A momentary lapse of vision… Le fotografie di Elena Pez

Riprendere il filo di queste personali Visioni con un inatteso lasso del movimento nel fotografico…
Al di là del cinema che occupa meravigliosamente questa calda estate di caldo lavoro…

A momentary lapse of vision…

Atonement #3

Che ci sta pure, come gioco (di parole), poiché l’occasione viene dagli scatti fotografici della giovanissima Elena Pez: vent’anni o giù di lì e nel bagaglio già un credito nazionale tutto da spendere. La personale di Elena Pez inaugurata il 17 agosto a Gioia del Colle (Bari, nella Villa Colapinto, organizzata dalla Associazione Etranger Film Festival e curata da Lara Angelillo in collaborazione con Giuseppe Procino) si intitola infatti “Visioni differenti” e parla di uno sguardo che materializza l’attimo, dissolve la fluidità del movimento nella scansione di uno stupore destinato a scoprirsi certezza.
Gli scatti di Elena Pez sanno di lucidità scoperta nella confusione della creazione, come fossero still life ribelli che non sanno stare ferme. Il tempo dell’esposizione è il varco che si apre nella tenuta dell’immagine da cogliere: Elena Pez lo dice chiaramente, lo pratica seriamente…
Prendete L’instant c’est moi :
L'instant c'est moi
questa bimba è l’occasione offerta dalla realtà del movimento allo scatto dell’artista, intrusione infantile in un set che prevedeva altre pose, altri soggetti e che ha rubato la scena, ha occupato l’otturatore.
Oppure considerate la lacrima di pioggia che bagna l’obiettivo e liquefa il volto della donna in Atonement #1

Atonement #1lasciando presagire la differenza e la diffidenza tra il corpo e il tempo, il qui e l’ora.

Elena Pez lavora in digitale, ma la cosa che emerge dall’osservazione dei suoi scatti è la sostanza materica delle visioni, la percezione di un lavoro in cui la figura è cuneo che apre i margini del tempo. Senti la materia organica di una natura inumidita dalla penombra, il contrasto della luce con l’obiettivo che sagoma le figure e le traduce in ombre, la dissoluzione filiforme della posa.

Godi poi di suggestioni godardiane che si accendono qua e là (la serie Calm blue sea)

Calm blue sea #1

Calm blue sea #2

Calm blue sea #3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… attendi magari una sua non improbabile evoluzione filmica (interrogata, la fotografa – che dipinge anche – rispose di sì…).

Percepisci l’inversione dei set en plain air in luoghi occlusi, sempre ruvidi di arbusti e tonalità autunnali (Her own gravity #2 Quiddity )

Her own gravity #2

Quiddity

E la performance delle pose in studio in fughe diagonali e verticali di agognate altezze e profondità… O ancora i melodrammatici interni che sfuggono alla distorsione erotica del gioco tra spazio e corpo…  (Walked into the room #2Walked into the room #3)…

Walked into the room #2

Walked into the room #3

Link: http://elenapezzetta.blogspot.it/

 

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Cent’anni di… metamorfosi

Metamorfosi KafkaQuest’anno ricorre il centenario del capolavoro Metamorfosi di Kafka e mi sono sempre chiesto perché mai nel linguaggio comune è molto probabile imbattersi in affermazioni del tipo: “ho vissuto una situazione kafkiana” e difficilmente, anzi praticamente mai, ti ritrovi ad ascoltare frasi del tipo: “questa è proprio una condizione proustiana o joyciana…”. Eppure siamo al cospetto di altri geni della cultura occidentale, ma a nessuno viene lo sfizio di celebrarli con delle costatazioni nominali, delle comparazioni ideali. Forse a differenza di Joyce, per esempio, e di altri grandi autori novecenteschi della “solitudine”, Kafka non ricorre quasi mai a chiari paralleli mitologici e non li riduce a elementi organizzativi della narrazione, utilizzando a fini estranei i miti tradizionali e le relative interpretazioni teologiche e filosofiche. Nella sua opera abbiamo piuttosto qualcosa di analogo alla creazione dei miti. L’intreccio di Kafka non è proiettato su di un passato mitico; il carattere mitico del mondo profano che egli descrive è determinato dal fatto che questo mondo è descritto e spiegato mediante gli avvenimenti dell’intreccio. È così che abbiamo una trasformazione della realtà chiusa in schemi di lettura naturalistici, in una realtà fantastica, in cui le cose sono “atte a travestire” in panni terreni le forze superiori esterne dell’uomo. Ed è per questo che, pur non verificandosi mai una identificazione fra soggetto e oggetto, si realizza fra di loro una reciproca e ineliminabile permeabilità. Nella Metamorfosi il principio fantastico irrompe nella vita del protagonista nel momento in cui egli si risveglia dal sonno. I vari piani della narrazione si intersecano in evidente contraddizione e incompatibili fra loro. Proprio per questo non è ammissibile una unilaterale interpretazione delle immagini kafkiane. La verità sta in entrambe le ipotesi e nella narrazione vengono proiettate entrambe le soluzioni: transitabilità tra veglia e stato onirico, compresenza degli opposti in un’unica costellazione narrativa. Ecco allora che mi ritornano alla mente i tre stadi di alienazione dell’uomo contemporaneo, illustrati da Italo Calvino. Primo stadio: “sono al lavoro e sogno di essere al mare”; secondo stadio: “sono al mare e sogno di essere al lavoro; terzo stadio: “sono al mare e sogno di essere al mare”. Quindi l’estate dovrebbe essere l’occasione di ritrovare se stessi, magari spezzando le catene di montaggio delle solite visioni da ombrellone. “Perché realizzare un’opera quando è bello sognarla soltanto?”… così Pasolini, allievo di Giotto, in una delle novelle trasposte de Il Decameron. Così probabilmente anche Claudio Caligari, tra i più debordanti registi di generi in circolazione, scandalosamente sottovalutato. non essere cattivo CaligariA settembre uscirà in sala Non essere cattivo (dopo il passaggio veneziano), ultima opera dell’autore scomparso a 67 anni qualche mese fa, completata e montato grazie soprattutto a Valerio Mastandrea, uno dei protagonisti del film, racconto di strada, nelle periferie romane, quelle ancora una volta ripercorse idealmente da Pasolini. Non essere cattivo, perché la vacanza è un modo per rendersi vacanti, un espediente per sparire da una parte e subito apparire da un’altra. Naturalmente c’è sempre un luogo virtuale dove restiamo fissi. Ma nonostante tutto questo esserci, Claudio Caligari è l’autore del vanishing, seconda una formula opposta e rovesciata a quella di Andy Warhol. Con Amore tossico e L’odore della notte si coniugano finalmente avventura con amore: amare significa essere portati… kafkianamente

