Supporters of the Campaign to Pardon Edward Snowden

snowden-bluePer una volta un titolo in inglese, per sostenere una campagna di libertà. Con la richiesta di un più che simbolico “perdono” da parte del Presidente Obama, negli ultimi mesi del suo lungo mandato, a Edward Snowden (qui un approfondimento su Wired), esiliato in Russia per aver rivelato i documenti che evidenziavano l’opera di spionaggio sistematico su milioni di cittadini (e politici) di tutto il mondo da parte dei servizi segreti americani (Datagate), e che se tornasse in patria rischierebbe una condanna in prigione di trent’anni.

Questi sono alcuni cittadini americani – in particolare del mondo del cinema e della rete – che hanno sottoscritto questo appello:

Steve Wozniak (Co-Founder, Apple), Jack Dorsey (Co-Founder and CEO, Twitter and Square), Danny Glover (Actor, Producer), Daniel Radcliffe (actor), Jimmy Wales (Founder, Wikipedia), Peter Gabriel (Musician), Lili Taylor (actress), Ursula Le Guin (Writer), Michael Stipe (Musician), Viggo Mortensen (Actor), Alex Gibney (Academy Award-Winning Filmmaker), John Cusack (actor), Susan Sarandon (actress), Maggie Gyllenhaal (actress), Mark Ruffalo (actor), Peter Saarsgaard (actor), Michael Moore (Academy Award-Winning Filmmaker), Martin Sheen (actor), Laurie Anderson (Artist),

La campagna è qui https://www.pardonsnowden.org/supporters.

Per sostenere direttamente la campagna noi europei possiamo utilizzare la pagina di Amnesty International https://www.amnesty.org/en/get-involved/take-action/Edward-Snowden-hero-not-traitor/

Questa la lettera a Obama:

Dear President Obama,

I am writing to ask you to use your presidential authority to pardon Edward Snowden, an American whistleblower who acted on the conviction that the public had a right and need to know about a global mass surveillance system that exceeded the limits of the Constitution.

Snowden’s actions, and the Pulitzer Prize-winning reporting that followed, set in motion the most important debate about government surveillance in decades, and brought about reforms that continue to benefit our security and democracy.

Last year, Congress reined in the government’s surveillance authority for the first time in nearly four decades, after a federal appeals court struck down as illegal the NSA’s mass call-tracking program. A blue-ribbon commission you convened recommended 46 sweeping changes to our surveillance and security practices. And technology companies around the world have been newly invigorated to protect their customers and strengthen our communications infrastructure.

None of these reforms would have occurred without Snowden’s actions. Former Attorney General Eric Holder believes that Snowden “performed a public service by raising the debate that we engaged in and by the changes that we made.” You have also expressed confidence that the debate about surveillance and democracy he helped launch “will make us stronger.”

Snowden should not be threatened with serious felony convictions and prolonged confinement under World War One-era laws that treat him like a spy who sold secrets for profit.

Winston Churchill once wrote, “Men occasionally stumble over the truth, but most of them pick themselves up and hurry off as if nothing ever happened.” Not so with Edward Snowden.

It is clear that America’s democracy has benefited from Snowden’s actions, and I am confident he will be remembered as a whistleblower and patriot. I urge you to use the powers granted to you under Article II, Section 2 of the U.S. Constitution to pardon Edward Snowden.

Sincerely,

A Concerned Citizen

 

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Il cinema del lavoro a Fondi, aspettando il Museo del Neorealismo

virginiopalazzoconettorescolaParlare oggi, con il linguaggio del cinema, del mondo del lavoro è impresa difficile. Se poi lo si fa guardando alla lezione dei registi del passato diventa un’utopia. C’è però chi crede sia possibile costruire ‘ponti’ e trasmettere di nuovo quella passione della realtà e per la realtà che ha nutrito il cinema italiano del Neorealismo. A Fondi, in provincia di Latina, l’Associazione Giuseppe De Santis da sedici anni organizza il Fondi Film Festival. Proprio quest’anno poteva essere decisivo per dare il via all’atteso Museo del Neorealismo. Uno spazio fisico, ma soprattutto morale ed etico, che la città da anni aspetta e per cui si è battuta l’associazione oggi presieduta da Gianni Amelio. Ho rivolto alcune domande all’avvocato Virginio Palazzo (nella foto con Ettore Scola) consigliere delegato dell’associazione, partendo proprio dal ‘caso museo’ per cui si era speso anche Ettore Scola, grande amico del festival e presidente dell’associazione.

Il Museo del cinema del Neorealismo a Fondi, annunciato e poi stoppato. Si farà?
Noi continueremo ad insistere. Già al termine del Fondi Film Festival il presidente onorario Giuliano Montaldo, il presidente Gianni Amelio, il direttore Mario Martone invieranno una lettera al presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti per un incontro chiarificatore che sciolga ogni dubbio sulla volontà della Regione Lazio di istituire il Museo a Fondi, come è stato scritto nell’art. 13 del collegato alla finanziaria, poi stranamente e immotivatamente stralciato dal testo definitivo. Vedremo allora se la proposta corrispondeva ad una volontà reale o se si è trattato di una finzione che nascondeva una volontà negativa.

Il Fondi Film Festival dedica una sezione a ‘Immagini dal lavoro’, in un paese dove ancora ci sono troppe ‘morti bianche’ è quasi un dovere morale parlare di lavoro?

‘Immagini dal lavoro’ è la sezione principale, poiché è il tema più importante che Giuseppe De Santis ha trattato nella sua breve, ma significativa filmografia (ricordo che Tullio Kezich titolò l’articolo sul ‘Corriere della sera’, “Solo undici film, ma da storia del cinema”, alla morte del regista). Dal lavoro che viene difeso (Riso amaro), a quello atteso (Roma ore 11), a quello inventato (La strada lunga un anno): in questi tre capolavori, viene rappresentata la centralità e l’urgenza di una condizione di vita dignitosa, che solo il lavoro e l’operosità possono dare”.

