Netflix tagger, ovvero il lavoro nel XXI secolo

Netflix Tagger

Come è ormai definitivamente cambiato il modo in cui guardiamo, perchè gli schermi che continuamente osserviamo/consultiamo in realtà sembrano proprio loro osservarci… così cambiano le professioni, in particolare di chi, per lavoro, guarda i film.

La storia di questo breve post è tutta dentro il video di autopresentazione, sorta di cortocircuito comunicativo dove vi chiedo di guardarmi mentre sto guardando…per voi!

Josh Garrell (paradossale quasi omonimia con il cineasta francese più capace di osservare i nostri sentimenti…) è un Netflix tagger, ovvero colui che per vivere guarda film e serie tv della piattaforma guidata da Reed Hastings, per meglio catalogare, etichettare e  mirare i suggerimenti e i consigli agli utenti.  Noi utenti certo siamo “profilati”, tutti i social e le piattaforme cercano di avere più informazioni possibili sui nostri gusti, idee, abitudini. Ma lo stesso, per Netflix, sembra valere per i film (in una curiosa simbiosi tra il prodotto e il suo pubblico…).

Tagger Netflix 2Josh, come altri, guarda i film e, con professionalità e attenzione, li tagga, li cataloga secondo quello che David Weinberger definì, con lucidità anticipatoria, “ordine del terzo tipo” nel suo fondamentale “Elogio del disordine” (volume meraviglioso per capire meglio i tempi in cui viviamo oggi).

Sentite cosa scrive Weinberger: “Interi settori commerciali sono basati sul fatto che l’ordine cartaceo limita fortemente le possibilità di classificazione: i musei, i curricula educativi, i giornali, il settore turistico e i palinsesti televisivi si basano tutti sull’assunto che nel mondo del secondo tipo (i codici sugli oggetti, le schede di un catalogo ad es. ndr.) abbiamo bisogno di esperti che analizzino le informazioni, le idee e la conoscenza, e la mettano in ordine. Ma oggi noi – i consumatori, gli impiegati, o chiunque altro – possiamo aggirare il secondo tipo. Possiamo guardare in faccia il disordine in tutta la sua gloria inappagata. Possiamo farlo da soli e soprattutto possiamo farlo tutti insieme, scoprendo le combinazioni che hanno senso per noi in un dato momento e le nuove combinazioni che acquistano senso un minuto dopo. Non solo troveremo più in fretta ciò che cerchiamo, ma la autorità tradizionali non potranno più esigere che ci rivolgiamo a loro. L’ordine caotico non sta trasformando solo le aziende: sta cambiando il modo in cui pensiamo che il mondo stesso sia organizzato e – ed è questa forse la cosa più importante – chi crediamo abbia l’autorità per dircelo”.

Ora questo assunto del mondo fatto di bit, dove l’ordine è caotico e la ricerca avviene tramite tag che tutti possiamo facilmente inserire, che Weinberger leggeva così bene dieci anni fa, viene in qualche modo superato dalla politica aziendale di Netflix. Prendiamo uno spettatore e lo trasformiamo da una “macchina che vede” a una “maccchina che tagga”.

Nell’ossessione di offrirci contenuti sempre più aderenti al nostro profilo di spettatore, a Netflix non bastano più le nostre scelte, i nostri gusti. O meglio quelle sono il vero obiettivo da raggiungere, e per farlo con maggiore precisione ecco nascere la nuova figura del taggatore di professione. In fondo il critico cinematografico nacque all’inizio del XX secolo proprio come funzione di “mediatore sociale” tra il prodotto e il suo pubblico che si affacciava alla sala cinematografica. Oggi il tagger è il nuovo mediatore e deve immergersi nella pratiche del binge-watching . Benvenuti nell’era del disordine…

 

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Scritti giovanili (ricordando George A. Romero)

El_dia_de_los_muertos_1985_1Se ne è andato anche George A. Romero, uno dei più straordinari innovatori dell’immaginario cinematografico e collettivo, e con lui (e Jonathan Demme) continuiamo a perdere dei pezzi magnifici di un cinema carnale, sensuale e musicale, ma anche lo sguardo più lucido sulle società “democratiche” moderne. E sulle relazioni (di classe, di casta, di genere…) che governano le nostre vite.

Oggi mi piace ricordarlo attraverso questa recensione, che, se non ricordo male, fu la prima che pubblicai sul mensile Cineforum, nell’agosto del 1986, tanti anni fa. Scritti giovanili, appunto. Dentro una rivista che aveva dei “buchi culturali” enormi, che noi allora giovani critici di una ancora non nata Sentieri selvaggi, avremmo riempito con le nostre storie di corpi e mutazioni, di lì a poco.  Questa recensione fu la prima di una “lunga invasione” dentro la rivista diretta da Sandro Zambetti.  A ripensarci è curioso che l’entrata fu proprio attraverso un film di zombie, anzi attraverso un film in cui gli zombi cominciano incredibilmente a “ragionare”…  Era da quasi vent’anni, all’epoca, che Romero, aveva rivoluzionato il genere (e il cinema) con il suo bianco e nero di La notte dei morti viventi. Da allora l’horror era diventato il genere più politico del cinema americano. In fondo Sentieri selvaggi nasce anche da lì, da questa mutazione perversa, dentro un mondo rovesciato, con i morti che gironzolano in superficie e gli uomini che sopravvivono sottoterra. Provo quasi un sorta di tenerezza per quel piacere, di allora, di rivelare al mondo che esisteva anche questo straordinario cinema. Sono, siamo, piuttosto cambiati dal 1986. La mutazione continua…(e la voglia di scoprire anche).

Day of the Dead web

 

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Siamo noi i fantasmi?

Lo sai che siamo tutti morti

e non ce ne siamo neanche accorti,

e continuiamo a dire e così sia.

(Io ti racconto)

20170602_001341C’è un’inquietudine profonda, che serpeggia tra le pieghe delle immagini e dei suoni di questi “maledetti tempi”.  Come se “i figli della bomba atomica e della Coca Cola”, la generazione vissuta “in tempo di pace”, fosse giunta al capolinea e, con essa, l’intero immaginario globale collettivo.

Film, Serie Tv, Spot, ogni immagine sembra volere solo ed esclusivamente parlarci di morte. Ma non siamo dentro un film di Romero o in The Walking Deads.  No, qui i morti ci parlano, ci osservano, ci giudicano, addirittura….desiderano! E forse….

Ma andiamo per gradi (non in ordine, quello ormai è del tutto perduto, “appartiene ai vivi” mentre qui, come diceva Totò ne “A livella” “Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: 
nuje simmo serie… appartenimmo â morte!”)

Un segno dall’aldilà

the discovery 3

Forse possiamo partire da un film Netflix, è già questo è un segno dei tempi (e la “battaglia” tra Cannes e Netflix non ci appare già come una sorta di marcia funebre di quello che una volta era il cinema?): The Discovery (La scoperta), di Charlie McDowell (sì, il figlio del protagonista di Arancia Meccanica, a proposito di morti e resurrezioni…).

Gli scienziati dopo lunghe ricerche, alla fine hanno scoperto che esiste qualcosa dopo la morte. Esiste l’aldilà, un altrove possibile. Questa scoperta, nell’affermare quello che per millenni tante religioni hanno proclamato, invece di rendere la vita migliore e più vivibile a tutti, provoca milioni di suicidi, tutti spinti inesorabilmente verso “una vita migliore”.  Ma lo scienziato che sta dietro a questa scoperta (Robert Redford) vuole cercare di catturare qualcosa, dei suoni o delle immagini di questo altrove.