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Scottature estive, tra Salah e Velcoro

profiloAmericaOccupatoVorrei tanto essere bravo, me lo riprometto ogni anno, e trascinarmi al cinema d’estate. Non in sala sia chiaro, lì ci vado senza badare alla stagione, ma nelle arene all’aperto. Ormai a Roma spuntano ovunque , mancano solo negli spartitraffico o nelle rotonde. Ogni parco, municipio, piazza, rione etc. ha il suo ‘cinemino’ serale. E dire che ad alcune ci sono andato (lo confesso) le ho frequentate in passato erano le rassegne di Piazza Vittorio o al Cineporto. Ma non si è mai creato quel feeling, chiedo perdono a chi li organizza con tenacia e orgoglio. L’iniziativa in Piazza S.Cosimato nel cuore di Trastevere del gruppo di ragazzi del cinema America Occupato sta riscuotendo un enorme successo. Non è il caldo, la pigrizia e l’innata idiosincrasia verso certe programmazioni o il rumore insopportabile del traffico isalah-mohamedn sottofondo e dei cellulari quindi, piuttosto una specie di sindrome che negli ultimi mesi si è acutizzata. Sono vittima di un mix micidiale, peggio di un cocktail di barbiturici: una dose massiccia di serie tv e i bluff del calciomercato televisivo. Come direbbe qualcuno l’alto e il basso. Ossessionato dall’abisso di Velcoro/Farell in True Detective 2 (ci aggiungerei anche Wayward Pines) e la spy story incentrata sull’ingrato calciatore egiziano, ormai ex Fiorentina, Mohamed Salah. Una bella scottatura, mamma mia quanto fa male.

Non sto cercando una cura, per ora sono alla fase della riflessione. Arrivano inviti per qualche pellicola da recuperare in queste arene e come un cecchino trovo semphzwbes5xehvbedy0ixhure una scusa plausibile che fa centro. Mentre non mi perdo una puntata delle serie tv  (le vedo solo in diretta e mai registrate) e delle amabili (quanto inutili) chiacchiere sui colpi del calciomercato di Sky Sport 24. La famosa raffica degli acquisti sta diventando il mio feticismo. Un rullo compressore la loro striscia quotidiana serale che mi lascia sempre incollato davanti lo schermo. Il caso Salah è diventato poi seriale e allora il corto circuito è stato inevitabile.  Twitter è diventato il verbo e le indiscrezioni sulle mosse degli avvocati del giocatore, le avances dell’Inter e le risposte della Fiorentina il pane quotidiano. Forse si intravede la fine (eh già!) non così per le vicende di due diversissimi detective come Velcoro e il Matt Dillon/Ethan Burke di Wayward Pines. Ma questa è una altra storia. L’estate è ancora lunga….Summertime blues

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Il “dolce” potere delle Immagini…

Vi sono immagini del Potere e vi è il potere delle Immagini. Esistono inquadrature costruite per “propagandare” stili di vita e forme di ordine sociale e sequenze che mostrano, o “stimolano” in maniera più impercettibile ma decisamente più profonda, strategie di resistenza, piccoli “anticorpi” precipitati nella massa indefinita di segni e simboli visivi.

