa essere alimentato e sostenuto, e chi debba farlo. Ma soprattutto come riconoscerlo, perchè è in un attento ma necessario atteggiamento di cura verso le pieghe più nascoste dello spazio che ci circonda che è possibile, forse necessario, individuare un nuovo afflato di creatività, un nuovo bozzolo pronto a sciogliersi in crisalide.

Screenshot 2017-02-21 11.18.13Nel mentre osservo il mondo del cinema indipendente che mi gira attorno, colgo l’amore nutrito e costantemente alimentato per questa dannata e meravigliosa settima arte, che diventa ricatto, vincolo, e che spinge ognuno di noi a notti insonne e tripli lavori pur di portare a casa un frammento di sogno. Così, al di là del solito nebuloso labirinto che divide il cinema industriale dal cinema indipendente, ammetto una straordinaria serenità. Perchè dalla posizione singolare di un cinema difficile, che combatte quotidianamente per la sopravvivenza, per esprimere qualcosa di nuovo nonostante difficoltà, torti, ostacoli, miserie umane, io, come molti miei colleghi, non possiamo proprio essere sicuri che le creature stremate che arrivano alla fine di questi deliranti percorsi siano davvero qualcosa di buono, ma qualcosa sembra dirci che possiamo guardarci allo specchio e trovare l’immagine trasparente di un tentativo pulito, onesto, vero verso noi stessi come verso il mondo, non contaminato, non piegato da sistemi di potere o facili servilismi. Certi che quel poco o tanto che riusciremo a fare (se buono non sta certo a noi dirlo) scorra proprio su questi binari. Perchè se un grazie dovremo dire, oltre che a noi stessi, sarà ai nostri fedeli collaboratori, a tutti coloro che permettono ad un film di essere cosa reale, ai produttori indipendenti, mai arrendevoli, sempre in prima linea contro i colossi del mercato e capaci di accogliere una nuova idea, e non formule ripetute ed ormai logore o miseri escamotage produttivi che potranno anche permettere di fare un film, ma non renderanno mai quell’atto libero e puro. Così se questa settimana devo salvare un’immagine da portarmi negli occhi scelgo quella di una trincea: un solco nella terra sicuro e profondo che sa di salvezza, ma soprattutto di un modo di non arrendersi, di rimanere piantati con i piedi a terra, sporchi di fango sicuramente, ma con gli occhi al cielo sempre “in direzione ostinata e contraria“, ricordandosi sempre che sono le proprie azioni a determinare quello che si è e la battaglia che si è deciso di combattere. Perchè non importa se in fondo ai gradini di questa scala potremo ancora fallire. “Riproveremo. E falliremo ancora. E falliremo meglio.” (S. Becket) E saremo noi. Ed il nostro povero e dignitosissimo modo di fare cinema.

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Ejzenstejn, il Messico (e dell’immagine turistica).

Penisola dello Yucatan, Messico, oggi. Pietre antiche, resti di una antica civiltà.

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Uno dei siti archeologici e turistici più famosi del Messico, le rovine Maya di Chichen Itza. Ma Chichen Itza è anche un luogo profondamente cinematografico: è qui che, nel 1930 Ejzenstejn filma i monumenti e le statue del prologo del suo film incompiuto, Que viva Mexico. In quelle immagini famose, i volti delle statue si riflettono nei volti dei messicani che il regista sovietico filma incessantemente. Il tempo si contrae, la pietra, la piramide, il tempio condensano diverse temporalità nell’immagine. L’inquadratura mostra un volto contemporaneo e la pietra all’interno della stessa immagine.
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Il volto e la pietra, la donna e il monumento appartengono a tempi diversi e allo stesso tempo. miracolo del montaggio.
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“Non siamo più in grado di fare un’inquadratura come Ejzenstejn“, aveva detto Godard tanti anni fa. Nel suo Eisenstein in Messico, Greenaway non mostra mai Eisenstein mentre filma, concentrato su tutto ciò che in fondo appartiene al prima o al dopo del suo cinema. Greenaway non si interessa ai fondamenti dell’immagine ejzenstejniana, Godard non smette di coglierne la lontananza. Ancora oggi la frase di Godard colpisce per la sua verità, ma cosa significa in fondo? altre inquadrature sono state possibili (e il cinema ha continuato la sua strada), ma tornare oggi a Chichen Itza significa fare i conti con un altro tempo, un “terzo tempo”, quello dell’immagine turistica.
Quelle rovine sono infatti oggi il luogo da cui nascono milioni di immagini, impronte digitali prese con i più disparati dispositivi (perlopiù macchine fotografiche, tablet e smartphone). Flussi di turisti attraversano quegli spazi per trarne quindi delle immagini. Ma il tempo di quelle immagini è appunto “terzo”, non è né umano né eterno, si consuma nell’atto stesso del suo apparire. La foto come traccia, firma impossibile del presente.
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L’ossessione del presente agita quelle immagini. Eppure qualcosa si aggiunge alla loro instantaneità. Qualcosa che ha a che fare con lo stato stesso dell’immagine, con la sua estemporaneità.
Non è un caso che in Pinocchio, il suo film “non-finito” (come è “non-finito” Que viva Mexico di Ejzenstejn), un regista come Michelangelo Frammartino abbia voluto rappresentare il paese dei balocchi come un gigantesco villaggio turistico, dove appunto è il presente dell’immagine a dominare. E ancora, non stupisce che lo stesso Godard, in Film Socialisme abbia mostrato la contemporaneità nell’immagine condensata di una nave crociera, quella Costa Concordia destinata poi, poco tempo dopo a naufragare sulle coste toscane.
Godard e Frammartino colgono in realtà la trasformazione dell’immagine in presente evanescente. L’immagine turistica diventa allora una potente rappresentazione della contemporaneità, del suo fallimento come immagine-montaggio, come presenza di più tempo nello stesso tempo (era il sogno del Novecento in fondo, il sogno del cinema).
Forse, dopo l’immagine come sintesi di tempi diversi che Ejzenstejn scopre in Messico, e l’immagine turistica che Chichen Itza ora rappresenta, le rovine Maya danno luogo ad un’altra possibilità. Ancora una volta un film non finito, Viaggio a Tulum di Federico Fellini. Film che racconta un viaggio come esperienza onirica, Viaggio a Tulum (Tulum è il nome dell’altro grande sito archeologico messicano) condensa i tanti luoghi mai filmati da Fellini in un montaggio di immagini impossibili, di viaggi nelle profondità sottomarine, o in luoghi mai conosciuti. Il film di fatto esiste solo come graphic novel disegnata da Milo Manara; ed è tra le sue pagine, nella pura immaginazione di un film mai realizzato, che la piramide di Chichen Itza, e le immagini-piramide del cinema di Fellini trovano spazio, appunto come sogno, visione, desiderio. Si tratta allora dell’altra, potente forza del cinema, quella capace di scoprire un altro tempo ancora, il tempo disteso e senza limiti dell’immaginazione.
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‘Si muore solo due volte’, il cinema su carta di Umberto Lenzi