Oggi perché è ancora attuale la ‘lezione’ del cinema e del pensiero di Giuseppegiuseppe-de-santis De Santis (nella foto a sinistra) e come si può ‘usarla’ per far crescere le nuove generazioni?
Accanto al tema del lavoro, oggi tanto prepotentemente centrale nel racconto cinematografico, quelli della guerra (Italiani brava gente), della ribellione ai soprusi (Non c’è pace tra gli ulivi), della speculazione edilizia, con l’arrivismo che calpesta ogni valore (Un apprezzato professionista di sicuro avvenire), vengono trattati da De Santis anche non largo anticipo rispetto al futuro. Da qui l’attualità che deriva dalla visione profetica.

Il ‘Dolly d’oro’ premia un regista italiano alla prima opera. Negli anni è andato a Marco Bechis, Paolo Sorrentino, Andrea Porporati, Kim Rossi Stuart. Quest’anno Gabriele Mainetti per ‘Jeeg Robot‘. Perché questa scelta?
Il premio viene assegnato sulla scorta delle indicazioni di tutti i componenti del comitato scientifico, che scelgono tra una rosa di film firmati da giovani registi italiani di età non superiore a quaranta anni, all’esordio o ala seconda opera. E’ una scelta libera, che deriva da gusto dei singoli giurati.

L’anno prossimo saranno 100 anni dalla nascita di De Santis, il Museo potrebbe il essere giusto riconoscimento?
Prima Carlo Lizzani, poi Ettore Scola, si sono spesi personalmente per il progetto del Museo, avendo come obiettivo l’anno 2017, che coincide con il centenario della nascita di De Santis e vedrà tutta una serie di manifestazioni, in Italia e all’estero, per ricordare il maestro del Neorealismo, che vedranno coinvolti il Centro Sperimentale di Cinematografia, la Mostra del Cinema di Venezia, alcune cineteche europee, oltre ad altre istituzioni culturali che verranno coinvolte nei prossimi mesi. L’apertura del Museo potrà essere il momento più importante e prestigioso, anche per il valore che assume sui giovani e le future generazioni.

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In attesa d’un cinema sensuale e popolare

Ogni epoca ha il suo pubblico. E ogni pubblico è legato a un vettore dominante, a un elemento di transizione delle immagini che, a sua volta, crea il fruitore. Nel doppio senso in cui è leggibile questo verbo.

Pittura, teatro, cinema, televisione, web: è con questi oggetti che dobbiamo fare i conti. E parlo soprattutto a chi è intenzionato a narrare storie.

E’ sorprendente come, oggi, ci sia ancora chi, testardamente, continua a inseguire l’idea di cinema senza tenere in considerazione i mutamenti, le metamorfosi di uno spazio (che potrebbe coincidere con quell’area che chiamiamo mercato), le cui caratteristiche non sono più quelle di una volta. La realtà è cambiata ed è necessario mutare il tono o l’accento o il volume della propria voce se si vuole che, in qualche modo, i nostri racconti passino e si trasformino in comunicazione.

Non si tratta di arrendersi, si tratta di capire e di attrezzarsi di conseguenza, di mettere in campo strategie comunicative nuove e funzionali.

Il dominio del web ha cambiato i connotati e le richieste. Le richieste sono realtà con le quali confrontarsi, che non possiamo ignorare, pena l’esclusione dalle dinamiche della narrazione. Le richieste sono aspettative che appartengono a una realtà profonda, istintiva, vitale, necessaria, biologica, del fruitore. Una realtà complessa che merita rispetto, qualunque sia la spinta, il livello, la tipologia di necessità. Confrontarsi, lo ripeto, non significa soccombere, cedere le armi, arrendersi a un messaggio monotono e monocorde, incapace di alzare la testa, incapace di dire altro, di significare e di trasmettere emozioni meno scontate e più complesse.

Il nostro cinema nazionale sembra non essersi accorto di questi cambiamenti, sembra non volerne fare i conti. Si accontenta di fare memoria, di ancorarsi a un passato che non esiste più, dove domina la morte, l’imbalsamazione, la proliferazione di degenerazioni epidermiche. La riflessione sembra essersi azzerata – mentre la critica annaspa tra gli estremi, generando una nuova schiera di apocalittici numerosa quanto quella degli integrati e incapace di produrre strumenti che potrebbero essere utili ai facitori di cinema (qualunque cosa significhi, oggi, la parola cinema).

Simbolicamente Sorrentino racconta perfettamente questa realtà e ne fotografa (ingenuamente, involontariamente, verrebbe da pensare) lo stato funebre: la parola “gioventù” è relegata, per questo, nel titolo di un film che è un inno alla vecchiaia (il nostro cinema maggiore sembra farsi carico di un pubblico “anziano”, in perfetta simbiosi con quella che è l’età media nazionale: Moretti e Garrone guardano nella stessa direzione e il loro narrato mette fuori, quasi programmaticamente, il pubblico giovane – quasi volesse condannarlo a altre narrative, a una serialità che continuamente ci sfugge, che ci supera, che fa sberleffo del nostro modo arcaico e convenzionale di fare cinema).

Cinema costoso, il nostro. Spesso incapace di rientrare degli investimenti. Cinema statale destinato a circuitare all’interno di uno spazio nazionale – compresa l’impresa eroica di Checco Zalone, anche lui tutto preso a raccontare ai compaesani le proprie riflessioni su come va il mondo.

Se gli strumenti sono cambiati e se i vettori sono cambiati, dobbiamo cambiare il modo di narrare. E devono essere buttati a mare anche i meccanismi produttivi – quelle dinamiche che hanno dominato fino all’altro ieri.

Il pubblico “forte” è quello dei ventenni, è quello che segue i serial prodotti da Netflix guardandoli sullo schermo del cellulare – schermo d’altissima qualità, capace di regalare neri profondi e bianchi smaglianti, macchine dall’audio perfetto e che possono essere usate quasi dappertutto – oggi il cinema è diventato quel luogo in cui il nostro vicino mescola sapientemente visionamento del film e visionamento costante dell’home page di facebook. E’ con queste cose, con queste dinamiche che dobbiamo fare i conti. Studiando, magari, come sia possibile che un gruppetto di ragazzini furiosi (i Jackal) abbiano appena finito di girare un film sostenuto da una delle più importanti case di produzione nazionali.

