La generazione ‘Class’

Cover-_Francesco-Pacifico_Vite-infelici-di-romani-mantenuti-a-New-York-200x300Non sono ancora mai stato a New York, non ho amici registi o attori che ci vivono o hanno provato a ‘sfondare’ lì, ho sempre guardato con invidia provinciale chi, alla gavetta a Roma o in qualche capitale Erasmus, preferiva e poteva permettersi la fuga in America. E allora? Quando ho chiuso con l’ultima fatica letteraria di Francesco Pacifico ‘Class-vite infelici di romani mantenuti a New York’ (Mondadori) ho tirato quel sospiro finale che ti fa riprendere dopo una lunga immersione. Quel ritornare al mondo, dopo un’altalena di sentimenti ed emozioni. Effetto di un approccio raffreddato alla narrazione, che Pacifico riesce a calibrare come un sapiente regista (e in questo romanzo di oltre 300 pagine il cinema e le visioni hanno un ruolo determinante)  con l’uso di un personaggio (sarebbe meglio dire un attore) o di una storia altrui come specchio per una mediazione nei confronti del reale. Roma-New York A/R: le vite di Ludovica (La sposina) , di Lorenzo (il marito) regista di un corto (brutto e troppo italiano) che vuole affermarsi come autore nella Grande Mela. La libreria nel quartiere Trieste e il trasferimento a NY. Il circo di amici e conoscenti, Berengo, Cugino Hitler, Marcello e poi Gustavo Tullio e il premio Pulitzer James Murphy. Il cinema, oggi, come ricorda spesso Marco Muller, direttore della Festa internazionale del film di Roma, si nasconde negli spazi più nascosti, sta a noi scovarlo.

Per Pacifico il racconto è solo un primo ‘schermo’ sul quale proiettare il suo ‘film’ vero e New York Williamsburgproprio: non un mezzo per veicolare un messaggio ma per farci immergere, appunto, nelle vite disperate e così emozionate di questi mantenuti romani a NY (che forse è il messaggio). Fanno sesso, ovunque, e lavorano poco (altro che articolo 18 qui siamo già oltre) si confessano, molto, senza però cercare nessuna assoluzione. ‘La realizzazione personale di un borghese non vale il denaro che costa’, avverte Pacifico nella prima frase del romando; dimostrando fin dall’inizio quale Stella Cometa seguire. Meno ‘giovani, carini e disoccupati’, più hipster maledettamente snob (certificati Williamsburg se possibile) con appartamento a NY. Potremmo essere in quel territorio sospeso tanto caro a Jim Jarmush, le sue aperture rarefatte sul passato e la capacità di depurare le storie, autore caro a Pacifico  (ho avuto delle dritte a proposito) come Robert Altman (le connessioni e l’umanità dei personaggio) e Luchino Visconti (il lirismo di alcune magnifiche scene d’interni). Per ora non c’è ancora una sceneggiatura pronta (sempre la stessa dritta) ma ‘Class’ sembra scivolare nella nuova frontiera del linguaggio, quello spazio in cui il cinema oggi si nasconde e aspetta di essere scoperto. Non facciamolo aspettare.

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Nessun futuro, nessun futuro per noi

Oggi i film e le serie migliori ci chiedono di identificarci con dei mostri. Li vediamo agire come mostri, ma proviamo empatia per loro. La moralità che ancora si cela dietro i corpi dei protagonisti di Her, Locke e All is lost, corpi appunto “resistenti”, che si aggrappano alla morale nel vano tentativo di ricostruire l’umano, svanisce – forse definitivamente – con l’arrivo di Devereaux, (Welcome to New York) e Frank Underwood  (House of Cards).

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«Un gran uomo una volta disse: Tutto riguarda il sesso. Tranne il sesso. Il sesso riguarda il potere».   Frank Underwood, House of Cards