IMG_0796Un criminologo alle prese con un’indagine complessa e seducente è il protagonista dell’ultimo romanzo giallo del regista Umberto LenziSi muore solo due volte’ (GolemEdizioni). Renzo De Gemini, questo il nome del criminologo, non ha il coraggio del commissario Tanzi (Maurizio Merli) in ‘Roma a mano armata‘ o la pazzia funesta di Sergio Marazzi alias il Gobbo (Tomas Milian) nella ‘Banda del gobbo‘. De Gemini è un mastino dai modi desueti. Ho incontrato Lenzi, uno dei fondatori del poliziottesco all’italiana, a Roma alla presentazione della sua ultima fatica o come ha spiegato “il suo cinema su carta“. Nell’intervista che segue si parte dal libro per arrivare al cinema italiano; “che si crede autoriale”, a Tarantino “un mio discepolo dice lui” fino alla sfacciata confessione del maestro Lenzi di non andare più al cinema perché non “non mi piace più”. Buona visione

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Cinema e vita. Vasi Comunicanti o Dorian Gray?

Poi però succede che ad un certo punto l’opera si stacca da terra, fa un passo indietro verso il mondo e lontano da te, in qualsiasi modo essa sia e a qualsiasi finale sia approdata, e decide di andarsene, di non essere più tua, sia che abbia avuto la forza di aderire totalmente al tuo primo pensiero sia che abbia deciso di essere diversa, per amore o per istinto di sopravvivenza – così, semplicemente, in un giorno qualunque, il frutto del tuo lavoro, in questo caso il film, prende e se ne va, e tu non puoi farci più niente, forse nemmeno capirlo.

Difficile capire spesso cosa scorra attorno. Il mare del tempo ingrossa le proprie onde sotto i colpi di un vento incessante e negli occhi si riversano visioni sparse, sensazioni vivide di un passo che si muove su di un filo sottile senza istruzioni o rete di salvataggio. La prima immagine salvata è stata quella della zattera (vd. post precedente), e mi è parso un modo meraviglioso di scivolare sulla frenesia del mondo. E nel mentre che seguivo questa lenta deriva facendomi trasportare dalla corrente calda dei pensieri e aspettavo di capire quale sarebbe stata la seconda istantanea di questo viaggio, è successo che “Biografia di un amore”, il mio ultimo film documentario, ancora imbrigliato nella maglie della post-produzione e di un’attesa incerta, sia stato selezionato in concorso ad un festival per il quale io e la mia squadra nutrivamo diverse speranze. Meglio togliersi subito dall’imbarazzo: no!, non vi sto dicendo questo per parlare del mio ultimo film documentario (almeno non ora), e no!, non dirò il nome del festival al quale siamo stati selezionati (non posso e non è questo il punto).