I Jackal nascono da un televisivo aggressivo che si mescola col web. Uniscono talento a conoscenza delle strategie adeguate a questi strumenti. Hanno alle spalle una gavetta lunghissima: ora che hanno trent’anni si portano dentro una quindicina di anni di tentativi, prove, esercitazioni, sperimentazioni, realizzazioni imponenti a zero budget… Il loro percorso, che non prevede amicizie e nepotismi, colpi di fortuna e fondi a sostegno (non sono, insomma, i figli di papà e nulla hanno a che vedere con il cinema italiano di questi ultimi vent’anni), prevede invece duro lavoro sul campo, impegno costante, analisi del settore – certo, hanno avuto dalla loro il fatto di appartenere a una generazione prossima a quella dei nativi digitali…

Il percorso dei Jackal è netto, pulito, ineccepibile: per questo risultano essere particolarmente interessanti e facitori di un cinema possibile – al di là del risultato del film realizzato e che vedremo tra qualche mese, forse a Natale.

Un gruppo con un progetto comune. Interessato a studiare le variabili di un mondo narrativo complesso che è quello nel quale siamo immersi.

Non sto dicendo che il loro è l’unico cinema oggi possibile. Sto dicendo che loro segnano una strada, un percorso praticabile, una tipologia strategica corretta, utile ad approcciare, ora, il cinema.

E’ una strategia che è possibile declinare in tutti i modi. Funzionale a raccontare storie diverse e lontane, magari, anni luce da quelle raccontate dai Jackal. Quello che m’interessa sottolineare è il progetto produttivo, non l’oggetto prodotto.

E’ questo, insomma, il momento del fare. Del non fermarsi mai. Dello sperimentare. Del mettere mano ai progetti e portarli a termine, del costruire storie secondo quelli che sono gli oggetti che si hanno a disposizione – perché qualunque strumento può funzionare e potete fare alta cucina scendendo e andando a comprare tutto ciò che vi serve oppure reinterpretando, trovando soluzioni creative e utilizzando semplicemente ciò che, in questo momento, avete in casa.

Questa storia me l’ha raccontata, in qualche modo, anche Abel Ferrara che, col suo modo furioso di fare cinema, si mette continuamente in gioco, senza pudore, senza alcuna paura nel dover mettere assieme le mega produzioni hollywoodiane col cinema fatto con quattro soldi, alla garibaldina, scendendo in strada animati da questa voglia primitiva, istintiva e appassionata, di narrare, di raccontare cose, di mettere a posto il mondo donandogli un senso. Abel Ferrara e il suo amico Willem Dafoe, che potreste incontrare per le strade di Roma, alle prese con stativi, luci, cavalletti – nessuna paura di sporcarsi le mani, nessun sacro e inutile rispetto per l’autorialità donata dal passato.

E’ in questo mettersi in gioco, in questa sperimentazione oggi possibile, è nell’analisi sistematica dei mezzi e nell’attenzione prestata a coloro che devono ascoltare e vedere ciò che realizziamo (il pubblico), che si gioca il futuro di un cinema possibile. Un cinema popolare – eravamo maestri, ricordate? – che sensualmente fa vibrare un fluido capace di mettere assieme strumenti e corpi, capace di eccitare la mente e l’anima, capace di gestire parole antiche e che fa sue anche quelle moderne, capace di miscelare linguaggi e forme del pensiero. Un cinema, insomma, capace di parlare della vita anche quando riflette sulla morte. Un cinema che pulsi, capace di soddisfare un desiderio e di trasformarlo in piacere. Un piacere che diventa talvolta, magari spesso, orgasmo.

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La scomparsa del buio….

space-out-contest(il cinema oltre la fine della sala cinematografica nell’era della condivisione)

In settimane in cui il profilo Twitter di Mark Zuckerberg è stato hackerato (e la sua password dadada sbeffeggiata…),  in cui Amazon ha lanciato la distribuzione per la prima volta di prodotti surgelati, e Snapchat ha superato Twitter con 150 milioni di utenti giornalieri, e mentre in Italia il flusso delle “narrazioni” hanno preso la strada delle elezioni amministrative… l’immagine che più mi ha colpito è stata quella dei 60 cittadini della Corea del Sud, impegnati nella manifestazione/concorso “Space Out”.

Nato come evento/installazione artistica nel 2014, oggi Space Out è sostenuto dal Consiglio Comunale di Seoul, e ha visto oltre 1500 candidati online per i 60 posti del Concorso.

Cosa dovevano fare i partecipanti? Trascorrere 90 minuti seduti in un parco pubblico a Seoul, senza parlare, dormire, mangiare e, soprattutto, senza utilizzare alcun dispositivo elettronico.

Alcuni hanno rilanciato le foto dell’evento, classificandolo – forse un po’ in fretta e semplicisticamente – come una sorta di rivolta contro l’abuso di smartphone e tablet, e della vita sempre online dei nostri giorni. “Rilassa la mente” era lo slogan, e tuttavia la celebrazione dell’evento stesso è passata e divulgata proprio attraverso quei dispositivi che la manifestazione intendeva, anche se solo per 90 minuti, allontanare. Guardando le foto dei partecipanti, quasi in trance, possiamo certo capire qualcosa di noi stessi, del nostro futuro, considerando che la Corea del Sud è il paese – per uso dei suoi abitanti – tecnologicamente più avanzato del mondo.

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Ebbene cosa ci riserva il futuro? Un forte desiderio di “disconnessione”. Ne avevo parlato anni, fa, in un vecchio post, in cui citavo un bel racconto di Gary  Shteygart.

Eppure, nel guardare quei volti, viene da domandarsi: è necessario partecipare ad un Concorso per “disconnettersi”?  Perché non possiamo fare la stessa cosa quando e dove ci pare, ovunque e dappertutto?