E cosa ci racconteranno i morti, una volta che saremo riusciti ad entrare nelle loro anime “in partenza”?

Fthe discoveryorse che i morti vengono a raccontarci il passato, come un dejavu, una “registrazione” emozionale e visiva di quello che siamo stati? No. Sorpresa: i morti ci raccontano i desideri, quello che non siamo riusciti a fare ma che tanto avremmo voluto. La morte ci riconsegna alle occasioni perdute, al bivio delle nostre azioni, al crocevia delle nostre emozioni.

Non sembra esserci scampo, per i vivi.

Per recuperare quello che si è perduto o non si è riusciti ad afferrare. Siamo corpi abbandonati alle passioni, ma nelle serie tv più illuminate di questi tempi, questi corpi sembrano appartenere al passato. Persino The Affair, la serie più lucida e sensuale sul viaggio continuo di andata e ritorno dei desideri, sembra raccontarci di corpi già morti. Non ce lo racconta la storia, ancora (con l’esclusione del fratello morto della prima stagione). Ma sembra con molta insistenza raccontarcelo, di stagione in stagione, la sigla della serie, dove i protagonisti sembrano dei cadaveri abbandonati alle correnti dell’Oceano.

sigla The affair1sigla the affair 2

E, da un Oceano (Atlantico) all’altro (il Pacifico), Big Little Lies sembra rovesciare lo spunto di qualsiasi trama giallo/noir: non più chi è l’assassino… ma: chi è il morto? E mentre assistiamo alle diatribe di questa piccola comunità benestante dell’America del XXI secolo,  qualcuno ci racconta che c’è stato un assassinio, qualcuno è morto, qualcuno indaga… e dentro le radici della storia scopriamo una violenza che è qualcosa di intimamente familiare, molto vicina, troppo vicina…

Vedere la morte in faccia

virtual crash Paris

E che altro è Tom Hardy in Taboo se non un “morto che cammina”?  Ma forse quello che maggiormente sembra raccontarci la “paura della morte” di questi tempi “di pace”, è proprio The Virtual Crash Billboard, un’innovativa (e inquietante) campagna  francese per evitare le stragi di pedoni sulle strade, in particolare per la distrazione di questi ultimi. Il video qui sotto racconta bene di cosa si tratta: il passante viene “aggredito” da un’incidente virtuale, come se un’automobile stesse inutilmente frenando e, inevitabilmente, investendolo.  L’espressione di paura del pedone spaventato a morte viene poi mostrata attraverso uno schermo, in una sorta di pubblicità interattiva dove, sul modello di You Tube, il soggetto siamo noi: o meglio, la nostra paura, noi un attimo prima di…morire!

Siamo già morti?

E quello che traspare in Tokyo compression, opera singolare del fotografo tedesco Michael Wolf. Nel raccontare la particolarità dell’affollamento della metropolitana di Tokyo nelle ore di punta, Wolf è riuscito a rappresentare un’umanità schiacciata, compressa, qualcosa che va oltre il senso di pura claustrofobia di un vagone stracolmo di persone. Quello che colpisce in questi volti schiacciati sui finestrini dei vagoni del metro, sono proprio quegli occhi chiusi, come addormentati, quasi rassegnati, senza futuro….

Michael Wolf 1

 

 

 

 

 

 

Segnali dall’altro mondo

E mentre apprendiamo che circa il 4% della popolazione ha avuto esperienze di premorte e alcuni medici ci spiegano cos’è una Nde (esperienze di premorte) e perché può verificarsi, una serie tv per teenagers e un film horror d’autore, sembrano lanciarci come dei segnali definitivi.

Da un lato 13 (13 Reasons Why), che racconta di una lunga serie di piccoli gravi accadimenti in un gruppo di liceali che porteranno al suicidio di una ragazza, Hanna Baker. Dall’altro invece Personal Shopper è un film sulla perdita (del fratello gemello della protagonista Kristen Stewart),  che  spingerà la ragazza alla ricerca continua di un segnale, di un contatto con l’aldilà.

20170405_231103(0)Prima era tutto megliodice Clay, il coprotagonista di 13, quando ascolta la musica new wave poco prima di ricevere delle musicassette dal suo amico (“forse c’è un messaggio per te dall’aldilà”). Cosa vi è contenuto in questi oggetti di pura archeologia tecnologica? Il racconto di una morte. O meglio di una morta. Perché tutto 13 Reasons Why  (come fosse il William Holden di Sunset Boulevard) “vive” del racconto di una ragazza morta, Hanna Baker. Una cassetta, un motivo della sua morte. Una persona che ha fatto, o non ha fatto, qualcosa. E mentre Clay rivive con i tempi lunghissimi e “morti” dell’adolescenza questo ascolto prolungato che sembra davvero infinito, ecco che, nei suoi incubi/deliri immaginari, riesce finalmente ad esprimere con forza i suoi sentimenti. Ma è troppo tardi, è solo un sogno. 20170525_234841Perché non me lo hai detto quando ero viva?”, gli dice Hanna. Ecco, tutto questo lungo e insostenibile viaggio a ritroso nelle motivazioni per un (evitabile?) suicidio, sembra essere la metafora di quello che siamo (nell’età dell’adolescenza, come luogo impossibile): esseri fragili e perduti, incapaci di dire la parola giusta, di esprimere veramente se stessi, di non farsi schiacciare dalle “relazioni sociali”.

Personal Shoopper sembra uscito direttamente (e magnificamente) da una costola di Sils Maria. Lo dice anche con chiarezza Kristen Stewart : “Si, in Sils Maria, Maria, interpretata da Juliette Binoche e il mio personaggio Valentina discutono di cinema. Sono in disaccordo su un film che hanno visto sui mutanti nello spazio. Valentina sostiene che c’è molta più verità nei film di fantascienza o nei fantasy che in molti film impegnati. Questi film usano simboli e metafore – ma non lo fanno in maniera superficiale e negli ultimi anni trattano degli stessi argomenti ed esaminano gli stessi soggetti di cui sono oggetto i film che trattano esplicitamente di psicologia. È divertente pensare che Olivier ha tratto letteralmente spunto per questo film da una frase di Sils Maria. Personal Shopper è anche un film di genere, molto diverso da quelli proposti dagli autori francesi. È un film di genere che sceglie di non spaventarci con i fantasmi ma ci offre invece una riflessione profonda sulla realtà e pone quello che secondo me è l’interrogativo più terrificante sulla vita: “sono completamente sola o posso entrare veramente in contatto con qualcun altro?”

Ormai la lucidità degli interpreti rende ancora più obsoleto il lavoro “sui morti” più inutile che ci sia, quello del critico cinematografico…

In Personal Shopper Lewis, il fratello morto, “parla” con i segnali, da un aldilà cosi vicino da renderlo quasi empatico. Hanna Baker, in 13, da morta, si è impossessata della storia, e rinarra il tutto dal suo punto di vista, obbligando gli altri ragazzi all’ascolto. Ecco: i morti prendono la regia della vita dei vivi.