Germano-Pacelli-1024x567Il punto è quello che ho provato, un concentrato di gioia, sfinimento e liberazione, al quale ormai ho cercato di fare una disperata abitudine e che mi ha fatto subito pensare alla strana storia del rapporto tra un’opera in dirittura di arrivo e la vita stessa del suo autore, di colui che un giorno ha pensato che di quell’oggetto ancora senza definizione ce ne fosse un dannato bisogno. Ed è qualcosa che difficilmente riesco a spiegare: perchè non è proprio un sentimento immediato quello che coniuga il desiderio di raccontare una storia, di strapparla al proprio vissuto, con i sacrifici necessari perchè quella necessità possa diventare qualcosa di più che uno sbaglio sull’orizzonte del superfluo, e il legame totale, quasi carnale che unisce l’opera finita al suo autore, incapace ormai di riconoscersi nell’immagine di un sé annegato in un tempo ormai lontano. Mi è venuta così in mente l’immagine dei vasi comunicanti: perchè in fondo è un po’ così, i tuoi sguardi, i tuoi pensieri, la tua esperienza, il tuo sentire, tutti mescolati in attesa di scivolare lentamente dalla tua vita dentro qualcosa che sappia esprimerne un’idea unica, in un passaggio diretto ed inevitabile tra la vita e l’arte che ne è il suo abbagliante riflesso: in questo caso, vita e cinema.

Poi però succede che ad un certo punto l’opera si stacca da terra, fa un passo indietro verso il mondo e lontano da te, in qualsiasi modo essa sia e a qualsiasi finale sia approdata, e decide di andarsene, di non essere più tua, sia che abbia avuto la forza di aderire totalmente al tuo primo pensiero sia che abbia deciso di essere diversa, per amore o per istinto di sopravvivenza – così, semplicemente, in un giorno qualunque, il frutto del tuo lavoro, in questo caso il film, prende e se ne va, e tu non puoi farci più niente, forse nemmeno capirlo. E non c’è dubbio alcuno che era quello che volevi, che avevi desiderato iniziando anni prima quel cammino, e ancora meno dubbi ci sono su quella sensazione di liberazione mista orgoglio che provi pensando al fatto che fino a poco prima quella cosa lì, quella cosa fragile che sta camminando ormai da sola lontano da te, non esisteva, e sei stato tu a renderla possibile, dono per vite altrui. Qualcosa però nel crescendo confuso delle sensazioni non quadra. La tua bocca non sorride. Vorrebbe, ma non riesce. Le tue mani non sono ferme, ma tremano. Il tuo respiro non è mosso dall’eccitazione, ma dal vuoto, forse dalla paura. Quella cosa fragile, ormai uno sbuffo alla fine del cielo, sembra ormai lontana, e non c’è niente che possa trattenerti dal pensare che alla fine di tutto quel lavoro di anni, di gioie, dolori, rinunce, sorrisi, delusioni, a te non rimanga niente, che quanto fatto sia ormai solo e soltanto dello spettatore e che quella cosa fragile ormai svanita sull’orizzonte non si sta portando via solo anni di lavoro ma anche un pezzo di te, reale, che mai più tornerà indietro. E per un momento, se pur sottile, ho al contempo provato amore per quel pezzo di vita che si liberava di me e odio per la ferita che non mi avrebbe più abbandonato.

Doriangray_1945Così mi sono rivisto il principio dei vasi comunicanti. E mi sono guardato, dentro intendo, e ho guardato il mio film, davvero però, dritto negli occhi. E qualcosa non tornava, perchè di me vedevo il fondo scoperto ed umido di un contenitore vuoto, mentre il film traboccava di qualcosa che fino a poco prima era mio ed ora invece era altrove, fuori da me. E mi sono venuti alla mente Oscar Wilde e il suo Dorian Gray, non tanto per quel fatto dell’eterna giovinezza, ma più per quel maledetto rapporto con il ritratto che invecchia al suo posto e la tragica fine nella quale l’eterno giovane Dorian affonda il coltello dentro la tela sperando di liberarsi dai rimorsi e dai sensi di colpa. Solo che in questo caso, come in un paradossale gioco di specchi, ero io a sentirmi il ritratto, con tutte le cicatrici della vita addosso, con i segni indelebili sull’anima, con il tempo che scorre e lascia irrisolti e pieni di domande senza risposta, ed il mio film sembrava la cosa reale, e stava là fuori, ad osservare beffardo la mia stanchezza, sicuro della sua nuova e fresca energia. E non c’era comunque dubbio che fosse giusto così. Perchè l’arte, e quindi il cinema, se espressi con amore e sincerità, non possono che essere tutto e quindi toglierti tutto. Perchè ”il film di cui ci illudevamo d’essere solo spettatori è la storia della nostra vita” (I. Calvino), e a questo non posso fuggire. Perchè la vita è un flusso e non puo’ essere arginata, ma puo’ solo scorrere.

Così ho finito per ricordarmi i motivi per cui faccio questo mestiere, capendo perfettamente perchè un regista riveda con fatica i propri film, e spesso li nasconda. E ho finito per accettare la rabbia e la solitudine che il limbo compresso tra vita ed arte comporta, lasciando questo vuoto lambire i bordi più estremi dell’anima mentre il film scompariva all’orizzonte; e ho sorriso.

Non resta ora che attendere il giorno in cui lo squarcio di una pugnalata tesa mi coglierà improvviso: perchè sarà quello il momento dove tutta la vita tornerà di nuovo, come un’onda anomala, a scorrermi nelle vene. Vedrò di farmi trovare pronto. Alla prossima.