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smart powerIn un libro di qualche anno fa, che apparentemente non tocca quasi per nulla il cinema, intitolato Smart Power [Laterza, 2012], scritto da Joseph S. Nye Jr. – docente universitario di Harvard, esperto di Intelligence e collaboratore dell’amministrazione Clinton in questioni di difesa e spionaggio – si racconta come la politica “a stelle e strisce” abbia utilizzato gli studios hollywoodiani per diffondere l’ “american way of life”. Si rievoca, fra i tanti esempi, il ruolo svolto dal cinema muto americano durante la Prima guerra mondiale, autentico ambasciatore dell’immagine degli States in Europa; o, ancora, le politiche di persuasione “affidate” a molte pellicole di “genere” rispetto ai costumi culturali di Paesi tradizionalmente poco “amici” come la Cina o la Corea del cinema mutoNord (…si narra anche di come il dittatore Kim Jong-II amasse le commedie hollywoodiane…). L’autore definisce il Potere di queste immagini come “soft power”, un potere “morbido” che sfugge alle logiche dei conflitti armati, dello scontro bellico e della rigida e schmittiana contrapposizione fra “amico/nemico”; una sottile e ramificata arte che tende piuttosto alla costruzione (o distruzione?) dell’immaginario collettivo, che vorrebbe plasmare l’anima prima del corpo, il pensiero e non solo l’azione. Una strategia che però – ma questo l’autore non lo dice, forse perché, per sua stessa ammissione, “cattivo” lettore della letteratura cine-filosofico-politica prodotta in Francia in questi ultimi decenni – genera inevitabilmente contro-strategie, “contrappunti”, altri fuochi di resistenza “visiva”.

Capita così che queste categorie concettuali tornino alla ribalta sfogliando le sequenze di una serie tv in programmazione in queste settimane su Fox Italia (in America è stata trasmessa via cavo da Fox eXtended): Tyrant, creata, tra mille disavventure produttive da Gideon Raff in collaborazione con Howard Gordon e Craig Wright (lo stesso team di Homeland…). La storia è semplice e piuttosto banale e vede protagonisti due fratelli, figli di un dittatore di un immaginario stato arabo, alle prese con problemi di successione e gestione del potere assoluto lasciato in eredità dal padre.

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Fin qui nulla quaestio, se non fosse che ilfiglio designato come erede legittimo incarna perfettamente i tratti di un leader islamico antidemocratico e violento, con una personalità debole ed incline ad ogni sorta di violenza e sciocchezza “politica”; mentre l’altro fratello, scappato negli Stati Uniti vent’anni prima ed affermato pediatra, è l’esempio perfetto di fermezza, rettitudine, lucidità politica ed anche, quando occorre, di una buona dose di cinismo dettato dalla ragion pratica.

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Se a questo aggiungiamo uno sceicco “riformatore” pronto a dare fiducia al figlio “straniero” del dittatore che lo aveva esiliato, un capo dell’esercito spietato e torturatore, una moglie americana dal piglio compassionevole e “democratico”, vediamo che il quadro è completo: ogni inquadratura, ogni dettaglio nella messa in scena, quasi ogni dialogo della sceneggiatura (peraltro rigorosamente in lingua inglese senza doppiaggio…), finisce per rappresentare una battaglia fra stili di vita e governo delle parole e delle cose dove si conosce già il vincitore ancor prima che suoni il gong del primo round. L’Occidente propaganda la sua visione etico-politica attraverso una ridefinizione del “sensibile” che, se un tempo passava attraverso i corpi delle star e le immagini dei film di Hollywood, ora predilige i ritmi “lenti” e la pressione dolce della serialità, l’eterna e quotidiana ripetizione di vite che penetrano nella nostra esistenza attraverso la durata di storie dilatate nel tempo della visione.

aliceÈ la forza (il “soft power” direbbe Nye Jr.) della “serie”, uno dei grandi concetti lasciati in eredità dal post-moderno (… e da Carroll/Deleuze/Alice…).

Ma c’è un dialogo in Tyrant che mostra anche il rovescio della medaglia, quel (contro)potere delle immagini che, peraltro, è uno degli elementi colpevolmente ignorati dagli autori della serie: il fratello novello tiranno, infatti, ad un certo punto afferma che oggi le “vecchie” dittature trovano un freno, non tanto nelle grida e negli slogan delle folle accampate in piazza, quanto nella circolazione inarrestabile di immagini che rappresentano la “massa”, che oppongono ai segreti del Potere i cristalli dell’occhio. surveiller et punirSe è vero che la nostra è la società del controllo, è bene non dimenticare che le nuove tecnologie dell’occhio (smartphone, tablet…) ci watchmenpermettono di controllare i “controllori” (Alan Moore non è poi così lontano…). Anzi, potremmo dire, esagerando un po’, che la democrazia oggi è anche questione di smartphone e tablet, Youtube e Twitter. Ma questa è un’altra storia che torneremo presto a raccontarvi…

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Netflix, Tam Airlines, Jesse England: tre storie del mondo digitale di oggi (tra un biscotto e l’altro…)

Che la questione della “privacy” sia una delle questioni cruciali del XXI secolo è chiaro, ma è anche da capire dove la tutela di questa vada a incrociarsi con le trasformazioni epocali del nostro tempo. Sembra proprio che i “detentori del potere” mediatico dei mass-media del XX secolo siano poco inclini ad accettare la “fine della società di massa”, che avviene sotto i nostri occhi mentre i mass media – unica fonte e unico messaggio per milioni di fruitori – cedono il passo a nuovi media in grado di interagire, moltiplicare i punti di comunicazione e di vista, e soprattutto rimettere al centro l’individuo nella personalizzazione assoluta della comunicazione.