Bypassando per un attimo il concetto di “performance artistica” (meravigliosamente giocata sulla “sottrazione” delle attività umane, perché non era vietato solo usare strumenti tecnologici, ma anche leggere e parlare), l’elemento che più colpisce è quello della rappresentazione, della partecipazione ad un evento, e in particolare dalla possibilità di condividere questo “silenzio”. Vivere questo momento di relax assoluto nel segreto delle nostre mura domestiche non avrebbe senso. Il senso lo dà proprio la condivisione. Fare questo “gesto assoluto” insieme ad altri, in un luogo pubblico, dove altri ancora potranno comunque riprendere e rilanciare il mio stato di assoluto relax, così faticosamente raggiunto.  dozens-of-citizens-take-part-in-seouls-space-out-competition-in-which-participants-are-required-to-s_552375_Detto che il vincitore del Concorso è stato colui che ha avuto la frequenza cardiaca più stabile (un rapper locale di nome Shin Hyo-Seob, noto come  Crush)  il che conferisce all’evento un potere di stabilizzatore delle proprie emozioni, resta la forte sensazione che la “condivisione”, meglio ancora se mediatica, meglio ancora se in “real time” (e la diffusione delle dirette Periscope e, da qualche settimana, anche di Facebook, sta crescendo smisuratamente) sia un po’ la misura dell’immaginario di questo inizio secolo.

Mentre la “narrazione collettiva” si espande sempre più nel Flusso Social, ogni evento, ancor più ogni manifestazione culturale, esiste solamente se è fortemente condivisa. E a volte conta più quanto l’evento stesso sia condiviso nei canali virtuali di quanto l’evento in sé possa catturare l’attenzione di corpi reali.

E mentre vedevo questi corpi al sole, che non parlano, non leggono, non usano il cellulare, ma sono uno al fianco dell’altro, mi è venuto in mente che questo tipo di attività, una volta, nel secolo scorso… era propria del cinema.  Al cinema non parliamo (non dovremmo), non dormiamo (non dovremmo…), non usiamo il cellulare (non dovremmo)…  Al cinema, in qualche modo, “rilassiamo la mente”, abbandonandoci per un’ora e mezza o poco più, alle vite immaginarie che ci scorrono davanti agli occhi.

E allora se il Cinema aveva già questa funzione di “rilassatore sociale” (con le nouvelle vague e gli sperimentatori a cercare invece di catturare l’attenzione per una rivolta dello sguardo), perché oggi le sale, una dopo l’altra, inevitabilmente chiudono? Perché non ci piace più così tanto, come un tempo, andare al cinema?

imageMentre le sale chiudono (per mancanza di spettatori e perché sono diventate economicamente insostenibili), a Roma da circa un anno un gruppo di ragazzi che aveva occupato l’ex Cinema America (trasformandolo da luogo chiuso da anni in un centro di aggregazione giovanile), sta invece riproponendo la “centralità della sala”, lottando contro la chiusura di tutte le sale della città, organizzando proiezioni nelle piazze (“schermi pirata”), prevalentemente nel quartiere di Trastevere, riuscendo da un lato a riempirle ogni volta di spettatori (ma attenzione: non si paga!), dall’altro a coinvolgere una buona parte del cinema italiano che, uno alla volta, hanno prima espresso solidarietà poi partecipato alle proiezioni, mentre la Fondazione Cinema per Roma (si quelli del Festival di Roma) li ha pubblicamente sostenuti nelle loro ultime manifestazioni, fino alla assegnazione, da Bando, dell’ex Sala Troisi, chiusa da diversi anni, sempre a Trastevere.

La domanda è: perché al cinema non ci si va più (e quindi poi gli esercenti, soprattutto delle monosale, sono costretti a chiudere), mentre le piazze di Trastevere si riempiono di vecchie e nuove generazioni di spettatori? Non certo per la programmazione inedita o particolarmente coraggiosa, perche questi ragazzi hanno da subito affermato il concetto di Cinema come “sala cinematografica” e non come “film”: il contenitore, non il contenuto. E neppure per una vocazione “ribelle” o rivoluzionaria, perché i ragazzi sono ben felici di “istituzionalizzarsi” e partecipare ad eventi della Fondazione Cinema o ricevere Nastri d’Argento dal Sindacato giornalisti.

La differenza sembra  farla il contesto.

Cosa colpisce in queste immagini di piazze piene di persone, allegramente immerse nella visione di un film?  L’assoluta mancanza del “buio della sala”. Finalmente posso assistere a un evento, vedere (o intravedere poco importa) un film, parlare con il mio vicino (come ai vecchi tempi di Massenzio!) e, soprattutto, non rinunciare neppure per un minuto al mio inseparabile smartphone, con il quale posso assicurarmi di connettermi e condividere le immagini di questa esperienza su Instagram o altri canali social.

cinema america san cosimato

Ecco, il Cinema, a Trastevere, sembra essere ritornato alle origini. Dove quello che contava era soprattutto l’esperienza della visione, e non il film in sé (il concetto di film arriverà almeno vent’anni dopo, con Griffith). Oggi il cinema funziona se diviene esperienza. Funziona nelle piazze organizzate dai ragazzi del Cinema America Occupato, funziona nei film che escono in sala “solo per due giorni”, o in alcune manifestazioni dove è l’evento al quale partecipare che aggrega, non la visione in se di un film.

Nel buio di una vecchia sala, credevamo di condividere la visione con gli altri spettatori. Corpi sconosciuti ma a noi fisicamente attigui, con i quali immergersi magicamente nella visione collettiva. Oggi la visione o la partecipazione ad un evento lo vogliamo condividere con le persone che amiamo o conosciamo, anche – soprattutto – se si trovano lontano, fisicamente, da noi. Vedere un film a casa, da soli o con amici, oppure in una piazza o in un “happening di massa”, diventa quindi un’esperienza della visione da condividere, e il condividere in sé quasi sostituisce la centralità del vedere. Non serve più vedere, ma esserci, vivere l’esperienza. E comunicarlo agli altri.

Cinema aperitivo, friendly e trendy. Tutto il contrario del luogo oscuro (cosi vicino all’idea di morte) di una sala cinematografica….