“Nessuno vuole essere salvato”.   Devereaux, Welcome to New York

Non ce la possiamo fare. Forse, davvero, Tutto è perduto. Quali altre trasformazioni deve subire, l’uomo del XXI secolo, per “stare al passo” con i cambiamenti culturali, che lui stesso, probabilmente involontariamente, ha spesso causato?  L’umano venuto via dal ‘900 non basta più, oppure, meglio ancora, era troppo. Certo è il secolo di grandi pensatori e rivoluzioni, di grandi cambiamenti e di una capacità di adattamento alla mutazione che sembravano rilanciare l’uomo (il maschio) come elemento centrale, affascinante e insostituibile del pianeta Terra. Sopravvissuto a due spaventose Guerre Mondiali, alla Coca Cola e alla Bomba Atomica. E il ‘68 poi, non aveva fatto altro che rilanciare con forza “il grande sogno” di un uomo capace di ricostruirsi totalmente, quasi dalle proprie stesse ceneri. Sopravvissuto alla nascita della “condizione giovanile”, e alle rivolte dei teenagers nei paesi ricchi occidentali, sopravvissuto al femminismo e alla messa in discussione dei ruoli nella società moderna, sopravvissuto alle rivolte coloniali, all’orgoglio black e a quello gay. L’uomo del ‘900 era un sopravvissuto a tutto, così forte e sicuro di se della propria capacità di autoconservazione (del potere?), da apparire, in alcuni momenti, invincibile, immortale.

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15 anni dopo il passaggio di secolo (e millennio) lo scenario appare già post-catastrofe. Gli “uomini forti” del 900 uno ad uno sono passati a miglior vita (ultimo, Nelson Mandela). Giorni fa è scomparso a 97 anni l’ultimo uomo dell’equipaggio che lanciò la bomba atomica su Hiroshima (senza alcun senso di colpa, ha sempre raccontato). Domani, presto, non ci sarà più neanche un reduce dal campo di Auschwitz.

L’uomo del 21° secolo, che ancora viene dal 900, è un uomo allo sbando. Moralmente e fisicamente. Quale che siano le scelte morali che compie queste gli si ritorcono contro e non creano alcun “valore aggiunto”, qualcosa di cui le generazioni successive potranno tenere per se, non tanto come ricorso, ma come esempio, vitalità, scelta civile e coraggio.

Il cinema e la tv sembrano raccontarci questo inesorabile e inevitabile declino. Ne abbiamo anche già parlato, da queste parti, dell’Ultimo umano possibile.  Film come Her, Gravity, Locke, Tir, All is Lost, Under the Skin. Mi autocito (scusandomi per il refrain): “Un salto indietro. Come se passassimo dall’era delle reti all’invenzione della stampa, o ancora più dietro a quella della scrittura. Un salto antropologico al contrario, per reinventare l’umano. Ma non è possibile. L’uomo del Novecento sembra destinato ad essere l’ultimo umano possibile, prima della “grande mutazione”.

Ma questo ultimo umano, mentre si manifesta con splendidi e discutibili capolavori cinematografici, sembra già essere pronto a dissolversi. La moralità che ancora si cela dietro i corpi dei protagonisti di Her, Locke e All is lost, corpi appunto “resistenti”, che si aggrappano alla morale nel vano tentativo di ricostruire l’umano, svanisce – forse definitivamente – con l’arrivo di Devereaux, (Welcome to New York) e Frank Underwood  (House of Cards).

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Frank Underwood (Kevin Spacey), il politico cinico della serie televisiva americana, tra le più crude e spietate di questa ultima stagione, è già oltre “il peccato”. Non ambisce al denaro ma al potere. Non ambisce al possesso fisico delle persone ma a quello psicologico del dominio. Tutta la sua vita, le sue giornate faticose, sono incentrate sulla “corruzione morale”, sulla messa in scena di un azione “politica” tutta indirizzata verso i suoi magnifici quanto miserabili fini di potere. Potere visibile ma “occulto”, perché Underwood preferisce stare una fila dietro a coloro che combattono in prima linea, che sono naturalmente il “bersaglio dei nemici”.  Ed ecco la sua azione quotidiana che si nutre di obiettivi da manipolare, uomini deboli e forti da gestire, donne in ruoli chiave da rendere innocue se non complici. Tutto il suo repertorio, di frasi ad effetto e azioni spietate, sono indirizzate verso l’obiettivo della “manipolazione del reale” ai propri fini. Anche se questo dovesse portarlo al gesto più estremo dell’uomo, l’omicidio. Ma in tutto questo Underwood, uomo brillante e di successo, deve attraversare dei campi fatti di sconfitte e tradimenti improvvisi. Si crede manipolatore e si scopre manipolato. E infine assolutamente incapace di prevedere le mosse delle due donne (la moglie e la giovane giornalista) apparentemente complici della sua vita.

Il suo cinismo, che rappresenta la sua forza, che ci dispiega direttamente parlando in faccia agli spettatori (“Dovete sapere che io odio i bambini!”), è la sua nuova forma di empatia: sono odioso e insopportabile ma il mondo di oggi è questo e per sopravvivere devi essere cosi, sembra dirci.