 

cookieMentre la “burocrazia digitale” irrompe, in Europa e in Italia, rallentando tutto il web obbligando tutti i siti a esplicitare con fastidiose finestre la presenza dei famosi “cookie” (e questa storia che per fermare l’uso improprio dei nostri dati da parte delle grandi compagnie del Web costringano tutti a dover  cliccare per ogni sito “acconsento” è una delle nuove follie della politica che meno mette le mani sulla rete meglio è per tutti, ma su questo tema vi rimando alla battaglia che sta facendo, quasi da solo, Massimo Mantellini sul suo blog), il mercato invece va esattamente dall’altra parte. Ovvero, cosa ci dicono le Grandi Compagnie della Rete? Si, certo, sappiamo tutto, di te, ma sei tu a dircelo, volontariamente, e noi in cambio ti forniamo il più personalizzato dei mondi/servizi possibili.

Tutti noi che facciamo acquisti su Amazon, o che prenotiamo viaggi su Booking.com, sappiamo di cosa stanno parlando. Che la questione della “privacy” sia una delle questioni cruciali del XXI secolo è chiaro da tempo. Ma è anche da capire dove la tutela di questa vada a incrociarsi con le trasformazioni epocali del nostro tempo. Sembra proprio che i “detentori del potere” mediatico dei mass-media del XX secolo siano poco inclini ad accettare la “fine della società di massa”, che avviene sotto i nostri occhi mentre i mass media – unica fonte e unico messaggio per milioni di fruitori – cedono il passo a nuovi media in grado di interagire, moltiplicare i punti di comunicazione e di vista, e soprattutto rimettere al centro l’individuo nella personalizzazione assoluta della comunicazione.

E’ un dibattito filosofico quella della “messa al centro dell’individuo”, ma per chi opera nel mercato della Rete si tratta soprattutto di una grande opportunità. Passare dal prodotto “per tutti”, a un prodotto che si trasforma e diversifica per ogni utente.

Netflix-Windows-8-Screenshot-DK-1Ed ecco che, ad ottobre, il popolarissimo Netflix arriverà anche in Italia. E l’effetto che potrà causare non sarà troppo dissimile dall’arrivo di Amazon: ovvero un cambiamento dei modi di acquisto e fruizione dei prodotti culturali.

Prezzo “pop” (7,99€ al mese?), grande ricchezza di proposte, e straordinaria capacità di proporre ai propri abbonati i contenuti che più gli si addicono, anche grazie alle circa 80mila categorie/tag che possono dispiegare i contenuti nelle direzioni dei gusti degli utenti (che forniscono dati sui propri comportamenti, sul portale stesso).

C’è poco da resistere, come fanno i tassisti contro Uber, imitando le resistenze di chi a fine Ottocento inizio Novecento si batteva contro le automobili.

Alla fine il prodotto/servizio individualizzato vincerà. Netflix cambia i consumi culturali (forse il neologismo “binge watching” parte proprio dalla possibilità di vedere in lunghe maratone intere serie tv su Netflix)) e oltre il 60% dei NEW YORK - SEPTEMBER 21:  Netflix CEO Reed Hastings attends the Netflix $1 million Netflix prize event & announces 2nd $1 million challenge at Four Seasons Hotel New York on September 21, 2009 in New York City.  (Photo by Jason Kempin/Getty Images for Sunshine Sachs)suoi abbonati vedono più episodi di una serie senza interruzioni. Forse cambierà anche il modo di consumare prodotti audiovisivi nel Paese della Dittatura della Televisione….chissa? Nel frattempo conviene cominciare a conoscere Reed Hasting, il boss di Netflix, magari leggendosi la bella intervista pubblicata nell’ultimo numero di Wired.

Teh OwnBoard Magazine

Intanto, in Brasile, la compagnia aerea Tam Airlines, ha lanciato la rivista di bordo personalizzata, e cartacea. Prenotando dal tuo profilo Facebook, un algoritmo verifica i tuoi contenuti e ti seleziona articoli di tuo interesse, un po’ alla maniera di Flipboard, ma su una rivista di carta dove in copertina…ci se tu!

Time-Magazine-You-Mirror-cover-2005Sono passati dieci anni dalla copertina di Time con il personaggio dell’anno (You!) che era uno specchio dove ognuno di noi poteva vedersi, e sempre più, privacy permettendo, avremo prodotti a nostra immagine e somiglianza. Più sapranno di noi più saranno in grado di fornirci servizi e prodotti su misura perfetti per noi.