 

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VISIONI – 24 fotogrammi da Austerlitz

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E insomma sono lì che vedo Austerlitz e non riesco a smettere di pensare a Jurassic Park, forse anche con un pizzico di senso di colpa…Quando, d’improvviso, lì sullo schermo appare nel film una finestra. E un’immagine mi parla.

Ci sono volte in cui persino i film più apodittici aprono varchi nella loro evidenza, squarci magari fuggevoli, che arrivano improvvisi come a rivelare le tue suggestioni e le trasformano in verità.

Sono come attimi che dialogano con te, col tuo sguardo e ti dicono che quello che stai sentendo in un angolo della tua testa di spettatore è qualcosa che sta davvero anche lì, nel film che stai vedendo. Il fatto è che il tuo dubitare è la richiesta di una verifica impossibile (in/certa diceva il Baruchello che andava per spezzoni di pellicola con Grifi…), la richiesta di un confronto con gli intenti (no, le intenzioni quelle no…) di un autore che magari sta lavorando lì, tra le immagini, senza coscientemente cercare quello che tu stai trovando in esse. Manipoli il tuo sguardo facendo zapping tra i canali del tuo presentimento, ipnotizzato dall’astrazione libera che il pensiero si concede negli interstizi tra il vedere e il guardare.

Qualcosa del genere mi era successa a Venezia 73, mentre guardavo Austerlitz di Sergej Loznitsa. Che mi sembrava un film sulla memoria non tanto nel senso dell’Olocausto (o meglio sì, certo, anche in quello, evidentemente…), quanto nel senso dell’abitare il Tempo, dello stare nello spazio in cui la cronologia è immobile, dove lo scorrere implacabile dei secondi assume l’eternità di un fermo immagine imposto al ricordare.

Il mausoleo della sofferenza, della disumanizzazione dell’uomo, offerto allo sguardo di Loznitsa dal lager di Sachsenhausen è osservato dall’autore come il nonluogo del Tempo, l’azzeramento del divenire in cui la coazione a ripetere dei visitatori di oggi ricicla il regime dei prigionieri di ieri.

E non è tanto la smaccata e evidente volgarità del loro stolido comportamento a essere mostrata, non è l’assurdità dell’atteggiamento turistico che assumono a ferire, quanto la loro assenza al Tempo, il loro essere deportati fuori dal Tempo, sradicati dal presente (il classico hic et nunc) esattamente come dal passato esposto in quel luogo. Incapaci di capire davvero dove stanno e cosa stanno facendo ora esattamente, come fossero scollegati dalla consapevolezza di ciò che è accaduto in quello spazio che continuano a fotografare.

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L’ammasso di corpi turistici, il loro vagare privo di coscienza, come di revenant romeriani chiusi in un assurdo mall della memoria, il regime disincarnato del loro abitare quello spazio, è uguale e contrario a quello inflitto ottant’anni prima ai deportati, tanto quanto genialmente riprodotto da Loznitsa per me, per la mia esperienza di spettatore coattivo di quello spettacolo.

Eccomi dunque lì, nel buio della sala, che osservo la volgarità al lavoro nell’assurdo parco turistico della memoria, dove il passato è reso testimonianza nel presente, museificato in corpore vili, astratto dal tempo nel vuoto di una “vacanza” che è, appunto, assenza da sé…

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Guardo Austerlitz e, ovviamente, risento nel mio sguardo l’eco (tra i tanti) di Notte e nebbia di Resnais.

Ma poi mi accorgo che in realtà quel che sento davvero è un altro film. E’ lo Steven Spielberg di Jurassic Park

Corpi chiamati a raccolta per celebrare la memoria fuori dal Tempo, figure vacanziere col naso in su, in mano il biglietto d’ingresso per lo spettacolo del passato…

(Del resto che l’invenzione spettacolare del parco giurassico di Spielberg fosse l’evocazione in chiaro dei campi della morte che poi avrebbe mostrato in Schindler’s List a me è sempre parso evidente).

E insomma sono lì che vedo Austerlitz e non riesco a smettere di pensare a Jurassic Park, forse anche con un pizzico di senso di colpa…

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Quando, d’improvviso, lì sullo schermo appare nel film una finestra. E un’immagine mi parla. Chiaramente. Senza tanti giri di parole.

È il diciottesimo minuto del film e già da quattro sto osservando una finestra al di là della quale, in un piano sequenza di sette minuti, Loznitsa mi sta mostrando figure che transitano in quello che deve essere un salone: ridono, scattano selfies, si guardano attorno, si fermano, vanno via…

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Tra queste un uomo, occhiali da sole e t-shirt scura: entra in campo da destra, si ferma alla finestra a guardare verso di me per qualche secondo, lì immobile, a dirmi tutto e niente: chiaro come una didascalia invisibile, nera su sfondo nero…

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L’opera d’arte nel XXI secolo: dobbiamo salvare la sigla di Fuori Orario!