Non sappiamo ancora il sue destino nelle stagioni seguenti della serie, ma non sembra intravedersi, all’orizzonte, alcuna redenzione possibile.  Frank Underwood è destinato ad essere superato dal suo stesso metodo di sopravvivenza da squalo. Nessun futuro, nessun futuro (anche se diventerà Vicepresidente, nuovo ruolo per i sotterfugi di potere).

Devereaux (Gerard Depardieu), è l’ultima deriva possibile. Un personaggio che non ha neppure (bisogno di) un nome. Si occupa di finanza, quindi del grande potere economico. Qualcuno vorrebbe candidarlo a Presidente. Ma è un uomo prigioniero del suo stesso appetito sessuale. Prima di finire in carcere, accusato di aver aggredito sessualmente una cameriera, Devereaux lo vediamo passare da una camera all’altra di alberghi di lusso, per godersi dei festini in compagnia di donne ben pagate per assecondarne gli istinti animaleschi. Ma quella vita di godimenti immediati, fatta di sesso, alcool, dolci e altro, è già una prigione. Le camere d’albergo non sono poi così tanto diverse dalle celle che per un po’ dovrà frequentare così come dagli arresti domiciliari cui finirà condannato. Devereaux non ha più niente, dell’umano possibile, da essere salvato. Non vuole essere salvato, sa bene che non c’è alcuna redenzione per lui. Si aggrappa al potere per godere della propria malattia. Consapevole di questo suo peccato insaziabile. Consapevole del baratro. Consapevole della fine.

Oggi i film e le serie migliori ci chiedono di identificarci con dei mostri. Li vediamo agire come mostri, ma proviamo empatia per loro. Proviamo persino le loro sofferenze, mentre li vediamo causarne tante ad altri, sicuramente “più innocenti” di loro. Non c’è bisogno di arrivare all’Apes Revolution, per capire, facilmente, che i mostri siamo noi. E non manca più di tanto tempo perché la Storia possa finalmente fare a meno dell’Uomo, almeno quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi. Nessun futuro, nessun futuro, per noi.

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Luci di morte

Forse dovremmo tutti fare un viaggio nello spazio, almeno una volta. E osservare, dalla “giusta distanza”, quello che avviene sulla Terra. Probabilmente la scelta di un punto di vista diverso cambia la percezione stessa delle cose, della vita come, purtroppo, della morte.

Alexander Gerst

Questo tweet, dell’astronauta tedesco Alexander Gerst, ha davvero “fatto il giro del mondo”. In poche ore ha avuto oltre 38mila retweet, e un numero incalcolabile di visualizzazioni, anche sui principali giornali di tutto il mondo.

E’ una semplice foto, tra le tante che l’equipaggio della stazione ISS, ci manda dallo spazio attraverso quel fenomenale veicolo di comunicazione che è Twitter. Ne abbiamo viste anche in passato, di queste foto “dal cielo”, immagini di luce e di buio, immagini di diverse civiltà. Ogni volta che abbiamo visto queste immagini, avevamo una sorta di “lettura automatica” ricorrente: la luce è la vità e la civiltà (elettrica), il buio è la morte, comunque l’oscurità del passato, vigente solo in territori inesplorati o sotto crudeli e anacronistiche dittature.

Ma nell’immagine che Alexander Gerst ci ha inviato, “La mia foto più triste“, questa dicotomia luce/vita buio/morte, ci appare improvvisamente rovesciata.  Le luci sono le esplosioni e i razzi che sorvolano Gaza e Israele. Le luci sono portatrici di morte.

Ecco che un’immagine si pone come “nuovo sguardo” possibile, rilanciandoci negli occhi la tragedia enorme in atto. “we can actually see explosions and rockets flying over #Gaza & #Israel“, scrive nel tweet: Noi possiamo vedere la guerra, ORA, sotto forma di luce.