Ma siamo sicuri che proprio lo vogliamo?

Screenshot 2015-06-10 13.12.13Intanto un artista folle, ma forse tutti gli artisti lo sono, sta compiendo la sua opera di resistenza analogica, fotocopiando gli ebook! Jesse England, artista multimediale di Pittsburgh, che, nello spiegare perché lo fa, dice: “mi spaventa solo l’idea di una mano invisibile che possa riprendersi ciò che è mio o che credevo essere tale”.  La sua è una lotta contro Amazon e chi detiene, di fatto, la proprietà degli ebook, che in teoria potrebbero sparire dai nostri dispositivi per una decisione “dall’alto”. Ovviamente si tratta di una provocazione, non a caso il primo ebook fotocopiato è 1984 di George Orwell. Ma che ci pone domande sulla disponibilità e proprietà dei beni culturali nell’epoca della sua riproducibilità individuale e del (possibile) controllo centralizzato dei file.

Ecco l’ultima cosa che ci vorrebbe sono altre leggi restrittive e obsolete, che possono solo tardare ma non impedire il cambiamento (semmai leggi ci vogliono per impedire il controllo generalizzato e la “sorveglianza di massa” da parte di Istituzioni dei dati dei cittadini, come il caso Snowden ha ben evidenziato). Ma, piuttosto, un’opinione pubblica che possa incidere sulla diffusione, proprietà e libertà dei beni culturali, che sappia distinguere tra violazione della privacy e personalizzazione del servizio, che non chieda continuamente paletti ma sappia guidare una “rivoluzione culturale”, dove la condivisione dei beni sia la priorità, e dove l’individuo non sia solo il destinatario passivo di un algoritmo confezionato per lui, ma parte di un processo collettivo, dove l’individuo interagisca con gli altri e non ceda “ad altri”, se non consapevolmente, le proprie informazioni personali. Cosa è privato e cosa no diventerà sempre più difficile distinguerlo, così come la proprietà di un bene che ormai sembra destinata a cedere il passo alla disponibilità di un servizio. Tutto è molto complicato ma anche molto affascinante.

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L’infografica (imperdibile) per giovani sceneggiatori

‘The Science of the movie screenplay‘ è un’infografica imperdibile per i giovani sceneggiatori. Semplifica in maniera sbalorditiva i concetti fondamentali per iniziare a scrivere un film

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The Science of the movie screenplay’ è un’infografica imperdibile per chi vuole cimentarsi con la scrittura di una sceneggiatura. Questo genere di prodotti sono usati da tantissimo tempo nel mondo dei media cartacei e nella pubblicità (basta aprire un qualsiasi quotidiano), ma stanno assumendo un nuovo volto anche nei nuovi mensili più in voga e, quando vengono animate, nei video. Non solo la pagina economica, come un tempo. Ora l’infografica è la matrice per condensare ogni tipo di storytelling e farlo con un grafica (anche in 3D) accattivante e molto emozionate.

Sembra un paradosso in una società della comunicazione proiettata su piattaforme digitali multimediali, ma l’infografica permette ancora di sintetizzare facilmente e velocemente (anche meno dei famosi 140 caratteri) due linguaggi: le immagini e la scrittura. In fondo i pilastri di qualsiasi sceneggiatura. In particolare ‘The Science of the movie screenplay’ semplifica in maniera sbalorditiva i concetti fondamentali e basilari del lavoro di uno screenwriter. Dal soggetto iniziale, originale o meno, a come promuovere la propria idea sul mercato. Non basta leggerla o tenerla vicino al proprio computer per diventare i nuovi Aron Sorkin, Terence Winter o Christopher McQuarrie. Ma non si sa mai.

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Cinetreni

Il treno è qualcosa che da sempre ossessiona il cinema. Si è partiti (una delle tante origini) da un treno – non tanto quello dei Lumière che si fermava a La Ciotat, quanto quello su cui viaggiava, a metà del XIX secolo il giovane giornalista Victor Hugo che, guardando fuori dal finestrino non vedeva panorami o paesaggi, ma flussi di colori, movimenti di mondo, la realtà che diventava spettacolo in movimento.
Essere immobili e guardare un finestrino, attraverso un finestrino come attraverso uno schermo: guardare un mondo che si offre in movimento. Ecco il principio del cinema o meglio, uno dei principi. Perché in realtà il dispositivo della visione che il treno offre è duplice: il suo movimento e il suo sviluppo in orizzontale permettono di guardare all’esterno e all’interno; all’esterno il mondo come spazio da esplorare o da cui fuggire, e all’interno i corpi dei passeggeri, le loro storie, illusioni, i loro desideri e le loro paure. Il cinema ha sempre giocato su questo doppio punto di vista, mostrandone spesso la dialettica nascosta.
Dialettica che ha sempre a che fare con l’orizzontalità del treno, il suo svilupparsi come una teoria di vagoni che permettono un movimento orizzontale, e che determinano la posizione dei corpi all’interno.
La teoria dei corpi: come in Mad Max-Fury Road di Miller, altro film la cui struttura orizzontale (la corsa e l’inseguimento) costituisce il movimento primo del film. Il film di Miller è in questo senso una visione archetipica, una teoria, un nastro che accumula momenti di cinema allucinato ed eccessivo attraverso il lungo ed infinito inseguimento che costituisce il film. La carovana di Mad Max è come un ideale treno cinematografico? Forse. O forse, il montaggio tra le immagini pur partendo da qui deve spostarsi ora da un’altra parte.
Ed ecco allora due visioni possibili del (e dal) treno cinematografico, dal cine-treno.