I morti, dunque, parlano, quasi “governano” (divertitevi a immaginare le connessioni…)

personal shopper futuroE se “Il futuro è finalmente arrivato” (l’artista Hilma af Klint che anticipa l’astrattismo ma affida le sue opere “post mortem” dopo vent’anni…), oggi, siamo noi i fantasmi?

O il cinema…

 

Sei tu Lewis?

O sono solo io?

(Personal Shopper)

personal shopper finale

Posted in DIGIMON(DI) di Federico Chiacchiari | Tagged , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su Siamo noi i fantasmi?

Anteprima Gomorra 3, tra Ciro e Genny spuntano i ‘Talebani’

Gomorra©julehering009Se vuoi campare sulla strada devi stare un passo avanti“. Sono le parole che Ciro di Marzio (Marco D’Amore) rivolge ai suoi nuovi ‘amici’, i ‘Talebani’, mostrando loro una mappa e una strategia. E’ una breve scena del quinto episodio della terza stagione di Gomorra (nei box le foto di scena). Un assaggio, mostrato in anteprima ad un nutrito gruppo di giornalisti italiani e stranieri presenti sul set (blindassimo) al centro di Napoli, per lanciare Gomorra 3 che arriverà su Sky Atlantic tra ottobre e novembre. Saranno 12 nuovi episodi diretti da Claudio Cupellini e Francesca Comencini. Nuovi personaggi e nuovi giochi di potere sembrano delinearsi tra i due amici-rivali Genny Savastano (Salvatore Esposito), diventato padre alla fine della seconda serie,  e Ciro (Marco D’Amore) che ci contendono il dominio su Secondigliano e Scampia. Dopo le prime due stagione anche i loro personaggi cambieranno e matureranno. Nuove facce entrano in trincea, come quella di Enzo (Arturo Muselli) protagonista nella scena citata con Ciro, il capo di una nuova fazione che cercherà di prendersi il centro di Napoli. O quella di Valerio (Loris De Luna), ragazzo della Napoli bene, affascinato dalla prospettiva di entrare in un mondo violento ma seducente allo stesso tempo.

Consapevoli delle grandi aspettative del pubblico, sul web da tempo circolano vociGomorra©julehering003 su colpi di scena e possibili ‘alleanze’ tra i vari personaggi, i registi e produttori di Gomorra 3 hanno accettato la sfida e ribadito che le polemiche mediatiche sul ritratto troppo violento della città sono ormai alle spalle. “E’ una serie che non si ripete”, ha affermato Francesca Comencini nella conferenza stampa successiva alla visita sul set. “Non abbiamo avuto mai un problema sui set – ha ricordato Riccardo Tozzi, tra i produttori – siamo sempre stati accolti benissimo. Credo che il problema creatosi con una parte della città, che non voleva un ritratto così negativo, sia alle spalle. Napoli si è evoluta in questi ultimi anni: è più sicura di sé e non si vergogna di presentarsi al mondo”. Per gli appassionati: i produttori hanno chiarito che ci sarà anche una quarta serie. Stanno infatti già lavorando alla scrittura. 

Posted in SOLDOUT di Frank Maggi | Tagged , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su Anteprima Gomorra 3, tra Ciro e Genny spuntano i ‘Talebani’

Scrivere: la scomparsa della Poetica

 Così, in assenza della Poetica, o di una poetica, le nostre sceneggiature sembrano affondare nelle secche di un’impossibile comprensione del gesto narrativo, e mi invitano, per non dimenticarlo mai, a riflettere su quanto sia importante a volte ripartire da zero, ammettere con umiltà uno stanco punto di non ritorno, un vicolo cieco intrapreso, i nostri limiti.labirinto-3d-thumb8768115

Scrivere un soggetto, una sceneggiatura, insomma qualcosa che sappia di drammaturgia e senso narrativo, è un lavoro di furiosi slanci creativi, ingorghi mentali ed infinite sabbie mobili. E’ come muoversi in un labirinto di specchi dove niente è mai come sembra e sicuramente il riflesso di qualcos’altro, nessuna scienza esatta, solo un passato di esistenze già sapientemente ben spese a capire i misteri della scrittura filmica, degli schemi che la devono sostenere, della struttura che ne possa garantire cause ed effetti. Ma è un congegno complesso da determinare ed impossibile da verificare, quindi si puo’ solo sperare e affidarsi ad una solida e irragionevole creatività, oltre che ad un prolungato e necessario studio.

Ero in biblioteca l’altro giorno (ci sono spesso in realtà ultimamente a nuotare tra le vasche di pagine e pagine bibliotecadi carta per dar forza ad una nuova sceneggiatura o alla ricerca di un’idea che emerga con più luce sulle altre). Per qualche strano incerto motivo lo studio di quei giorni mi ha condotto alla Poetica di Aristotele, perciò mi alzo e vado da una delle bibliotecarie (ormai il rapporto è amichevole, faccio apertura e chiusura con loro praticamente). Mi accoglie con il solito sorriso consapevole di un momento che le permetterà l’evasione dal consueto monotono flusso. La
Poetica di Aristotele è una sorta di pilastro indiscusso della letteratura mondiale di ogni tempo. E’ un po’ come se, cinematograficamente parlando, tra 10 secoli qualcuno chiedesse ad una impolverata videoteca di “Quarto potere” o “Ombre rosse”, i classici che devono irrimediabilmente far Aristotle_poeticsparte di un orizzonte culturale condiviso insomma. Sicuro io quindi di trovarla ed altrettanto lei sicura di averla, avvia la ricerca: sono due le copie presenti in biblioteca addirittura, una in critica letteraria l’altra in filosofia (perfetta collocazione, a definire il largo terreno di confine che il libro determina). Così con pigra tranquillità ci avviamo insieme nelle zone indicate. I nostri occhi vagano sullo scaffale di critica letteraria dove avrebbe dovuto trovarsi una delle due copie. Scorriamo i numeri della collocazione più e più volte,
ma niente, il numero viene inesorabilmente saltato per perdersi in un vuoto malinconicamente muto. Cerchiamo attorno, magari abbiamo a che fare con un errato posizionamento, ma niente, neanche portando lo sguardo oltre le barricate della critica letteraria ottocentesca, neanche prolungandosi fin dentro il teatro di Beckett o Pinter appare la copia. Nulla. Della prima copia della Poetica di Aristotele solo un’incomprensibile assenza. Passiamo con un minimo di sconcerto, ma ancora con una buona dose di tranquillità superstite, alla seconda zona, dove sappiamo trovarsi la seconda copia. Ci muoviamo su Socrate, planiamo su Platone e detoniamo i nostri occhi su Aristotele, vediamo la Metafisica (altro scorcio sul mondo senza cui è difficile vivere), le opere minori, ma della Poetica ancora un desolante silenzio. Anche la seconda copia è assente. Niente. Della Poetica non c’è traccia. La ricerca continua, anche negli elenchi dei testi in revisione o in prestito. Ma niente. Delle due copie, in qualsiasi elenco, su qualsiasi scaffale minimamente legato alle zone ragionevolmente utili per la nostra ricerca, neanche l’ombra, non un’indicazione, non una traccia in tutto l’intero edificio. Lei rimane con uno sguardo deluso, inconsciamente preoccupata di avermi deluso, io con un incerto stupore ed uno sguardo interrogativo. Le sorrido, cercando di stemperare il silenzio. La bibliotecaria mi abbandona ai miei studi e si avvia alla sua postazione senza risposta, con la riluttante espressione di chi non si spiega un’assenza imprevista o una domanda mal posta. Ed io non posso far altro che tornare al mio angolo e riprendere la mia scrittura, senza la Poetica e con un senso di faticosa solitudine.