Non mi permetto di scrivere con un punto di vista personale sul conflitto che da tanti troppi anni insanguina quei territori. A volte leggo dei titoli sui giornali e mi chiedo se sono gli stessi che leggevo da ragazzo degli anni settanta… La questione è talmente complessa ed evidentemente “senza soluzione” che qualsiasi riflessione mi appare scoraggiante e superflua.  Bombe “intelligenti”, “civili come scudi umani”, “danni collaterali”, accuse reciproche di commettere atti illegittimi, come se la guerra potesse essere mai definita “legittima”. Certo come scrivono alcuni è una guerra “asimmetrica”, perchè combattuta da due realtà che hanno potenza economica e tecnologica lontanissima. Come scrivono Nicola Perugini e Neve Gordon su Al Jazeera (tradotta da Internazionale 1061), “gli abitanti della strisica di Gaza sono bombardati da aerei all’avanguardia e da droni, ma non hanno rifugi dove scappare e non possono lasciare il paese. Gli abitanti di Israele, invece, sono bombardati con razzi artigianali, molti dei quali sono intercettati dal sistema di difesa Iron Dome. La maggior parte della popolazione israeliana può nascondersi nei rifugi o spostarsi in zone che sono fuori dalla portata dei razzi“.

Questo però non vuol dire che il crimine di lanciare dei razzi sulla popolazione israeliana sia “meno grave” di quello di lanciarli sulla popolazione di Gaza, solo perchè i primi hanno un sistema di difesa e gli altri no. Un crimine è un crimine, anche se non riesce fino in fondo.  Sullo stesso settimanale Giovanni De Mauro pubblica un’agghiacciante elenco dei 132 palestinesi sotto i 18 anni uccisi tra l’8 e il 21 luglio 2014, a Gaza.  Terribile. Al 22 luglio i morti sono 635 tra i palestinesi e 29 tra gli israeliani. Forse anche quei 29 meriterebbero di essere citati. Forse dovremmo citarli tutti, con nome e cognome, e riempire i nostri giornali solo ed esclusivamente dei loro nomi, magari anche dello loro facce, delle loro storie. Forse solo restituendo a questi numeri una qualsivoglia “fisicità”, qualcosa che letteralmente “occupi spazio” potremmo essere meno distratti e comprendere l’atrocità di questa guerra (come pure di quella, dimenticata, che si combatte in Siria).

Uomini e scimmie

Apes-Revolution-Il-pianeta-delle-scimmieBeh, bisogna ammettere che è quasi impossibile non pensare a Gaza, e a questa guerra infinita, vedendo Apes Revolution, l’ultimo capitolo della nuova serie sequel del Pianeta delle Scimmie. Per quanto i due protagonisti, Cesare (Andy Serkys) e Malcolm (Jason Clarke) si impegnino a forzare la “naturale” bellicosità di uomini e scimmie (sopravvissuti a un terribile virus che ha sterminato la vita sul pianeta Terra, che – anche qui – viene mostrata come una “visione dallo spazio”, con le luci del pianeta che si spengono con il diffondersi della morte…), per quanto cerchino di fornire atti di fiducia, di amore, c’è sempre nell’ombra qualcuno che invece sembra preferire la “magnifica semplicità” della guerra come “risoluzione di conflitti”.  Il film diretto da Matt Reeves, sembra partire da presupposti “spielberghiani”, e il modello di riferimento del film, per gran tratti, è assai più E.T. che non il vecchio ciclo delle scimmie di fine anni sessanta. Ma al contrario delle storie del cineasta di Cincinnati, il film non sembra molto ottimista sulle possibilità del cuore e della ragione di prevalere sull’irrazionalità della Storia. E se per un momento possiamo immaginare la “fine del conflitto”, resta quell’inquietante finale – perdonatemi lo spoiler – sugli occhi di Cesare, che non sembrano affatto quelli della “pace a tutti i costi”. Come se anche la scimmia intelligente e dotata di compassione, possa essere attratta dal “lato oscuro della forza”…

apes revolution

 

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Internet e il digitale: paura e desiderio (e le scelte sartriane sulle tecnologie…)

monority reportUno spettro si aggira per l’Italia, sui giornali che sempre meno vendono nelle edicole sempre più desolate che sembrano ormai destinate a un pubblico di nicchia, anche se ancora consistente, almeno quanto è consistente nel nostro Paese il numero di pensionati “analfabeti digitali”: Internet e le tecnologie del digitale.

Due articoli, su la Repubblica e il Corriere della sera, le due “istituzioni” del giornalismo nazionale.