In TransitIn In transit (2015) ultimo film diretto da Albert Maysles e da un gruppo di giovani registi della sua factory, le videocamere non puntano l’esterno, ma percorrono il treno (L’Amstrack Empire Builder, uno dei più famosi treni a lunga percorrenza americani) in lungo e in largo, collezionando volti, conversazioni, confessioni in macchina, frammenti di storie, desideri, sogni. Il film si pone come una teoria di volti e di parole, e la visione è interna, perché è il mondo che il treno rappresenta ad essere al centro della rappresentazione. Ma l’esterno non scompare, non si annulla: la camera inquadra i corpi insieme allo spazio della visione dei finestrini, insieme al mondo che scorre a lato, accanto, davanti o dietro i personaggi. Il mondo non scompare, ma viene evocato, perché si è sul treno solo temporaneamente, e prima o poi si ritornerà nel mondo. Ecco allora un primo livello della dialettica della visione: in In transit l’interno e l’esterno si richiamano, uno è evocato dall’altro, anche se resta il fuori campo della visione. Strangers-Meet-in-Observation-Car_tiny-350x201
Ma se il mondo scompare? Che fine fa la dialettica tra interno ed esterno? Può annullarsi oppure essere inglobata all’interno del treno. Si torna allora a Le Transperceneige, graphic novel visionaria radicale di Jacques Lob e Benjamin Legrand (testi) e Alexis e Jean-Marc Rochette (disegni) che diventa film per la regia di Bong Joon-ho (Snowpiercer, 2014).
Anche qui è l’orizzontalità a costituirsi come movimento primario, anche qui conta solo l’interno, perché l’esterno (il mondo) è ormai distrutto, ridotto ad uno spazio glaciale, senza più vita.

orizzontalità assoluta del movimento delle immagini

Ciò che resta dell’umanità è tutta stipata all’interno di un treno che fa il giro del mondo ciclicamente. Tutto è dentro, tutto è interno. Tant’è che in Transperceineige il movimento stesso delle vignette è costruito sulla orizzontalità stretta ed opprimente del treno; mentre Bong lavora per fare di ogni vagone (il treno è strutturato come una società divisa rigidamente in classi sociali), un mondo, o una parodia del mondo che non esiste più. Il finestrino non rimanda più ad un mondo esterno, ma riflette ciò che accade all’interno, in un interno sempre più soffocato da inquadrature che non lasciano più spazio al fuori campo.

Snowpiercer - Il mondo concentrato
È l’orrore visionario e irridente di Bong che rilegge la distopia feroce della graphic novel francese. Ed è l’altro livello della dialettica della visione. Laddove il mondo scompare completamente e il treno non rimanda più ad un esterno, allora la visione è negata, e il cinema lavora il proprio negativo sotto forma di teoria interminabile ed orizzontale.

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Il ritorno del Set (e del Campo Lungo): Mad Max Fury Road

Cinema che guarda al futuro ma con occhio attento al passato, riportando nella realizzazione del film i corpi dentro la verità dello scenario, nelle linee orizzontali e verticali della materialità di un set reale.

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“Quando vediamo Max appeso a testa in giù tra due veicoli, quello è Tom Hardy. Quando Furiosa si aggrappa a lui, quella è Charlize Theron aggrappata a Tom. E quando vediamo Nux arrampicarsi sul cofano di un veicolo, quello è Nicholas Hoult”

George Miller

Sarà perché John Seale – il Direttore della Fotografia di Mad Max – “ha lavorato per la prima volta con le macchine digitali”, oppure perché il regista George Miller si è innamorato dell’Edge Arm perché con quello strumento “ti trovi al centro dell’azione e operi come un videogame”, oppure perché hanno usato fotografie scattate da un drone e il software PhotoScan per creare modelli 3D del deserto della Namibia dove è stato girato il film… non lo so ma questo ritorno di Miller sulla sua serie di trent’anni fa, ha un forte profumo di un prezioso mix tra il vecchio e il nuovo, tra come si faceva cinema prima dell’avvento del digitale, e come lo si fa oggi.