Ora. Due sono le cose che ho pensato. La prima ha a che fare con il cinema. Perchè in questi anni, in questo ultimo decennio, dove la scrittura cinematografica, in una percentuale altissima, almeno in Italia, è diventata una sterile tecnica priva di modelli di riferimento o una superficiale sequenza di scene banali e prive di profondità (commedia o dramma che sia), la scomparsa della Poetica, testo sacro per chiunque voglia approcciarsi alla scrittura di qualsiasi testo, mi ha fatto sorridere. Potremmo stare ore a discutere sui nostri film e sui loro problemi, la maggiorparte dei quali cominciano proprio sulla carta, laddove nasce il primo colpo di cannone di una battaglia che puo’ separare un buon film da uno cattivo. Ma il punto è che il dibattito sarebbe lungo e complesso e a nulla servirebbe se non torniamo a porre l’attenzione sulle nostre radici, su qualcosa di solido che ci è già stato insegnato. Mi è sembrata quindi, questa misteriosa sparizione, una simpatica indicazione sui nostri tempi, a determinare un’assenza per cui le nostre parole, le nostra pagine, si ripetono stanche, senza geografie sensibili, prive di qualsiasi visione o strutturata coscienza di un modo di raccontare una storia, di creare un discorso narrativo, PROVA4una drammaturgia solida, per chi scrive ma soprattutto per chi leggerà, in primis per chi vedrà. Così, in assenza della Poetica, o di una poetica, le nostre sceneggiature sembrano affondare nelle secche di un’impossibile comprensione del gesto narrativo, e mi invitano, per non dimenticarlo mai, a riflettere su quanto sia importante a volte ripartire da zero, ammettere con umiltà uno stanco punto di non ritorno, un vicolo cieco intrapreso, i nostri limiti, e accettare l’idea di dover tornare indietro, guardare a chi ci ha saggiamente preceduto, mostrando di aver compreso pienamente i meccanismi di un fare, di un big bang artistico (poesia in greco vuole dire proprio “creazione”). Poi potremo anche tornare a tentare pazzesche sperimentazioni, incredibili ribaltamenti prospettici, consapevoli innovazioni drammaturgiche, ma avremo i piedi ben piantati su terra solida, già tracciata di solchi riconoscibili, ben dissodati, in febbrile attesa di una meravigliosa semina.

La seconda cosa invece che ho pensato ha a che fare invece con chi, probabilmente, ha deciso di sottrarre alla biblioteca la Poetica di Aristotele, o addirittura entrambe le copie. Non c’è dubbio che abbia inferto un duro colpo al mio pomeriggio di studio, e ancor meno che abbia infranto un tacito vincolo che riguarda, non solo la legge, ma anche un modo di vivere la cultura, di renderla fruibile e aperta a tutti. Ma questa cosa di un ragazzo o una ragazza, oppure un anziano cleptomane pensionato, che nel 2017 decidono di portare via la Poetica di Aristotele senza dire niente a nessuno per tenersela a casa, magari su qualche impolverato scaffale oppure sul proprio comodino, mi ha acceso un sorriso sul volto. Non so perchè, ma mi è parso qualcosa che possa farci ben sperare. Non dico certo che bisogna iniziare a sottrarre libri alle biblioteche, ma questa cosa mi è sembrata molto romantica, quasi utile. Un ragazzo che decide di portarsi via la Poetica, di ritenerla così importante da tenersela a casa per averla sempre con sè. Sicuramente sarò andato lungo con la fantasia, ma mi sono sembrate delle belle immagini, non posso negarlo. Mi sono perso così in qualche distratto pensiero mentre i miei occhi si spostavano nel cortile della biblioteca. La luce filtrava tra le nuvole opache di una primavera tardiva, il cielo era un frastagliato quadrato tra i tetti ed i flauti di una classe di musica al piano superiore mi proiettavano in una sorta di bucolico limbo privo di consistenza. E mi è venuto da pensare che magari quel ragazzo, o quella ragazza, con la propria Poetica sotto il braccio, con i piedi ben piantati su una verticale di sapere frutto di una lunga spina dorsale di sacrifici e sofferta elaborazione, dritti verso il cielo e curvi su un passato che sempre veglia su di noi, sapranno magari tra pochi anni tirar fuori un libro, o una sceneggiatura, diverse, nuovo, solido perchè ancorato ad un passato che ha già detto tutto, ma rivolto ad un futuro capace di guardare laddove non si era ancora mai guardato. Perchè a questo serve ciò che ci ha preceduto, a farci guardare meglio laddove nessuno ha mai guardato, partendo però da radici salde, a prova di tempesta. cultura-672x291Magari non lo faranno, magari non scriveranno un bel niente, ma rimarrà comunque dentro di loro la certezza di uno scavo lento e fecondo, la sicurezza di potersi aggrappare a qualcosa di certo quando scoppia la bufera, umana o creativa, ciò che la buona cultura garantisce sempre nella nostra indisciplinata pigrizia o dentro al cuore di tempi sfortunati. Così ho sorriso e mi sono messo il cuore tranquillo. Certo che qualcuno tornerà, prima o poi, a scrivere belle sceneggiature.

Buona Poetica quindi, se la trovate!

Posted in ISTANTANEE di Samuele Rossi | Tagged , , , , , , , | Commenti disabilitati su Scrivere: la scomparsa della Poetica

Cinema, furiosamente Cinema

Accade quindi che un film diventa un mondo aperto alla conquista di altri cuori, di altri corpi pronti a risuonare di elettricità sconosciute, di energie irrisolte, delle mistiche polveri dell’esistenza, di oscure discese fin dentro i cupi fiumi dell’esistenza o i dorati versanti di terre ancora da scoprire.

old-cinema

Di fatto, ad un certo punto, un’opera viene sottratta all’autore, poichè ad un pubblico è sempre destinata, ad “un luogo dove la molteplicità si riunisce, e quel luogo non è l’autore […] bensì il lettore” (sono parole di Barthes), aggiungiamo noi, pensando al cinema, lo spettatore. E’ proprio così. Quando un’opera esaurisce il suo corso e dalle mani dell’autore scivola nel mondo, diventa parte di esso, non c’è ritorno sulla strada ormai tracciata. L’opera cammina con le sue gambe, fragili o forti che siano. All’autore, sempre ad averne ancora le energie, non resta che seguirne il cammino, accompagnandolo come un affidabile compagno di viaggio, nulla di più, consapevole che non c’è più spazio per aggiungere altro, tempo o modo di correggerne la forma. Provo infatti sempre un senso di vago smarrimento, di balbettante stupore, quando un regista introduce con un profluvio di parole il proprio film, mi viene sempre da chiedermi, “perchè devi spiegarmi qualcosa che sto per vedere?”, mi rimane sempre la sensazione che si voglia recuperare a qualche errore commesso, aggiungere, integrare, come quando a scuola scadeva l’ora del compito in classe e ti affrettavi ad aggiungere gli ultimi stentati tentativi per rendere decorosa la tua prova. Eppure sapevi bene che a nulla sarebbe servito. Infatti non funzionava. Accettare che il proprio compito sia terminato. Elaborare il distacco, forse anche la certezza dei propri limiti. Questo è quanto rimane da fare. Quella cosa che cammina al tuo fianco ormai si è fissata entro una geometria precisa, intoccabile – per te che ne sei l’autore chiusa, aperta e molteplice invece per il pubblico – capace sicuramente di dire milioni di cose o forse nessuna, ma non necessariamente tutte quelle che avevi in mente, tutti i motivi per cui avevi deciso di spenderti in quell’enorme fatica della creazione, anzi probabilmente, ed è un mistero come possa accadere, ne dirà altre. Accade quindi che un film diventa un mondo aperto alla conquista di altri cuori, di altri corpi pronti a risuonare di elettricità sconosciute, di energie irrisolte, delle mistiche polveri dell’esistenza, di oscure discese fin dentro i cupi fiumi dell’esistenza o i dorati versanti di terre ancora da scoprire. Rimane questo quindi all’autore – non poi così poco tutto sommato – l’insolita e timorosa sensazione di aver steso nel mondo una geografia nuova, o almeno un suo parziale tentativo, di aver allargato, forse, la percezione della realtà che viviamo, oppure decifrato un diverso modo di percorrerla, di interpretarla, o sentirla.