 

 

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Ron Howard lancia #Twitterville

TwettRonHowardUn’idea lanciata sul proprio profilo Twitter per vedere l’effetto che fa.  Ron Howard è un regista che adora i 140 caratteri, chi lo segue sui social saprà di cosa parlo, il 18 maggio lancia #Twitterville in cui domanda: “Quale famoso libro vorreste vedere prodotto ? E  vorreste vederlo in una serie tv o in un film? Mi piacerebbe saperlo”. I suggerimenti (più o meno appassionati) non sono mancanti: Galápagos di Kurt Vonnegut, The Night Circus, The Saxon Chronicles di Bernard Cornwell, Ulisse (ma giraro in Irlanda (?!) scrive una follower del regista), The Secret History di Donna Tart. C’è chi chiede Catch-22 (Comma 22) di Joseph Heller per una serie Hbo con Frank Dillane (Heart of the sea) nei passi del capitano Yossarian. Il film dal romanzo di Heller è stato già girato nel 1970 da Mike Nichols, ma una serie tv non è una cattiva idea. Vedremo se il buon Howard prenderà spunto dalle segnalazioni dei sui ‘seguaci’ su twitter. Seguirlo non è mai noioso.

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Che cos’è un Manrico

MAnrico003Che cos’è un Manrico sarebbe piaciuto a Miguel de Cervantes e Dino Risi. Non perché c’è Roma d’estate e si lotta contro tanti fantasmi urbani, ma perché c’è una umanità e una sincerità rare nella vita come sul grande schermo. Questo documentario firmato da Antonio Morabito (Il venditore di medicine) esce il 7 aprile a Roma al Cinema Adriano, ma continuerà per diverse settimane con serate evento, grazie all’ Istituto Luce che ha voluto riproporlo in una versione nuova e rimontata rispetto a un lavoro di tre anni fa. Che cos’è un Manrico (trailer) non è un film sulla distrofia o la disabilità. È una commedia, un road-movie surreale, con protagonista un trentenne distrofico Manrico (Manrico Zedda) e il suo operatore, Stefano (Stefano Romani). Morabito ha fotografato sette giornate normali della strana coppia, trascorse nel cuore della Capitale in sella ad una carrozzina a motore, a fare slalom tra le macchine, arrampicandosi per i marciapiedi ostruiti, facendo tappa nei bar di Borgo Pio, nei ristoranti cinesi, a piazza San Pietro, fra i suonatori di strada di Campo De’ Fiori, arginando in casa quel torrente in piena che è la nonna, andando a vedere una partita della sua squadra di hockey per la prima volta da spettatore, in mezzo a tanti altri Manrico.

Credo che il tema della disabilità sia solitamente affrontato secondo una serie di cliché – racconta Morabito – superando raramente un’idea superficiale che da sempre accompagna l’immagine del disabile nella mente dei cosiddetti sani. Quest’idea è costruita intorno ad una concezione del disabile come vittima da compatire, eventualmente da aiutare, sicuramente con le migliori intenzioni, ma tenendo ben presente la diversità che rappresenta, quasi fosse costituito da una materia diversa dalla nostra. Ciò è frutto della paura, causata a sua volta dall’ignoranza. E con le paure non si va lontano”.

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Johan Cruijff, la Fonte Meravigliosa

johan-cruyff-1401001396Il 15 giugno del 1974 tutti gli appassionati di calcio del mondo assistettero, come d’incanto, a una sorta di “prima volta”, un qualcosa che non si era mai – almeno in quelle forme, con quella determinazione, e con quella visibilità globale televisiva – mai visto prima: la nascita del cosiddetto “calcio totale”. Era la prima partita della nazionale olandese, contro una delle squadre storicamente più ostiche da incontrare, l’Uruguay.

La partita terminò 2-0, ma non fu il risultato (che avrebbe potuto essere più corposo) a stupire, quanto un nuovo modo di interpretare il calcio, che da lì in avanti avrebbe trovato estimatori e imitatori in tutto il mondo.

C’è un fotogramma, di questa partita, che può provare a “fermare l’attimo”: è un’immagine di un filmato di 40 anni e passa fa, la televisione era ancora in 4:3 e quindi non si aveva mai, in una sola inquadratura, tutta la visione d’assieme dell’azione di gioco. Non così per l’Olanda, che in questa immagine, portiere escluso, è tutta rinchiusa in un fotogramma

Olanda Uruguay 1974

La palla è in possesso degli uruguayani, e in uno spazio di meno di 10 metri, ci sono tutti e 10 i giocatori olandesi, che corrono verso il pallone, mettendo tutti gli attaccanti avversari in fuorigioco.

Ecco, questa fu la prima trasmissione globale di un’idea di calcio, che possiamo definire moderna, che cambiava i paradigmi, sportivi e culturali, dell’epoca. Non si parlava più di terzini, di ali, di stopper, di mediani: improvvisamente i giocatori erano interscambiabili, i ruoli solo un lontano ricordo, un centrocampista poteva fare il difensore, un centrale stare sulla fascia, e viceversa. L’importante era saper giocare bene con il pallone e, novità, sapersi muovere nello spazio in perfetto sincronismo.

Ma, se fermiamo il fotogramma successivo, notiamo immediatamente qualcosa di diverso

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Tra i 20 giocatori inquadrati in questo spicchio di campo, ce n’è uno che alza il braccio, perché ha imparato a comandare il movimento di tutta la squadra e, immediatamente, richiama l’attenzione dell’arbitro sul fuorigioco.

Ecco: questa idea di “calcio totale” la si deve certo a Rinus Michel, che aveva iniziato questa rivoluzione , nel calcio olandese, da alcuni anni, e non a caso l’Ajax, oltre a vincere tanti campionati nel suo paese, aveva vinto la Coppa dei campioni nei tre anni precedenti, 1971, 1972 e 1973, dopo averla persa – forse perché arrivati “troppo in anticipo sui tempi”, nel 1969 contro il Milan di Nereo Rocco.