Tutta la storia dell’Arte è una storia ricca di plagi, di furti e di citazioni. La sigla di Fuori Orario appartiene alle migliaia di spettatori che in tanti anni l’hanno goduta e apprezzata e deve essere difesa e protetta per i milioni che non hanno ancora avuto questa fortuna/possibilità di visione.

fuoriorario 

They can’t hurt you now,
Can’t hurt you now,
Can’t hurt you now
Because the night belongs to lovers
Because the night belongs to lust
Because the night belongs to lovers
Because the night belongs to us

Avvengono strane storie, nel silenzio mediatico più assordante. Certo in queste settimane siamo tutti presi dagli echi della Presidenza Trump, con le sue ripercussioni internazionali, pertanto chi potrebbe mai essere interessato alle problematiche sui diritti d’autore della sigla di una trasmissione cult come Fuori Orario di Enrico Ghezzi? Ovviamente nessuno, a parte noi di Sentieri selvaggi, e pochi altri.

Ma se la stampa e i media nazionali ormai sembrano irrimediabilmente perduti alla vocazione di ricerca, scoperta e curiosità, stessa sorte pare toccare ai critici d’arte, agli studiosi di cinema, perlopiù silenti su una questione che pone, invece, una delicata quando fondamentale domanda: chi ha il diritto di cancellare un’opera d’arte?

L’opera d’arte in questione è, appunto, la sigla ormai quasi ventennale, della trasmissione di rai tre Fuori Orario, luogo di contaminazioni cine-culturali che da quel febbraio del 1988 ha permesso a qualche generazione di appassionati la visione unica di film “invisibili” o introvabili, ma anche di capolavori straordinari e/o acclamati, riletti e ripresentati in formati e contenitori inediti, sorprendenti e illuminanti.

Centinaia, forse migliaia di film che hanno costituito la dieta visiva di uno spettatore di tipo nuovo, che sembrava già pronto per le maratone di Netflix o di Amazon. Ma ogni puntata, ogni film, veniva introdotto, fino a pochi giorni fa, da una magnifica opera d’arte re-mix, il cui autore potrebbe essere lo stesso Enrico ma forse neppure ci importa, oppure si, ma lasciamo questo lavoro agli storici, quello che qui voglio sottolineare è come le immagini de L’Atalante di Jean Vigo (film sconosciuto per il cinema e la tv italiana) e la musica e le parole della canzone Because the Night di Patti Smith, rimontate e mixate insieme, costituiscono per milioni di spettatori italiani un “unicum”, un qualcosa che non esisteva prima ma che produce emozione, incredulità, brivido, respiro, visione.  Quello che producono solo le (migliori) opere d’arte al mondo. E la sigla di Fuori Orario è una delle più belle, inconfondibili, emozionanti e uniche espressioni cine-musicali di ogni tempo, che va salvaguardata, difesa e protetta dalla barbarie (inutile mai come in questo caso) del “diritto d’autore”.

Siamo nel secolo dove questo concetto, ottocentesco,  è ormai deflagrato, ma qui a noi interessa creare attenzione, comunità e sostegno per la salvaguardia di un prodotto artistico di tipo nuovo (si fa per dire, ovviamente), composto di musiche e immagini preesistenti che, montati assieme, costituiscono un unicum, un prodotto diverso, un’esperienza sensoriale inedita e, incredibilmente, riconoscibile, ben al di là delle due opere, musicale e cinematografica, di cui consapevolmente si nutre.

Tutta la storia dell’Arte è una storia ricca di plagi, di furti e di citazioni. La sigla di Fuori Orario appartiene alle migliaia di spettatori che in tanti anni l’hanno goduta e apprezzata e deve essere difesa e protetta per i milioni che non hanno ancora avuto questa fortuna/possibilità.

Finisco con una (lunga) citazione, tratto dal volume REFF, RomaEuropa FakeFactory: la reinvenzione del reale attraverso pratiche critiche di remix, mashup, ricontestualizzazione, reenactment.

Il pezzo è di Guido Scorza, avvocato e blogger che stimo molto e che si può leggere integralmente qui: Il plagio originale

Parla del plagio creativo, e di come vada, in taluni casi, difeso. E con tante ragioni.

“Non sempre, dunque, già sulla base delle indicazioni ricavabili dal diritto positivo, plagiare in modo creativo – o, per dirla in termini scientificamente più puntuali trarre ispirazione creativa da – un’altrui opera dell’ingegno costituisce una condotta illecita. Qualora, anzi, la “rielaborazione” sia frutto di un processo creativo ed il risultato possa considerarsi originale rispetto all’opera dalla quale si è tratta ispirazione, l’opera derivata andrà, a sua volta, considerata un’opera dell’ingegno suscettibile di protezione ai sensi della disciplina sul diritto d’autore.”

Difendiamo quest’opera, difendiamo la sigla di Fuori Orario!