E’ la “realtà” quella che sembra emergere dalle immagini di Mad Max Fury Road, e lo scriviamo tra virgolette perché…chissà quale è oggi, davvero, la realtà.  Ma tutto il film di Miller, “una sinfonia pazzesca tra Sid Vicious e Wagner. Davvero un blockbuster australe e punk” per dirla con le parole di Carlo Valeri, sembra incredibilmente girato “dal vero” e ogni cosa che vediamo ci appare come un corpo, un oggetto, un luogo “realmente esistente”, che certo ha avuto i suoi “maquillage” postproduttivi, ma che comunque era parte integrante del set fisico dove è stato girato il film.

Puo’ sembrare strano parlare di “realismo” nei confronti di un prodotto hollywoodiano di Fantascienza, ma oggi è una rarità che un film del genere sia girato materialmente nei set, con corpi veri, macchine vere, deserti veri…

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Oggi siamo abituati alla ricostruzione totale dei set, alla sparizione del set, sostituita dall’ingresso di macchinari leggeri e pesanti che spingono la realizzazione cinematografica (e relativa interpretazione degli attori) sempre più verso un lavoro di immaginazione, perché gran parte del lavoro verrà poi fatto in postproduzione.

Miller no. Non che non si affidi alle tecnologie e al digitale, ma lo fa mantenendo il “controllo del set”, riportando nella realizzazione del film i corpi dentro la verità dello scenario, dentro le linee orizzontali e verticali della materialità di un set reale.

E non è per niente un caso che, nello scegliere questo approccio rètro – ma mixato con l’utilizzo delle tecnologie del presente – che il Mad Max del XXI secolo sia uno dei film fantastici con il maggior numero di campi lunghi di questi anni, neanche fossimo tornati al cinemascope dei western Anni Cinquanta.

Ecco, qui di seguito, alcuni fotogrammi del film, che illustrano con chiarezza come l’attenzione di Miller sia certo per i suoi protagonisti (la sua capacità di “creare opere enormi che conservano una dimensione molto intima”, come dice l’attore Nicholas Hoult che ad un certo punto è protagonista di un magnifico mèlo di 5 minuti tutto girato in primi piani sugli attori), ma che il paesaggio, il contesto postfuturista in cui sono collocati, è il vero coprotagonista della storia.

Cinema che guarda al futuro ma con occhio attento al passato: George Miller è del 1945, John Seale del 1942, sono quindi dei fantastici settantenni (insieme a Michael Mann) coloro che ci restituiscono un curioso, nuovo e vecchio, cinema umanista. Dove l’umano è cambiato, ma l’occhio che lo guarda non ha perso la sua meravigliosa e unica “soggettività”.

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Corpi e Codici nell’era della nuova visione

blackCi sono diversi motivi per cui Blackhat è un film “confine”, punto di non ritorno del cinema di questi anni. Molti li ha tracciati, con meravigliosa intuizione (immaginario-torrent…), Sergio Sozzo nella sua recensione al film, che è già una mappa per orientarsi su “dove stiamo andando”.

Ma proprio in questa mappatura sui confini del visibile, sugli incroci ormai inevitabili tra Corpi e Codici, stanno le indicazioni indispensabili per “liberarci dell’arte cinematografica” (quel “Vizio di forma” presente ossessivamente in tutte le opere che oggi affascinano gli sguardi mainstream, da Birdman a Whiplash, esempi perfetti di cinema che lavora “sul controllo delle forme estetiche” come se fossimo ancora nel XIX secolo della “Società di massa”…) e, finalmente, scaraventarci nel mondo 010001000101, dove, forse, quello che vediamo è, definitivamente, quello che “siamo diventati”.

binary-tunnelSiamo in una gabbia invisibile (scrive ancora il prodige Sozzo), fatta di reti e onde e radiazioni che sono tutte intorno a noi, e solo pochi sanno vederle. Ancora, ricordate ?, torna il precursore John Carpenter con il suo Essi vivono, dove bisognava indossare degli occhiali alla Blues Brothers per scavalcare il “muro di illusione” su cui è costruita la società moderna. Ecco, oggi non ci sta più un dentro e un fuori, o meglio l’essere umano è diventato un continuo viaggio di andata e ritorno tra l’essere analogico e l’essere digitale. Siamo corpi e “siamo” codici. Ogni nostra azione quotidiana, dalle operazioni bancarie, una visita medica, fino ai cuoricini su whatsapp, passa attraverso il filtro del codice. Non solo il lavoro, l’economia, lo spettacolo, ma l’intera esperienza emozionale e sentimentale passa ogni giorno dentro le “gabbie” dei codici binari, e quella magnifica e prolungata sequenza iniziale di Blackhat, che prova a “visualizzare l’invisualizzabile” (come diavolo è fatto, visivamente, un bit?), è solo un ponte, un link visivo che cerca di dare materia alla smaterializzazione dell’essere.