go22Guardarsi / nello specchio degli altri / dimenticar e sapere / presto e lentamente / il mondo” diceva Godard pensando al cinema, o passando alla letteratura ecco le parole di Calvino, “attitudine oggi necessaria per affrontare la complessità del reale”, quindi una necessaria sfida al labirinto della società contemporanea, un modo per estrapolare dal “garbuglio del reale”, di gaddiana memoria, “l’inestricabile complessità”. Possibile? Probabilmente no. Forse solo in parte. Ma non sembra questo il punto. Poichè tutto sembra concentrarsi nella lotta contro il mistero del mondo (F. Pessoa), contro l’insensatezza di cui sembrano bagnate le cose che viviamo e che sembra percorrere le crepe lunghe di ogni nostro ciclico male. Lì, in quell’atto di ribellione, di resistenza, che è la creazione, improvvisamente sembra dispiegarsi tutto il contro-senso del mondo, il motivo ultimo di questo starsene qua, ancora vivi, ostinatamente vivi, rivelandoci tutto il proprio specifico significato, la propria emblematica valenza.

Ora. Non so se è proprio per questo che ho scelto di fare quello che faccio. Di sicuro non potevo saperlo a 15-16 anni quando ho iniziato a pensare al cinema, o ancor prima a 12-13 quando ho iniziato a scrivere altro che non fossero solamente i compiti scolastici. E non so nemmeno se sia sufficiente per continuare a farlo, ogni giorno, con la stessa voglia, sentendo ogni minuto che passa un insopprimibile desiderio di capire questa vita da cui siamo attraversati, questo mondo che ci gira attorno allargando sempre più le maglie della propria inafferrabilità, e per questo quindi dannatamente lì, concretamente reale, a dirci che nulla sarà mai leggibile e interpretabile. E allora mi viene ancora più voglia di esistere, di affermare di “esser qui” (era la risposta di Whitman) di essere quello che sono, o che potrò ancora essere, di piantare bene i piedi a terra e fronteggiare l’abisso che si nasconde dietro la realtà, di lanciarmi nelle sue viscere alla image001ricerca di un appiglio, di un filo da seguire, un po’ come Teseo nel labirinto, senza nessuna paura di questo mostruoso Minotauro che è l’impossibilità stessa del mondo. Per questo ora che un altro film è finito, che un altro progetto si è fatto cosa viva ed un pezzo di me è andato perdendosi nel mondo, proprio per questo, nel vuoto palpitante che è ora l’attesa di una nuova storia da condividere, nel mezzo di ricerche e studi in cui sto perdendo la percezione dei confini stessi di quello che giornalmente viviamo, in questo necessario silenzio che è smarrimento, ricerca, attenzione, anticamera di qualcosa di buono, voglia di chinarsi sulla superficie del mondo per cercare la goccia d’acqua da raccogliere e raccontare, non c’è nessuna voglia di arretrare, bensì soltanto un’irrefrenabile necessità di studiare, di cercare un modo per sopravvivere dentro queste crepe della modernità, di trovare un senso che sia più credibile di quello di ieri, per dire meglio qualcosa che sebbene già detto non sia ancora del tutto esaurito, definitivo (sempre che possa mai essere tale), solo un modo del resto per rendere qualcosa di inspiegabile un poco meno inspiegabile. Mi torna alla memoria il Sarto dei Promessi Sposi, “un uomo semplice”, umile nella sua povera appartenenza, aggrappato ad una modesta, ma dignitosa, volontà di esser qualcosa, di elevarsi ad una condizione di superiore conoscenza, sebbene con i soli pochi mezzi di una circoscritta cultura (i pochi libri posseduti). Eppure ecco la pura e timida vanità della conoscenza, l’intima esigenza di superare anche di un 1333788410poco i limiti imposti dalla propria condizione – e lascia stare poi che non troverà parole adatte quando sarà il momento (non troverà che uno stentato “Si figuri” per rispondere al Cardinale Borromeo nel momento tanto atteso). Proprio questo fuoco, se pur pallido, puo’ rappresentare un modo di farsi largo nell’ombra. I pochi libri nel caso del Sarto. I film che saremo in grado di vedere. L’arte in definitiva, con i suoi infiniti scorci sulla vita. Finestre sul mondo. Frammenti. Grani di un infinito rosario. A noi il compito di ricomporre quel poco che sapremo raccogliere. Perchè qua sembra raggrumarsi il senso ultimo dell’arte, di questo voler creare, di questa intensa volontà di costruire uno specchio in cui guardarsi meglio, di questo nostro scrivere, o fare cinema che sia (a volte arrivo a confonderli). Alimentare un viaggio, raccogliere i pezzi scomposti e dispersi di un senso perduto, ritrovare un modo per tracciare un disegno unitario, allargare di un poco quello che possiamo sapere del mondo, come della vita. mnd+calvino+risguardi 1 livelloChe siano i pochi libri del Sarto o gli infiniti scaffali di Umberto Eco. Ogni libro in più, ogni film in più, ogni sguardo in più che avremo il coraggio, oggi come oggi spericolato, di affidare al mondo, sarà un altro pezzo di strada sottratto al non-sense dell’esistenza.

Così, nonostante la paura, nonostante la gigantesca onda del mondo che mi sovrasta, con i suoi milioni di libri ancora non letti, con i suoi migliaia di film ancora non visti, con la sua realtà ancora non vissuta, con tutto il sapere ancora sfuocato, lontano, da guadagnare giorno dopo giorno, con tutta la voglia di trovare una storia che sia quella giusta, che valga davvero il dispendio di un pezzo di me, con tutti questi giorni in cui mi scopro immensamente piccolo di fronte a quello che ancora non sono e non so, qua rimango, ad occhi aperti e braccia spalancate verso questo infinito meraviglioso sommerso. Perchè questo non possiamo che fare, richiamando i versi di Alexandre O’Neill, di fronte alla sterile prospettiva di una vita arida, “della notte senza uscite”, “di un cuore che a stento sapesse”, “del muscolare fine settimana”, di una vita che in fondo sembra solo “un gemito osceno”, o “amore fatto e disfatto / come un letto”, questo solo possiamo fare, non arrendersi e creare, in qualsiasi modo possibile, per poter dire, si, “mi sono difeso e adesso scrivo / furiosamente, ora scrivo”. Quindi Si!, facciamo cinema, furiosamente cinema.

meliesluna

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Gol, follie e film. Il mondo ‘bigger than life’ di Éric Cantona

cantonaGol incredibili, gesti violenti e quasi venti film. A maggio saranno vent’anni dall’ultima partita ufficiale di Éric Cantona. Il marsigliese che ha conquistato da solo l’Inghilterra, prima Leeds poi Manchester. Calciatore moderno dentro e fuori dal campo, capace di far esplodere uno stadio, ‘incazzare’ gli avversari e di spiazzare i media. Icona del marketing anni ’90 della Nike con quel gesto del colletto alzato copiato da milioni di ragazzini.