 

Il plagio creativo.
La Convenzione di Berna per la tutela delle opere letterarie ed artistiche sin dal 1886 stabilisce che devono ritenersi da essa protette “tutte le produzioni nel campo letterario, scientifico e artistico, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione, come: i libri, gli opuscoli ed altri scritti; le conferenze, allocuzioni, sermoni ed altre opere della stessa natura; le opere drammatiche o drammatico-musicali; le opere coreografiche e pantomimiche; le composizioni musicali con o senza parole; le opere cinematografiche, alle quali sono assimilate le opere espresse mediante un procedimento analogo alla cinematografia; le opere di disegno, pittura, architettura, scultura, incisione e litografia; le opere fotografiche, alle quali sono assimilate le opere espresse mediante un procedimento analogo alla fotografia; le opere delle arti applicate; le illustrazioni, le carte geografiche, i piani, schizzi e plastici relativi alla geografia, alla topografia, all’architettura o alle scienze“.
La stessa Convenzione prevede, inoltre, che: “Si proteggono come opere originali, senza pregiudizio dei diritti dell’autore dell’opera originale, le traduzioni, gli adattamenti, le riduzioni musicali e le altre trasformazioni di un’opera letteraria o artistica“. Si tratta di principi condivisi da tutti i Paesi aderenti all’Unione di Berna e che, pertanto, si ritrovano nelle diverse legislazioni nazionali nonché nella disciplina europea della materia.
In Italia, a proposito delle opere derivate, ad esempio, l’art. 4 della legge sul diritto d’autore (Legge, 21 aprile 1941, n. 633) dispone che: “Senza pregiudizio dei diritti esistenti sull’opera originaria, sono altresì protette le elaborazioni di carattere creativo dell’opera stessa, quali le traduzioni in altra lingua, le trasformazioni da una in altra forma letteraria od artistica, le modificazioni ed aggiunte che costituiscono un rifacimento sostanziale dell’opera originaria, gli adattamenti, le riduzioni, i compendi, le variazioni non costituenti opera originale“.
Non sempre, dunque, già sulla base delle indicazioni ricavabili dal diritto positivo, plagiare in modo creativo – o, per dirla in termini scientificamente più puntuali trarre ispirazione creativa da – un’altrui opera dell’ingegno costituisce una condotta illecita. Qualora, anzi, la “rielaborazione” sia frutto di un processo creativo ed il risultato possa considerarsi originale rispetto all’opera dalla quale si è tratta ispirazione, l’opera derivata andrà, a sua volta, considerata un’opera dell’ingegno suscettibile di protezione ai sensi della disciplina sul diritto d’autore.
Coerentemente a tale impostazione, d’altro canto, di frequente la giurisprudenza, chiamata a pronunciarsi – da titolari dei diritti su opere letterarie, musicali e/o cinematografiche con un “ego patrimoniale” piuttosto sviluppato o, per dirla in termini meno scientifici, con una buona dose di avidità – ha escluso la sussistenza del plagio, ad esempio di un’opera cinematografica, “allorché la nuova opera si fondi sì sullo stesso schema narrativo o idea ispiratrice, ma si differenzi negli elementi essenziali che ne caratterizzano la forma espressiva“. In questi termini, in modo conforme a molte altre analoghe pronunce, si è espresso il Tribunale di Torino il 24 aprile 2008. La decisione, peraltro, consente di evidenziare un primo importante principio spesso trascurato: in termini di tutela autorale non esiste il plagio delle altrui idee giacché l’unica forma di copia parassitaria suscettibile di integrare una violazione del diritto d’autore è quella che ha per oggetto la cannibalizzazione della forma espressiva che contraddistingue l’altrui opera.
Al riguardo scrive R. A. Posner, giudice americano e docente di copyright law all’università di Chicago (1997, pag. 17): “la legge sul copyright non vieta la copia delle idee (una definizione più ampia che include, oltre alle sue esatte parole ed ad altri dettagli espressivi, molte caratteristiche di un’opera d’ingegno, come il genere, la struttura narrativa di base, il tema o il messaggio) o dei fatti ma solo la forma con cui le idee o i fatti vengono espressi“.
Il Giudice Posner, peraltro, ricorda di come, proprio per questo, Dan Brown, autore, tra gli altri, del Codice da Vinci, abbia “vinto la causa in cui era accusato di violazione del copyright dagli autori di un libro precedente, dal quale Brown avrebbe rubato l’idea che Gesù aveva sposato Maria Maddalena e aveva avuto dei figli da lei“. Stimolanti gli interrogativi che, muovendo da queste premesse, Posner pone – e si pone – con straordinaria semplicità e lucidità. “Il confine che divide l’idea dall’espressione – scrive Posner – tuttavia è spesso vago. Quanto libera deve essere una parafrasi perché non violi il copyright? E questo è un problema che riguarda anche il plagio. Copiare una trama generica o un personaggio stereotipato da un romanziere, o fatti storici da uno storico, non rappresenta una violazione del copyright. Ma copiare come avrebbe fatto Dan Brown, i dettagli di una trama e di un personaggio potrebbe esserlo“.
Copiare le idee, dunque, in linea generale, non comporta una violazione del diritto d’autore così come, allo stesso modo, nessuna violazione degli altrui diritti d’autore può, evidentemente, darsi laddove vengano copiate opere, o elementi di opera, dotati di un tanto basso livello di creatività ed originalità da non meritare accesso alla tutela d’autore. In uno dei tanti precedenti in materia, ad esempio, la Corte d’Appello di Milano, in una Sentenza del 24 novembre 1999, ha stabilito che “non è tutelabile dal diritto d’autore il brano di musica leggera che per la semplicità della melodia simile a numerosi precedenti, sia carente del requisito dell’originalità ed è, pertanto, da ritenersi esclusa la configurabilità del plagio in relazione a tale brano“.
C’è, dunque spazio, perché – per dirla con la provocazione dalla quale trae origine il titolo di questo scritto – il plagio sia originale è rappresenti esso stesso un’opera dell’ingegno meritevole di tutela ai sensi della disciplina sulle creazioni intellettuali. La realizzazione di questi plagi – o piuttosto di queste opere derivate – non solo, evidentemente, non può e non deve essere vietata ma va, anzi, incentivata, promossa e sostenuta al pari di quella di ogni opera dell’ingegno umano, dimenticando quale ne sia la fonte di ispirazione o, ancor meglio, tenendolo bene a mente ma, proprio per questo – nella logica premiale dello sforzo creativo dell’autore che è alla base della disciplina sul diritto d’autore – riconoscendo all’autore – per restare alla provocazione, si potrebbe forse scrivere al plagiario – i diritti e le garanzie che l’Ordinamento appresta ad ogni autore.
Nessuna eresia giuridica, né atto sovversivo del Sacro Ordine della proprietà intellettuale, nello scrivere che il falso è – o almeno può essere – originale e che il plagio di un’opera dell’ingegno merita tutela quanto l’opera stessa e, in taluni casi – ovvero quando l’opera originaria ma non originale sia carente dei requisiti necessari per l’accesso alla tutela d’autore – più di quest’ultima.
Mash-up, remix, arte degradata e decine e decine di nuove forme e tecniche artistiche proprie della cultura digitale che traggono la loro forza e capacità espressiva ed originalità proprio dal “riuso creativo” di opere dell’ingegno antiche e moderne, analogiche e digitali, lungi dal dover essere considerate strumenti di scorribande artistiche, saccheggi creativi e atti parassitari, pertanto, rappresentano forme di espressione dell’ingegno umano suscettibili di generare e produrre opere di pari dignità rispetto a quelle – ammesso che ve ne siano – create solo ed esclusivamente dall’estro e dallo spirito dell’artista, in assenza di qualsivoglia riferimento o ispirazione proveniente da un oggetto naturale o artificiale.
Sin qui, lo stato dell’arte, quella giuridica, che può leggersi – sol che si sgombri la mente da preconcetti semantici e linguistici più che tecnico-giuridici – tra le righe del diritto positivo nel quale affonda le proprie radici il sistema della proprietà intellettuale. Resta, ora, da domandarsi se e cosa, il legislatore del XXI secolo possa fare per promuovere – pur restando nel solco tracciato dai suoi predecessori – la derivazione creativa ed artistica come processo culturale capace, nell’era del digitale, di produrre autentici capolavori del plagio, straordinari esempi di arte non originaria ma originale.
Posted in DIGIMON(DI) di Federico Chiacchiari | Tagged , , , , , , , | Commenti disabilitati su L’opera d’arte nel XXI secolo: dobbiamo salvare la sigla di Fuori Orario!