Ma questa rivoluzione non sarebbe stata possibile se il cuore di quella squadra, e di quel fotogramma, e di tutta quella storia, fosse stato Johan Cruijff.

Non a caso si trova perfettamente nel centro di quell’immagine, ed era nel centro di tutto il gioco di quella nazionale olandese che, pur perdendo due finali consecutive, è rimasta nell’immaginario collettivo come la compagine che ha cambiato, per sempre, il calcio.

Sul Cruijff calciatore sono state scritte tante pagine, anche interessanti. Sul suo modo di calciare, di correre, di dribblare. O i suoi gol “volanti”. Ma non si è fatta mai abbastanza attenzione sulla “gestualità” di Cruijff. Prima che con i piedi Johann Cruijff – quasi paradossalmente per il calcio – giocava con le braccia.

Guardate qui

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E’ fin troppo chiaro che si trattava di un vero “direttore d’orchestra”. Quello che lo ha differenziato dai grandi geni del calcio mondiale era proprio questo suo essere da un lato tecnicamente così dotato (come i Pelè, i Maradona, i Messi), ma contemporaneamente dotato di una resistenza fisica notevole (che gli permetteva di essere in tutte le zone del campo) e una “visione di gioco” che superava quella di ogni allenatore.

Le sue braccia sono sempre in movimento, ad indicare dove il gioco, il pallone, il movimento senza palla, devono dirigersi.

Basta leggere questa dichiarazione del suo compagno di squadra, Barry Hulshoff, barbuto difensore centrale, per capire come Johann fosse il vero “allenatore in campo”: « Discutevamo di spazio per tutto il tempo. Cruijff spiegava sempre dove i compagni avrebbero dovuto correre, dove rimanere fermi, dove non si sarebbero dovuti muovere. Si trattava di creare spazio ed entrare nello spazio. È una sorta di architettura sul campo. Parlavamo sempre di velocità della palla, spazio e tempo. Dove c’è più spazio? Dov’è il calciatore che ha più tempo a disposizione? È lì che dobbiamo giocare il pallone. Ogni giocatore doveva capire l’intera geometria di tutto il campo e il sistema nel suo complesso[31]. »

Creare spazio ed entrare nello spazio. È una sorta di architettura sul campo.

Prima notazione: gli altri giocatori parlano di come un loro compagno gli dava indicazioni su come giocare. Questa cosa mi ricorda gli aneddoti di Pane amore e fantasia, che venne diretto da Luigi Comencini, o Pane amore e…., diretto da Dino Risi, ma che dai racconti degli attori dal set viene fuori sempre la frase “De sica ci diceva di fare questo…”. Già Vittorio De Sica, a proposito di allenatori in campo.pane amore e....

Seconda notazione: il lavoro sullo spazio, e sul movimento, immaginato e creato da Cruijff, è qualcosa che davvero avvicina il calcio all’architettura del movimento moderno di Frank Lloyd Wright, immortalata sullo schermo dalla figura di Howard Roark, il geniale architetto dalle grandi idee moderne, interpretato da Gary Cooper nel magnifico La fonte meravigliosa, di King Vidor.

gary cooper

La grandiosa unicità di questo insopportabile genio del calcio (irascibile, sempre pronto a polemizzare con gli arbitri e, più avanti, con società e dirigenti, un maledetto antipatico anticipatore di tendenze che ricorda molto da vicino un personaggio come Steve Jobs, con il quale condivide questa ossessione per la sua personale ricerca, per un’idea di “prodotto” che si adatti al corpo, che trasformi i corpi, che modifichi le pratiche e le consuetudini sociali per crearne di nuove) sta forse proprio in quella “magnifica sconfitta” con la Germania nel 1974. Cruiff ha vinto tutto, campionati, Coppa dei campioni  in Olanda 1971, 1972 e 1973, Pallone d’oro 1971/1973/1974, campionati nel Barcellona da calciatore, 1974, e da allenatore 1991. 1992, 1993 e 1994. Ma a differenza di Pelè e Maradona non è riuscito a vincere il trofeo più ambito per qualsiasi calciatore. Eppure, è proprio in quella sconfitta che risiede il fascino perverso di un campione talmente rivoluzionario da andare oltre il concetto semplice di vittoria. La Germania vinse il titolo, ma nell’immaginario collettivo è rimasta “l’arancia meccanica” olandese.

E la poesia di quei 15/16 passaggi, nel primo minuto della finale, dove i tedeschi neanche riescono a toccare il pallone, e già Cruijff ha disegnato traiettorie impensabili e imprevedibili. Forse troppo presto, ma si sa, Cruijff era in anticipo su tutto….

“Lui ci ha aperto un mondo affascinante, un film che abbiamo interiorizzato […]. L’ho paragonato al professore di una materia che ti piace, un maestro di cui non vedi l’ora che faccia lezione. Era un tipo che ti diceva tutto il contrario di quello che avevi sentito per tutta la vita: ti dicevano che perdevi perché non correvi ma un giorno arriva lui e ti spiega che perdi perché corri troppo.” (Josep Guardiola)

 

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‘Vaxxed: from Cover-Up to Catastrophe’. Il passo falso di De Niro

VaxxedWakefieldAlle fine Robert De Niro ha mollato, ha deciso che il controverso documentario ‘Vaxxed: from Cover-Up to Catastrophe (trailer) sul legame tra vaccini e autismo non sarà proiettato al Tribeca Film Festival di New York da lui fondato. Ha vinto chi non voleva l’opera scritta e diretta da Andrew Wakefield, ex medico e ora attivista anti-vaccinazione famoso per essere stato l’autore di uno studio pubblicato su ‘Lancet’ nel 1998, e poi ritrattato, in cui affermava di aver dimostrato il legame tra autismo e vaccinazioni. In un primo tempo De Niro, che ha un figlio autistico, aveva in qualche modo difeso la scelta di inserire nella sezioni documentari il lavoro di Wakefield  sottolineando come “tutte le questioni che circondano le cause dell’autismo possano essere discusse apertamente ed esaminate”. Non è stato così, dopo 48 ore un comunicato ha decreto l’esclusione del documentario dal festival: “Dopo aver visionato la pellicola non crediamo che possa contribuire o promuove la discussione che avevo sperato” , ha affermato l’attore di Toro scatenato e Taxi Driver. 