Il giornalista Daniele Manusia, direttore della rivista ‘L’ultimo Uomo’, ha dedicato al numero 7 dei Red Devils il libro ‘Cantona – Come è diventato leggenda’ (add editore) ripubblicato in versione tascabile. Prezioso volume per rintracciare tutte le tessere di un mosaico sterminato, o meglio ‘bigger than life’.

Daniele Manusia

Il lavoro, come racconta l’autore nell’intervista video di seguito, ricompone le tante esistenze (e ripartenze) vissute da questo campione. Dagli esordi, alla scelta di andare a giocare in Inghilterra, a quel famoso calcio volante ad un tifoso del Crystal Palace che determinò un lunga squalifica. Ai litigi con i Ct della Nazionale di Francia. Fino al cinema. Al suo incontro con Mickey Rourke, suo idolo (Manusia ci svela il perché nell’intervista) al film realizzato nel 2009 con Ken Loach, Il mio amico Eric.

 

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Patiboli, anteprime, balli e vertigini.

Avere l’anteprima del proprio film per un regista è una sorta di momento catartico, potenzialmente capace di rivelarti il senso della vita o di certificare il crollo di tutte le illusioni; è come cercare di tirare fuori dal cilindro un coniglio senza però aver provato il trucco sufficienti volte – spesso non riesce e ti ritrovi tra le mani un mazzo di fiori o ancor peggio un bastoncino molle e inutile.

  Screenshot 2017-03-14 23.34.10Le ultime due settimane sono state una sorta di buco nero della memoria, tanto sono state complesse, veloci, liquide, causa l’Anteprima Nazionale del mio ultimo film documentario “Biografia di un amore” e la successiva anteprima toscana a Firenze.

Avere l’anteprima del proprio film per un regista è una sorta di momento catartico, potenzialmente capace di rivelarti il senso della vita o di certificare il crollo di tutte le illusioni; è come cercare di tirare fuori dal cilindro un coniglio senza però aver provato il trucco sufficienti volte – spesso non riesce e ti ritrovi tra le mani un mazzo di fiori o ancor peggio un bastoncino molle e inutile che penzola di fronte agli occhi muti di un pubblico che non vede l’ora che tu esca nel desolante vuoto del retropalco. Allora nella sala giace un silenzio tondo e metallico, tombale direi, dove si infrangono inesorabili le speranze di qualcosa che ti restituisca almeno in minima parte mesi, spesso anni, di sacrifici, compromessi, ritardi, che valgono però solo per te e non per il pubblico che non ne sa nulla e sta guardando solo un semplice film. E’ un salto nel vuoto, un rischio non calcolato, imprevedibile. Perchè fino a quando il film è sul monitor della sala di montaggio è una struttura mobile, ancora possibile di smottamenti, modifiche, passi indietro, quindi foriero di speranza. Una volta usciti da lì però è la sconfinata solitudine del giudizio, lo stimolante pericolo di un incontro/scontro con la sala, con l’infinita combinazione di un binario che hai costruito con le tue mani ma sul quale devono scivolare soggettività ed anime che non puoi controllare, ognuna delle quali diversamente ricettive e quindi tenute a ricrearsi in autonomia il senso, il sentimento del film. La sala allora puo’ essere dolce come un abbraccio o tagliente come una lama arrugginita. Tu sei esattamente nel mezzo e ancora non sai se sarai stretto tra due morbide braccia o dal ferro freddo di un metallo che si chiude su se stesso.

Screenshot 2017-03-14 23.33.31Ti avvii quindi all’anteprima con uno sguardo pari a quello di un condannato a morte. A volte sembra di percepire il sibilare luminoso della ghigliottina nel sole. I sorrisi si diffondono come miele. Le persone si sistemano in sala, in attesa, avvolte da un brulichio curioso e compiacente, speranzose di trovare conferma di quello che tu, a parole, hai nel corso dei mesi anticipato, un modo per alimentare l’attesa di quanto stavi preparando o forse, ancor di più, un modo per rassicurarti, per dirti che ce la stavi facendo, che qualcosa sarebbe uscito da quel lungo e faticoso lavoro di nervi, cuore e pensieri. Entri in sala, ti osservi attorno cercando di individuare negli sguardi delle persone quello che potranno sentire, pensare, di intuire in qualche modo l’esito della serata, quanto davvero potranno capire di quello che hai cercato di raccontare. Solitamente il posto del regista durante un’anteprima è esattamente nel mezzo della sala (nel centro esatto dell’uragano insomma), immaginando ovviamente che la cosa sia gradita, ma non pensando (come è possibile mi chiedo ormai da anni?) che non possa certo fare poi tanto piacere vedere il proprio film per la millesima volta circondato da una mandria di persone pronte ad asfaltarti al primo sussulto, al primo azzardo filmico, senza la possibilità di una via di fuga sicura. Così con lo sguardo cerchi la prima uscita di sicurezza disponibile. La luce verde della porta di servizio tuona nella penombra come una presenza salvifica. Ma è lontana, dalla parte opposta della sala. Tutti vedrebbero. “Perchè dovrei vederlo io se nemmeno lui che è il regista rimane in sala?”, proiettandoti improvvisamente dentro la mente di uno spettatore che ti è accanto e ti guarda come se fosse pronto ad ingoiarti in uno spietato circolo vizioso che alimenta il terrore di una condanna. Ti accorgi che stai sudando e come in un malato sdoppiamento di personalità fuori fingi un sorriso caldo e sicuro, ma dentro urli tutta la tua voglia di rimanere da solo con il tuo film: “è solo mio”, ed improvvisamente non hai più idea del perchè tutte quelle persone siano lì. Ma ormai niente accorrerà in tuo soccorso. Così ti arrendi, ed accetti di rivedere il tuo film insieme a quella comitiva di sconosciuti, consapevole che nulla sarà mai abbastanza: accetti quindi le conseguenze di un gioco programmaticamente ideato per asfaltare la psiche del regista – le luci si spengono, ormai è tardi per qualsiasi cosa, anche per un tentativo di fuga in extremis aderendo il più possibile al pavimento. Lo spettatore che ti è accanto ti osserva ancora, come a controllarti, con lo stesso sguardo di chi sta vedendo una bestia rara allo zoo. La luce del proiettore scuote la sua frusta luminosa nel buio della sala ed il film comincia. Finalmente il tizio si volta verso lo schermo e tu puoi tornare a respirare, fermo sull’isola dell’attesa.