Zattere: un modo di camminare nel mondo

Perchè di mestiere faccio il regista, mestiere meraviglioso e bastardo che frammenta l’espressione artistica, per natura individuale, in una logica collettiva che ne amplifica le possibilità e il valore, ma ne frustra le intenzioni. Ma di vocazione però cerco storie, o almeno è quello che mi sembra di aver sempre fatto, in qualsiasi forma, in qualsiasi modo, forse rendendo anche la mia vita stessa una storia, facendo in modo che abbia senso e valore raccontarla. Ecco così che questa apparente scissione è finita per diventare un dialogo costante tra due irrimediabili infiniti: guardare e raccontare, cinema e scrittura quindi. Ed è sulla sottile linea di confine che separa e unisce al contempo queste due inclinazioni dell’anima che sta il mio punto di osservazione.
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Questo spazio nasce sul filo di una resa dei conti personale, dalla necessità di capire meglio il mondo che ci scivola addosso incurante – è veramente importante farlo? – e dalla percezione di una fame collettiva e trasversale di voci che possano frenare, e forse salvare, qualcosa di quell’inarrestabile flusso in cui si è trasformato il nostro tempo, finendo per assomigliare forse più ad un inevitabile naufragio che ad un naturale movimento dell’esistente. Intendiamoci, ognuno puo’ farlo a suo modo – forse addirittura non farlo. Io però di modi ne conosco due: la parola nella sua forma scritta e l’immagine nel suo farsi cinema. In questo modo, con queste pagine sospese nell’aria, cerco di avvicinare due terre che forse poi tanto distanti non sono.

Vediamo come e se è possibile.