Ma oggi il bit non è più solo un processo per entrare in banche dati e ripulire conti correnti (anche se Mann non sa resistere all’autocitazione di Heat, cercando di spostare l’attenzione sulla fisicità delle pistole in una sequenza letteralmente esplosiva), ma entra direttamente nelle mille attività possibili della vita quotidiana delle persone, dentro le fabbriche, dentro la produzione: insomma l’hacking può trasformarsi in attività cinetica. E il tasto Enter trasformare una sequenza di bit in un “falso allarme” tecnologico che provoca “l’incidente del futuro”.

chkzr0cigj85c78uxdqrDentro/fuori, tra i corridoi sotterranei e le centrali nucleari (l’incubo del ‘900 come scenario “rètro”, perché quello è solo un “diversivo”, oppure un magnifico atto esibizionista), l’hacker diventa il corpo vitale del XXI secolo, colui che solo può combattere il crimine attraverso le falle delle protezioni ai dispositivi che “governano il mondo”.  E per vincere il novello Edward Snowden (è lui il vero eroe dei nostri giorni, non l’American Sniper, corpo orgogliosamente attaccato a ciò che si vede e gli si può sparare) deve però trasformarsi “fisicamente”. Da nerd in carcere il protagonista Hathaway, per “attrezzarsi al futuro”, si trasforma nel “Dio della (nuova) Guerra” (Thor, no?).

In un colpo il cinema di Michael Mann mette nel ripostiglio dell’immaginario tutti gli eroi di cui è fatto il cinema contemporaneo, perché il “nuovo eroe” deve saper entrare/uscire da luoghi virtuali/reali con la stessa abilità, entrare nei labirinti binari e uscire in 74 diverse location possibili.

Oggi, con Blackhat, finalmente possiamo consegnare il Cyberpunk alla Storia, e iniziare una, incredibilmente complessa, nuova visione.

 

Posted in DIGIMON(DI) di Federico Chiacchiari | Tagged , , , | Commenti disabilitati su Corpi e Codici nell’era della nuova visione

Ladri di Oscar

THE CIRCUS, Charlie Chaplin, 1928E’ nella storia degli Oscar finire per scontentare molti e far sorridere pochi. Si inizia a storcere la bocca con le candidature e si finisce per spegnere la diretta quando arriva l’annuncio che detesti. Si commentano il giorno dopo i grandi esclusi (insieme ai vestiti delle attrici se si hanno frequentazioni con una redazione assai femminile) per tornare con il pensiero a qualche riflessione precedente sullo stato del cinema hollywoodiano (Carlo Valeri è il miglior ‘oscarologo’ che conosco). Insomma non va mai come dovrebbe andare. C’è però un modo per ‘vendicarsi’ o meglio due: rubare un Oscar o comprarselo ad un’asta. La prima ipotesi l’hanno portata a termine i ladri (su commissione?) che hanno trafugato la statuetta appartenuta a Charlie Chaplin, vinta nel 1929 per ‘Il Circo’ , e conservata a Parigi negli uffici dell’Association Chaplin. E’ accaduto a fine gennaio, anche se la notizia è trapelata solo in questi giorni. Insieme all’Oscar si sono portati via anche una collezione di penne appartenute al regista. Ora è chiaro che non è così semplice alleggerire del premio gente come Paolo Sorrentin0, Michel Hazanavicius, Tom Hooper o Penelope Cruz, per citare gli ultimi anni. Per carità, nessuno se lo sognerebbe mai

La seconda ipotesi, comprarsi all’asta un Oscar vinto da qualche star, non è proprio per tutte le tasche. Ma soprattutto è difficile trovare un venditore. Non sempre ci sono eredi senza talento, avidi e con gli strozzini alle porte, pronti a vendersi tutto quello che è appartenuto al parente famoso. L’Academy (tanto sothebyssono suscettibili tanto sono furbi) fin dal 1950 ha stabilito che i premiati sottoscrivessero un accordo per cui, in caso di futura vendita dell’Oscar, i primi a cui fare l’offerta dovessero essere proprio i rappresentanti dell’Academy of Motion Picture Arts, per il valore di un dollaro. In poche parole ufficialmente sul mercato si trovano solo Oscar precedenti al 1950. Una bella fregatura per chi ha i soldi e vorrebbe regalarsi un bel pezzo perfetto per le brillanti discussioni da salotto. Steven Spielberg è un signore che di premi ne ha collezionati parecchi in carriera, compresi due Oscar come miglior regista, nel 1996 acquista per 607mila dollari la statuetta di Clark Gable vinta per Accadde una notte e nel 2001 per 578mila dollari quella di Bette Davis per La figlia del vento. Entrambe le ha poi donate all’Academy. Nel 1999 Michael Jackson comprò per 1,54 milioni di dollari l’Oscar per il miglior film di Via col vento. Non credo siano ancora a Neverland. Nel 2012 a Los Angeles si è tenuta un’asta record con la vendita di 15 statuette per un valore di 3 milioni di dollari. Tra queste anche quella vinta da Hernman Mankiewicz come co-sceneggiatore di Quarto Potere. Magari qualche buontempone ha messo su Ebay la statuetta per il miglior film andata a ‘Sawdust and Mildew‘ o Sofficini neri di Dallas. Ma su questa non c’è prezzo che tenga.

 

Posted in SOLDOUT di Frank Maggi | Tagged , , , , , , , , | Commenti disabilitati su Ladri di Oscar