Il primo “Trappole per bambini”, racconta dei pericoli che si nascondono negli smartphone dei ragazzi, con le App Freemium che possono portare i ragazzi a dei costi eccessivi. Ecco cosa scrive il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari “Luca ha 10 anni e da un mese non è più lo stesso. È pallido nervoso, dorme male, fino a che la maestra non gli sequestra il cellulare in classe e convoca la madre. ”Lo usava sotto il banco, erano giorni che lo tenevo d’occhio…”Interrogato il bambino scoppia in lacrime:” mamma stavano distruggendo il mio villaggio…dovevo fare qualcosa” E la mamma si ritrova con 400 euro di addebito sul suo account iTunes.”

Ecco apparire con forza la “grande paura” di questo universo incontrollato che è Internet. Fate attenzione, Internet distrugge i ragazzi e il vostro conto corrente! Come se dopo il primo acquisto chiunque non ricevesse sul proprio smartphone in tempo reale la comunicazione dell’avvenuto pagamento. Della questione ne parla molto chiaramente Massimo Mantellini sul suo blog, citando un interessante lavoro di Massimiliano Trovato sul Freemium e sul tema degli addebiti non esplicitamente autorizzati.

Qui siamo alla inchiesta premeditata per screditare alla base “il grande nemico Internet”, quello che sta uccidendo i giornali e quindi la libertà di stampa. Sarebbe bello leggere qualcosa su Edward Snowden, su questi giornali liberi, magari con qualche inchiesta o petizioni perché possa avere asilo politico in Europa, anziché nella Russia di Putin….

free technology

Alle inchieste d’assalto di Repubblica si alternano, con inusitata eleganza, le riflessioni degli intellettuali nostrani dalle pagine del Corriere. Non vengono chiamati a scriverne certo nè Massimo Mantellini, o Luca De Biase, per citarne solo due italiani (ma perché non interpellare autori e studiosi come Nick Bilton, Steven Johnson, Clay Shirky, Chris Anderson, Kevin Kelly o David Weinberger?), ma il buon Roberto Cotroneo, persona per bene e spendibile (ricordo una bella trasmissione in cui chiamò – unico – il grande Corso Salani a parlare di cinema). Peccato però che, certamente in buona fede, l’intellettuale perbene nostrano si faccia volentieri (e forse involontariamente) strumentalizzare in questo attacco all’economia e cultura digitale.

Se l’inchiesta di Repubblica aggrediva due elementi cui gli italiani sono molto legati (i bambini e il denaro), ecco che Cotroneo sceglie di scagliarsi contro il luogo dei sogni per eccellenza: i desideri.

no elettronicIl Digitale ha imprigionato il desiderio”, e già dal titolo abbiamo tutti gli elementi della “connessione diabolica”: digitale, prigione, desideri. Non siamo più liberi. Ma l’articolo è ben scritto e argomentato e Cotroneo spiega che “L’universo digitale ha aperto spazi esistenziali che prima non esistevano”, ma….”ci rende incapaci di tenere fermo il tempo”. Questo perché abbiamo la possibilità, per la prima volta nella storia, di accedere in tempo reale a tutte le informazioni che vogliamo. Ma per Cotroneo “non esiste più l’attesa tra quello che vogliamo sapere e quello che possiamo sapere” e la responsabilità  secondo lui è degli ebook (che in Italia invece non decollano proprio perché abbiamo delle lobby che premono per mantenere consumi e mercati storici). In particolare nel fatto che “Il modo di sfogliare e scorrere i libri digitali non permette salti logici”, e infatti per Cotroneo “Non si può aprire un ebook in modo casuale, al massimo si può scorrere”, e quindi non possiamo più aprire un libro a una pagina a caso domandandoci: “quale sarà la prima frase che mi appare?

ebook-tabletCurioso come il digitale venga spesso tacciato di distruggere la continuità della lettura, proprio per le connessioni che link e scorrevolezza delle pagine permettono, mentre ora lo si accusa di non permettere di fare dei salti, di scegliere dei punti a caso del testo dove andare (cosa discutibilissima, perché su un ebook posso anche cercare la parola “amore” e sfogliarlo nella ricerca di questa parola in tutto il testo…).