Ora, è’ un po’ difficile da spiegare. Perchè improvvisamente, nel buio viscoso e salvifico del cinema, nel silenzio (reale o immaginato che sia) di una sala, dove improvvisamente la vita reale cola dentro un’insignificante percezione lontana, quasi un piccolo fastidio alla fine di un mondo fatto solo di pellicola, l’ansia sparisce, la paura, il sudore freddo, i giramenti di testa, i timori, le nevrosi, sembrano farsi infinitamente piccoli, quasi polvere dentro una folata di vento improvvisa, tutto si fa pulito, nitido, e tu senti tutto il calore di una penombra che sembra scivolare fuori la sala stessa come una lastra liquida e lucente. Improvvisamente senti la bellezza di quel confronto unico ed inviolabile che è guardare la propria creatura, quasi come se fossi solo in un buio totale e definitivo, ed intimorito al suo cospetto, come se la vedessi per la prima volta, ma sapendo a memoria lo spartito delle emozioni che in qualche modo credi di aver saputo diluire nella scrittura del suo pentagramma. E allora finisci per esserne di nuovo rapito, risucchiato in un ballo di cui conosci a memoria i passi ma che sembri danzare per la prima volta: così ti scordi di errori, imperfezioni, sbagli, cadute, finisci quasi per accettarli, capendo che è proprio quell’andamento imperfetto che fa di quella creatura qualcosa di unico, di tuo, di solidamente riconoscibile. Allora ti rilassi, guardi quel cerchio di sconosciuti attorno a te in modo diverso, li senti parte di un momento importante, partecipi di una tua nudità, di una tuo semplice tentativo di pura, sincera, espressione.

Screenshot 2017-03-14 23.33.43Poi però l’incanto svanisce e come una sorta di cenerentola allo scoccare della mezzanotte torni alla realtà. Il film sta finendo e sai che ci siamo, che sei a pochi metri da qualcosa che in quel momento assume proporzioni enormi: ovviamente è solo una tua proiezione frutto di un’amplifazione senza controllo della tua fantasia. Il percorso di un regista è fatto di passi, di step progressivi, e non è mai racchiudibile in un unico momento rivelatore. Ma tu in quel momento, a ridosso della fine del film, hai perso completamente il senno, vedi nemici ovunque oppure spettatori appassionati pronti a ringraziarti, a considerarti una nuova voce del cinema italiano, torni a divagare con la mente proiettandoti verso straordinarie recensioni, ti sfiora il terrore della fine o un senso di vaga onnipotenza. E nel mezzo del delirio, quasi di estatiche proiezioni al limite delle fantozziane visioni dall’alto della croce, il film finisce, lo schermo va a nero e i titoli di coda iniziano a scorrere. Ed il nero, solitamente, è un momento che si dilata fino all’ultimo centimetro dell’universo sconosciuto.

Ora non vi dirò quello che è successo, non è poi forse così importante. Di sicuro nulla delle deliranti febbri visionarie che mi avevano attraversato nei minuti finali. Vi dirò però che nella penombra del lento scorrimento dei titoli di coda, mentre le persone cominciavano a ritornare alla realtà come una lenta processione notturna, mentre la tensione si scioglieva, mentre gli sguardi prendevano a ruotare come mulini nel vento, mi saliva dentro una sorta di vertigine al contrario, un appagamento tutto interno, tutto personale, come di un lavoro ben fatto, di qualcosa che sai di aver fatto col cuore, con tutto te stesso, abbandoni serenamente la speranza che ogni spettatore possa sapere che oltre le sterili categorie del “bello” e del “brutto” dietro quelle immagini vive un’anima che si è data, e che forse, al di là di tutto, di ogni possibile ed inutile retorica, solo quella sensazione conta, la consapevolezza di esserti rispettato, di aver portato la barca in porto nonostante le intemperie, di essere, ancora una volta, sceso a terra col vento tra i capelli ed il sale sulla pelle. Ed è un sorriso quello che hai sulla bocca, ed un altro meraviglioso segno sull’anima quello che ti porterai dietro per tutta la vita.

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Donne!… è arrivato l’arrotino!!!

Anticipando l’anatema di Stephen Hawking sulla prossima catastrofe tecnologica. Immaginazione o allucinazione? La prima è localizzata nello spazio, nel nostro teatro o cinema privato. La seconda esonda per le strade, nei corridoi, sulle scale, tra i tavoli di un caffè; non ci consente di riconoscere i nostri pensieri e le nostre immagini. E sulla strada quell’arrotino potrebbe essere semplicemente un’allucinazione uditiva, ormai…

ricomincio_still_21Lui: “Secondo me voi donne siete più…”; lei, alterata: “Ecco, lo sapevo, noi donne siamo più, che cosa?”; lui: “Calma, allor si dicev “voi donne siete meno”, che faciv, me mangiav’?” E’ la festa o la giornata della donna l’8 marzo? Cosa cambia? Alcune, e anche alcuni, ci tengono a differenziarle. Ma perché? Comunque la mimosa è stato il fiore dei partigiani che si regalava alle “staffette”, su in montagna, prima delle battaglie. Perché bisognerebbe essere orgogliosi di essere donna, come perché bisognerebbe essere orgogliosi di essere uomini? Cosa c’entra l’orgoglio? Più o meno, la moglie è argomento da uxoricidio, l’amante di lungo corso la si manda a chiamare, ma spesso si lascia sostare nell’anticamera e poi si rimanda nelle sue stanze, sempre con ricchi doni. Ma con nessuna donna ci si divide i crucchi del potere.

arrotinoDonne, è arrivato l’arrotino, arrota coltelli da cucina, coltelli da marito…”. Sarebbe bello quindi che le quote di genere (impropriamente chiamate “rosa”), servissero concretamente “per far saltare un chiavistello”: tuttavia, la legge non ha il compito di incidere su pregiudizi di tipo culturale, psicologico o di altra natura, mediante interventi di “ingegneria sociale”. Lo strumento delle quote sembra piuttosto sancire, da un lato, la rassegnata resa al fatto che in Italia i citati criteri di merito e competenza non possano spontaneamente essere adottati nella scelta delle persone migliori, al di là del sesso di appartenenza; dall’altro, l’invadenza del legislatore nazionale che pretende di operare cambiamenti sociali mediante automatismi percentuali predefiniti, scoraggiando la valutazione comparativa di ogni diversità – non solo di quella di genere – svolta in base alle caratteristiche individuali e alle specificità dei singoli contesti.

Oliver Sacks in 2009 at Columbia UniversitySiamo alle solite: la donna nel mondo non è istruita quanto l’uomo, è violentata, denigrata, osteggiata, ed anche se le percentuali migliorano sensibilmente, dopo la consueta giornata internazionale, ritorna l’arrotino… è un oggetto, come per l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Sì, proprio così, parafrasando Oliver Sacks, il grande neurologo e divulgatore scientifico di origini londinesi ma trapiantato a New York, scomparso nell’agosto del 2015. E così, l’uomo convinto che la visita neurologica fosse finita, si guardò intorno alla ricerca del cappello. Allungò la mano e afferrò la testa di sua moglie, cercò di sollevarla, di calzarla in capo. Aveva scambiato la moglie per un cappello! La donna reagì come se fosse abituata a cose del genere. Prosopagnosia, ovvero l’incapacità di dare significato visivo alle cose. Per strada, come il buon Magoo, gli capitava di dare affettuosi colpetti agli idranti e ai parchimetri scambiandoli per teste di bambini, rivolgeva gentilmente la parola ai pomelli dei mobili e si stupiva di non ricevere risposta.