In ogni caso c’è qualcosa che non ha funzionato, se scegliere di dare spazio ad un medico radiato che da anni non fa altro che promuovere se stesso e le sue teorie anti-vaccini o nel cedere alle pressioni dei media per ritirarlo dal cartellone. C’è anche una terzia via nella scelta di De Niro? Le polemiche su ‘Vaxxed: from Cover-Up to Catastrophe‘ avrebbero portato cattiva pubblicità al festival, gli sponsor avrebbero storto il naso e magari ci sarebbero state contestazioni alla prima? Un’unica certezza, Wakefiel e il suo documentario hanno avuto una enorme visibilità a livello globale.  “La scelta del Tribeca – scrive Wakefield in un post sul sito del documentario dopo l’ultima decisione del festival – non riuscirà a negare l’accesso al mondo alla verità del film. Siamo grati alle migliaia di persone che si sono già mobilitate tra cui medici, scienziati, educatori e la comunità autistica”.

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Come si fa a non amare…. #Love?

Love Apatow 1E improvvisamente tutte le immagini (e l’immaginario) di cui ci nutriamo quotidianamente, non contano più. Tutte le storie fantastiche, le Star Wars, le Vinyl, i film di avventura, comici, fantascientifici, horror, le commedie demenziali, sì, improvvisamente, anche Zoolander ci appare terribilmente obsoleto, senza futuro. Non abbiamo più voglia di volare con l’immaginario fantastico, di ridere con la distruzione degli stereotipi, di piangere con i mèlo anni cinquanta, di angoscianti effetti vintage che ci riportano in anni settanta da cartolina (in un’era dove le cartoline sono già di per sé, vintage….). Non abbiamo più voglia di niente altro.

Vogliamo solo e soltanto la seconda serie di Love!

Love Apatow 2Ma cosa diavolo ha fatto questo dannatissimo Judd Apatow? Ha preso il suo cinema meraviglioso, così piccolo, minimalista, leggero, sensibile, dolce e assolutamente “naturale”, e lo ha concentrato in una serie in 10 piccole grandi puntate, da poco più di mezzora, come fosse una sit-com, ma con il respiro della serie lunga, insomma creando un contenitore di tipo nuovo dove tutto l’immaginario collettivo cinematografico e televisivo degli ultimi anni, così come lo abbiamo vissuto e conosciuto, implode e scompare dietro alle storie ultraminimaliste di Gus (Paul Rust) e Mickey (Gillian Jacobs).

E non ci resta altro, che guardarli vivere, come fosse un meraviglioso “specchio della vita”, per immergerci nei nostri sguardi perduti, nelle nostre fragilità quotidiane, nel nostro disperato bisogno dell’altro…

Cosa fanno questi due strampalati personaggi? Niente, o meglio tutto, ovvero: vivono. Fanno la spesa al supermarket, si ubriacano, sentono musica, cantano, mangiano, suonano, lavorano, litigano, fanno passeggiate, vanno a cena al ristorante, alle feste nelle grandi case con giardini, si infilano nei raduni di maghi, o di alcolisti anonimi, entrano a gamba tesa nelle riunioni di sceneggiatori di serie tv, fingono di essere ascoltatori che intervengono in trasmissioni radiofoniche, si ubriacano (2), si fanno di tutto quello che gli capita, si perdono nella metropolitana con dei simpatici e folli sconosciuti…. Insomma fanno quello che facciamo tutti. Cioè combattiamo.

Screenshot 2016-02-26 12.48.07I’ll fight, I’ll fight, I’ll fight, I’ll fight for you, canta Wilco, nella scena finale di questa Prima Serie, che è come una persona cara, che abbiamo sempre vicina, al nostro fianco, con la quale interagiamo quotidianamente, attraverso tutti i canali e dispositivi di cui la vita oggi ci permette di disporre e, improvvisamente, scopriamo che questa e solo questa è la persona con la quale vogliamo stare, magari per baciarci fuori da un supermercato, con le buste in terra, tra i distributori di benzina.

Love sembra essere il vertice (finora) di una poetica, quella di Apatow, che porta la filiera del demenziale dagli anni settanta del XX secolo ai cuori fragili, e corpi impazziti, della commedia emoticon del XXI secolo.

Screenshot 2016-02-26 12.23.29Già, gli emoticonTutto Love sembra costruito – oltre che sulla disperazione magnetica dei due protagonisti – sui nostri corpi attuali, forse una fase di passaggio, che le generazioni successive guarderanno con un misto di curiosità divertimento e tenerezza, cosi dannatamente attaccati a quel dispositivo mobile che, a volte, sembra essere l’ultima arma possibile contro lo spettro del nuovo millennio: la paura della solitudine.

Screenshot 2016-02-26 12.43.48Screenshot 2016-02-26 12.44.24C’è una scena, in cui Mickey (una pazzesca Gillian Jacobs, che sembra essere la versione dieci anni di meno di Leslie Mann, e forse tutta questa storia è magicamente autobiografica di come un nerd possa conquistare il cuore della bella, ma fragile e incasinatissima, ragazza), si ritrova tra un gruppo di alcoliste anonime, e una di queste, finalmente, confessa: “Ho passato la vita a cercare di stare da sola perché mi terrorizzava”). Mickey la guarda, sempre più sconvolta e disperata, il suo sguardo è un misto di nausea e pianto. Ecco: dove sono finite le nostre solitudini? Dove quegli spazi dove i nostri immaginari potevano giocare con se stessi, leggendo un libro, camminando in solitudine, respirando il proprio corpo come entità a se…?