Il punto è che questo mondo, così per come lo stiamo vivendo, non solo ha finito per confermare che un senso rimane inafferrabile e nascosto in qualche pertugio sepolto dal quale si puo’ uscire, se va bene, con un “nulla d’inesauribile segreto” (G. Ungaretti), ma si è anche rivelato compromesso nelle rarissime strade di accesso ad un modo di guardare alla vita, che se prima poteva anche funzionare e renderci prossimi a qualche nodo irrisolto dell’esistenza, ora ci lascia nudi e impotenti di fronte al difficile compito di trovare nuove modalità di relazionarci con il labirinto che quotidianamente ci troviamo a vivere fuori e dentro di noi. Tutto è mutato sotto i colpi di un incessante progresso che ha posto qualsiasi categoria di giudizio attraverso cui eravamo abituati a considerare il mondo nella posizione di non essere più sufficiente a spiegarlo, a riconsegnarcelo in una forma comprensibile. “Se lo scambio tra la realtà e i suoi significati è oggi impossibile” (J. Baudrillard), oggi viviamo una società dell’incertezza che non solo ha modificato la superficie delle cose, ma ne ha irrimediabilmente alterato i presupposti, l’anima che le sottende, un modo di afferrarle. Z. Bauman, pace all’anima sua, parlava anni fa di “società sotto assedio”, e difficilmente potremmo trovare una definizione migliore per questa sgretolata pangea in movimento, ormai rotta in infiniti pezzi di un mosaico che non trovano più possibilità di ricomporsi in un profilo unitario e della quale facciamo ormai perfino fatica a distinguerne la crisi.

Ecco la realtà che ritorna ad essere solo e soltanto flusso, e quindi inesorabile materiale liquido cui nessuna pretesa di atteggiamento razionale puo’ davvero offrire una spiegazione definitiva alla quale appellarsi per evitare che i nostri passi nel mondo siano solo un’avanzata sull’orlo della sparizione. Per questo diventa forse ancor più fondamentale decidere di accogliere la pazza sfida dell’esistenza. Come?

Ognuno, appunto, lo fa a suo modo. A me viene in mente questo fatto della scrittura e/o del cinema, che per me sono un po’ la stessa cosa. Perchè di mestiere faccio il regista, mestiere meraviglioso e bastardo che frammenta l’espressione artistica, per natura individuale, in una logica collettiva che ne amplifica le possibilità e il valore, ma ne frustra le intenzioni. Ma di vocazione però cerco storie, o almeno è quello che mi sembra di aver sempre fatto, in qualsiasi forma, in qualsiasi modo, forse rendendo anche la mia vita stessa una storia, facendo in modo che abbia senso e valore raccontarla. Ecco così che questa apparente scissione è finita per diventare un dialogo costante tra due irrimediabili infiniti: guardare e raccontare, cinema e scrittura quindi. Ed è sulla sottile linea di confine che separa e unisce al contempo queste due inclinazioni dell’anima che sta il mio punto di osservazione, in ascolto e pronto a bloccare, se possibile, nel cuore di questa corsa dentro e contro il tempo, quei sussulti dell’esistenza che non potendo ormai più portare con loro tutto il senso del mondo, forse ne raccolgono ancora eco disperse, funzionando da cassa di risonanza di un logos che era un tempo voce risolta e compiuta, e ora è dissolta nei mille sussurri che percorrono l’esistenza dandoci l’illusione che non tutto di quello che viviamo sia vano, o senza ragione.

Per questo mi è risuonata familiare, utile se non addirittura attuale, questo fatto dell’istantanea, che è il nome di questo viaggio in forma scritta, di un movimento fermo e deciso che risucchia il tempo a ritroso, obbligandolo ad una sospensione immobile, fermandone l’eterna circolarità e isolando un momento singolo nel tempo, come si fa con un dettaglio importante, come un evento che si stacca dall’indistinto e si rende salvifico come una zattera sulla superficie inafferrabile dell’esistenza. Questa sarà la sfida, o il fragile tentativo, di queste pagine: sospensione e fissità come habitat necessario, come una forma di resistenza al tempo che tutto divora, trasformandolo, rendendolo memoria e lasciandolo galleggiare sulla superficie del mondo in attesa di mani disponibili a raccoglierlo. Perchè forse raccontare una storia o fare cinema è in fondo la stessa cosa. E queste parole non saranno che un modo non tanto diverso di appuntarsi quello che resta di un mondo in fuga, accogliendolo nello spazio partigiano di una memoria necessaria.

E chissà che alla fine di questa incerta cavalcata non potremo trovarci tra le mani sufficienti attimi strappati all’irreversibile panta rei da tracciare qualcosa di più che un’irrisolta sensazione, magari una distesa di zattere tanto lunga da assomigliare ad un sentiero di significati sopra il mare scuro e vischioso del mondo, oppure forse solo un insieme sghembo di tavolacce faticosamente aggrappate alle onde. Questo ancora non lo so. Difficile dire cosa riuscirò a tenere insieme e dove questo saltare, e guardare, e raccontare scrivendo, potranno portare, ma inutile sembra non essere. Se non altro avremo un posto sicuro dove asciugarsi al sole in caso di bisogno. Perchè in definitiva, come ci ricorda A. Tabucchi, “cos’è una vita, e quindi anche il mondo, se non vengono raccontati? E questo vogliono essere queste pagine virtuali pronte a galleggiare ogni settimana sulla superficie mutevole del web.

Si comincia quindi dalla prossima: primo salto sopra il mare del mondo alla ricerca di una zattera su cui atterrare e di un’immagine da rubare al tempo che possa dirci qualcosa in più di quello che attraversiamo e del suo modo, volendo, di farsi racconto.

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