Mipiacelavorare-Mobbing1A tal proposito, c’è un film italiano di 13 anni fa, assolutamente da recuperare, Mi piace lavorare – Mobbing, di Francesca Comencini, in cui Anna, interpretata da Nicoletta Braschi, è una giovane donna, separata e madre di una bimba. Lavora come contabile in un’azienda ma a seguito di una fusione societaria viene dimessa dal suo ruolo per costringerla a mollare: da questo momento in poi per lei ci saranno soltanto incarichi impossibile e mansioni dequalificanti, da questo momento in poi Anna sarà scambiata per la macchina fotocopiatrice. Ma non è un film “femminista”, anzi scavalca le divisioni di genere e rende universale la prosopagnosia. Come Io e Caterina, di Io_e_caterinaAlberto Sordi, film del 1980 andato in onda qualche giorno fa in televisione, una delle poche incursioni nel genere robotico (la terza o quarta via…) della cinematografia nostrana. Le donne della vita di Enrico possono essere soppiantate dal “perfetto” automa Caterina, che però alla fine si rivelerà innamorata ed esigente come loro, attraverso capricci e gelosie.

Anticipando l’anatema di Stephen Hawking sulla prossima catastrofe tecnologica. Immaginazione o allucinazione? La prima è localizzata nello spazio, nel nostro teatro o cinema privato. La seconda esonda per le strade, nei corridoi, sulle scale, tra i tavoli di un caffè; non ci consente di riconoscere i nostri pensieri e le nostre immagini. E sulla strada quell’arrotino potrebbe essere semplicemente un’allucinazione uditiva, ormai…

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L’evoluzione inciampa… tra Sanremo e Madrid

Essere o dover essere pare sia il dilemma amletico principale dell’era moderna e quindi una scimmia nuda che balla non inciampa, bensì rivendica naturale opacità. La troppa definizione, la trasparenza porta all’apartheid. L’opacità non è un muro, lascia sempre filtrare qualcosa

Gigi D’Alessio si è lamentato della giuria di qualità e di quanto fosse poco “chiara”, non evoluta all’ascolto della musica pop, di cui sente di essere degno rappresentante, a favore della musica “dance”, quella miscellanea che imperverserebbe sulle radio nazionali e ormai anche al festival della canzone. Sarà, ma l’impressione è un’altra: essere o dover essere pare sia il dilemma amletico principale dell’era moderna e quindi una scimmia nuda che balla non inciampa, bensì rivendica naturale opacità. La troppa definizione, la trasparenza porta all’apartheid. L’opacità non è un muro, lascia sempre filtrare qualcosa. Cespuglio o cactus? Quale rappresentazione dell’evoluzione più attendibile? E, se la vita si distrae, gli uomini cadono proprio sul cactus, non c’è dubbio. Occidentali’s Karma…

04_madrid_napoliL’evoluzione si è fermata a Madrid, dove anche il calcio ancora una volta, come la vita, dimostra che le grandi attese collettive, orientando miliardi di persone verso valori di libertà e giustizia, formalmente proclamati benché scarsamente praticati, hanno lasciato il posto agli immediati dintorni della propria esistenza. L’uno contro uno vince sul gruppo. Anzi, l’uno contro nessuno… A Madrid 11 individualisti affamati si sono dedicati a ritagliarsi una loro fetta di cielo in terra, a fabbricarsi utopie in miniatura quale surrogato delle principali ideologie collettive, ormai percepite come inadeguate a guidare individui, popoli o squadre di calcio verso un futuro dotato di senso. L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre. Appare, infatti, oggi molto più credibile che nel passato a causa della percezione dominante, di essere più esposti all’imprevedibile e, di conseguenza, anche meno capaci e meno desiderosi di mettere a fuoco l’indeterminato senso dell’ignoto. Bene quindi, se Bellocchio (il più opaco di tutti) fosse stato l’allenatore del Napoli a Madrid, cosa avrebbe fatto? Con il senno di poi avrebbe comunque provato negli spogliatoi, dietro le quinte, fuori dal quadro verde, a far capire che cambiare identità alla squadra, come un abito smesso o assemblarsi modularmente restando immuni da conflitti non è poi tanto facile, come non lo è isolarsi narcisisticamente da un più vasto contesto di eventi e di tempi, ancorandosi al “now” e al “no future”: il passato possiede una propria vischiosa tenacia e il futuro (il ritorno fra qualche settimana a Napoli) una carica di inquietudine che finisce per stanare chi si rifugia nel presente immediato. Ma perché nel calcio, sport collettivo, una squadra come il Napoli, tra le migliori in circolazione come organizzazione di gruppo, non spadroneggia ovunque e perde invece nettamente contro il Real Madrid, la squadra individualista più devastante al mondo? Fuori dagli schemi c’è da ricercare la risposta evidentemente: l’evoluzione del calcio inciampa…

KounellisFuori dal quadro proprio come auspicavano Massimo Fagioli e Jannis Kounellis, andati via pochi giorni fa. Quest’ultimo non stava dalla parte dell’astratto, soprattutto se implicava un’alta temperatura emotiva di carattere soggettivo, ma nemmeno da quella del figurativo. C’è un film di Ermanno Olmi, del 2006, sull’allestimento di una sua mostra, che meriterebbe decisamente nuova luce. La pittura, appunto, doveva essere libera di dilatarsi da ogni lato. Kounellis ha raccontato la prima civiltà industriale e quei dodici cavalli vivi che nel 1976 porta alla Biennale di Venezia, certo non bivaccavano tra i canali o si tuffavano nelle acque torbide, come turisti senza meta, ma erano punti di passaggio tra la realtà e l’archetipo immaginato, arte povera senza fieno o feci a terra, privo di disegno ma non di progetto, polisensoriale occidentali’s karma: nero di fumo, il bigio del ferro, il blu del fuoco delle bombole a gas, il rosso sangue delle carcasse di bue, l’odore della grappa che satura la stanza da mille piccoli bicchieri posati a terra, una rosa recisa che appassisce…

fagioliIl “diavolo in corpo” è “la condanna” (fagiolini al bellocchio), sono ricette master, di chi, come Massimo Fagioli, neuropsichiatra pop (così piacciono a D’Alessio), che detestava Freud e inneggiava la terapia di gruppo, l’analisi collettiva, sceneggiatore/plagiatore di passaggio, ricorda un po’ Jep Gambardella di Sorrentino, esponente della “gauche al caviale”, espulso dalla società psicoanalitica italiana, e estremo difensore della dialettica, altro che apologista dello stupro fisico e simbolico. Il rifiuto accademico dell’analisi collettiva (ma quei seminari a Trastevere, aperti a tutti, erano a sottoscrizione o a ingresso libero?), per Fagioli probabilmente è da motivare, più che dal suo presunto carattere anti-individualistico, dal suo legame, storicamente e politicamente consolidato, con i dolorosi processi collettivi di standardizzazione e di subordinazione delle coscienze, promossi da poteri politici nuovi e talvolta dispotici. Massimo Fagioli, capo di una “setta” di fagiolini, ha suggerito idealmente il sogno della farfalla, il sogno della ricerca dell’armonia nella malattia mentale: l’uomo non è una miscela, non un moto, non una sostanza come l’anima. L’uomo è opacità perché la vita a volte si distrae…

 

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