Love Apatow 4Love prende quello che sono, ormai, diventati i nostri corpi, disperatamente aggrappati al dispositivo mobile che ci tiene “agganciati” agli altri, e ci trasforma in corpi dipendenti, ormai incapaci di vivere senza il “contatto” costante con gli altri, che sia la telefonata, il messaggio, o la foto pubblicata su Instagram dalla persona che, forse, amiamo. E’ come se non fossimo più capaci di vivere senza, non tanto il dispositivo in sé, quanto senza che gli altri irrompano sempre e continuativamente nella nostra vita, sia pure attraverso post sui social, o altre passerelle di vita quotidiana. Apatow non ha quasi pietà, o forse ne ha troppa, di noi: i cellulari sono ovunque, dappertutto, quasi in ogni scena, fino a diventare protagonisti assoluti, come nella divertente e assurda scena della cena tra Gus e Bertie, la coinquilina amica di Mickey, dove quest’ultima guiderà una sorta di regia occulta della serata attraverso un portentoso scambio di messaggi tra i tre.

Screenshot 2016-02-26 12.31.35Siamo soli, fragili e disperati, con lo sguardo continuamente rivolto verso il basso, a controllare l’ultimo messaggio arrivato o post pubblicato. Le vite ci sfuggono giorno per giorno, le guardiamo scorrere, come se fossimo un regista di noi stessi, e non sappiamo resistere alle nostre, tante, troppe tentazioni, che siano il cibo, l’alcool, la droga o il sesso, poco importa. I corpi e le relazioni che ridisegna Apatow, sono corpi in Love, corpi d’amore. Corpi e cuori impauriti, a volte incattiviti, certo ormai incapaci di affrontare la solitudine come una “necessità”, un qualcosa che ci permette, come l’aria pulita, di stare meglio, soprattutto con gli altri.

Tutti abbiamo delle dipendenze, tutti abbiamo qualcosa da nascondere (per fortuna!) e come non possiamo non amare Mickey quando confessa, quasi in lacrime, che, tra le altre, ha una “dipendenza affettiva” e che crede “di aver bisogno di stare da sola, tipo, per un anno, per cercare di venire a capo”?

Siamo soli, in mezzo agli altri. Destinati ad incrociarci in continuazione con le invisibili disperazioni degli altri, e, per sopravvivere, dobbiamo per forza combattere. Magari utilizzando l’arma migliore che abbiamo…il muscolo dell’amore.

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La musica giusta

Tutti riconosciamo, alla musica, uno straordinario potere emozionale. Eppure, spesso, la sua invisibilità ci impedisce di definirne, in un film, il peso, la consistenza.

Ho avuto la fortuna di collaborare con uno dei migliori musicisti che ci sono in giro, uno di quelli – rari – che coniugano sapientemente amore per le sonorità e passione per il cinema (e non credo sia un caso se, attualmente, due film ai quali ha partecipato, concorrano all’ultimo David di Donatello – Seconda Primavera di Francesco Calogero e Fantasticherie di un passeggiatore solitario di Paolo Gaudio).

Sandro Di Stefano ha l’umiltà virile di aderire fisicamente a quella che è la traccia video di un film e collaborare con lui, vederlo all’opera, condividere una certa idea di cinema molto concreta, molto dinamica, mi ha permesso di mettere il naso in un mondo tanto presente quanto sconosciuto. Un mondo originale, al quale è possibile aderire solo standoci dentro, solo facendo esperienza di cosa significhi legare, in modo tutt’altro che automatico, immagini e suono.

Casting, un lungometraggio che ho portato a termine proprio perché essenziale, proprio perché pressato dall’illusoria speranza di poter narrare, al di là di qualunque opposizione del reale – tanto che ho finito con l’accontentarmi di soli cinque giorni di riprese per mettere assieme brandelli, stralci e frammenti impuri di un racconto che solo così poteva e doveva essere narrato – ebbene Casting è stato “anche” questo viaggio, è stato anche questo territorio pieno di scoperte, di incerte ma folgoranti chiarificazione, di ignobili e meravigliosi strafalcioni del narrare. È stato un immergersi in un magma terribilmente vicino all’inconscio, una realtà destrutturata e incomprensibile, spazio maestoso per una possibile applicazione interpretativa assolutamente lacaniana…

Per un anno questo film, dopo le riprese, ha accompagnato la mia vita in una lunghissima postproduzione che è stata, al contempo, una discesa agli inferi, un imperfetto libro rosso di junghiana memoria, uno straordinario luogo di conflitti a cielo aperto, dove la più forte imperfezione apriva alle voragini e ai bui profondi del vero.

Sandro mi ha accompagnato in questo percorso, è stato amico implacabile, pungente, terribilmente presente, capace di interpretare e dare senso alla mia storia.

Il registro musicale si è fatto forte dell’assenza di parole e ha messo ordine, ha donato interpretazione a un testo straordinariamente imperfetto, capace di trovare in questa imperfezione l’unica possibilità di dire, di raccontare, di mettersi in gioco. Un testo per nessun pubblico, un corpo insensibile a qualunque applicazione possibile dell’analisi critica. Un corpo “nudo”, inguardabile, anomalo e, per questo, definitivamente sincero.

Tale realtà conferma che l’unico valore riconoscibile non può che essere quello musicale e, per questo, Sandro continua ad amare ciò che gli altri rifiutano (un rifiutare che è anche un rinunciare) e ha sviluppato, con questo testo, un rapporto che mi prescinde (anche se è un racconto che mi riconosce come autore in quanto colpevole dell’istanza muta, non comunicativa, che genera in troppi punti). Il film gli appartiene in modo definitivo proprio perché ritrova in lui un ordinatore, la forza capace di mettere assieme i pezzi.

Nell’intervista che, qualche tempo fa, gli feci, ho inutilmente, ingiustamente, espunto il passaggio che raccontava del suo rapporto con Casting. Uno stupido vezzo, un mio vago imbarazzo, un banalissimo pudore… Qui faccio ammenda.

Questo modo di lavorare, questo modo di declinare il proprio immaginario musicale, Sandro lo distribuisce regolarmente in tutti i film che hanno la fortuna di averlo come compagno di viaggio. Lui ha questa capacità di penetrare, di abbracciare, di godere del racconto filmico, tanto che la musica in quanto tale, sparisce perché non sta né sopra né sotto al testo: ci sta definitivamente dentro…

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