Ma per Cotroneo, “Nel mondo digitale non c’è il tempo del ritorno. Il digitale ha imprigionato il desiderio nell’immediatezza del presente”, manca secondo l’autore quella “pazienza dell’attesa” che sta al desiderio un po’ come i preliminari all’orgasmo nel sesso. No, non ci sta più il tempo dell’attesa, “Stanno crescendo generazioni che possono chiedere ( e aggiungo io ottenere) in tempo reale”.  Questa velocizzazione delle informazioni costituisce per Cotroneo non una conquista, che possa permettere alle teste e ai corpi di indirizzare i propri desideri e passioni e curiosità verso territori inediti, ma invece è sintomo di “un tempo con un respiro sempre più corto, perché richiesta e ottenimento coincidono”.  Come se l’attesa per pagare un bollettino postale o per trovare un saggio da consultare o una canzone da ascoltare fosse la vera risorsa dell’”economia analogica”, quella fatta di atomi, di oggetti da toccare. Come se le dinamiche del consumo e del piacere di farlo si azzerassero nel momento in cui non dobbiamo più attendere per ottenere “l’oggetto del desiderio” che per di più non ha più neppure un “corpo”.

Ma è proprio questa mancanza di fisicità a terrorizzare il buon Cotroneo: “Non si porta con sé nulla di fisico, tutto sta nell’inconsistenza del digitale. Avremo case sempre più vuote di tutto, con pochi oggetti essenziali e avremo archivi digitali invisibili. Avremo spazi che non sapremo come riempire e che non sapremo condividere. La digitalizzazione del desiderio è proprio questo: essere incapaci di renderlo fisico, che sia la virtualità del sesso, che sia la virtualità dei discorsi, la conoscenza reciproca è diventata un continuo mascheramento e al tempo stesso una costante impazienza

Per poi concludere con l’assioma/tesi di fondo del suo articolo: “Il desiderio digitale di possedere tutto, di accedere sempre, è una nuova forma di totalità.”

borse di studio 2014-2015_amore oltre il corpoOra chi mi legge su questo blog sa quanto sia interessato alle mutazioni antropologiche ed emozionali che l’universo digitale porta con sé, e non ho mai mancato di sottolinearne i limiti e le possibili derive. Ma una cosa è leggere e cercare di comprendere i cambiamenti che il digitale in qualche modo ci impone, a volte anche in maniera pesante, altra è indirizzare tutto il proprio pensiero nella difesa di un mondo cosi com’era, …e come si stava meglio prima dove potevamo parlarci e toccarci e desiderarci di persona! Ebbene, non è vero. Non si stava meglio prima. E le emozioni che proviamo nelle connessioni digitali – persino con sistemi operativi come avviene in Her – sono emozioni vere. laurie pennySentiamo e proviamo emozioni e sentimenti, felicità e gioia esattamente come avviene nel cosiddetto “mondo reale”. Non è un caso che proprio Facebook ha recentemente sperimentato, tra le proteste di molti, come il flusso dei newfeed del social network possa influenzare pesantemente l’umore delle persone. Facebook per un esperimento ha alterato il newsfeed di poco meno di 700mila profili, aumentando il numero di messaggi positivi o negativi per scoprire gli effetti sull’umore della gente (leggetevi il bel pezzo di Laurie Penny, 27enne giornalista inglese, su Internazionale di questa settimana, per comprendere bene i veri pericoli del “controllo” e non delle libertà del digitale).

Nessuno attende più di sapere qualcosa, non c’è più alcun luogo dove non possiamo trovare una connessione, e accedere ai nostri dati. Siamo circondati da tutto quello che siamo in ogni istante della nostra vita.” spiega Cotroneo, auspicando, forse, un mondo disconnesso dove isolarsi dalla rete condivisa. E’ il tipico urlo di retroguardia dell’intellettuale italiano: la tecnologia ci sta uccidendo, ci rende prigionieri, ci toglie l’anima. Ma non è la tecnologia, siamo noi. E nostre, sartrianamente, le scelte.

What_Technology_Wants,_Book_Cover_ArtSull’argomento suggerisco – anche a Cotroneo -  letture diverse, e quindi chiudo con alcune frasi di Kevin Kelly, grande studioso delle tecnologie, tratte dal volume “Quel che vuole la tecnologia”:

La nostra scelta, ed è importante, sta nel prepararci ad accogliere il dono, e anche i problemi che porterà con sé. Possiamo scegliere di diventare migliori anticipando queste inevitabili impennate. Possiamo decidere di educare noi stessi e i nostri figli a essere capaci e oculati nel loro impiego. E possiamo decidere di modificare i nostri assunti legali, politici ed economici per riuscire ad andare incontro a queste traiettorie. Ma non possiamo sfuggirle. Quando cerchiamo di intuire, spiandolo da lontano, il nostro destino tecnologico, non ha senso ritrarsi per paura della sua inevitabilità; al contrario, dovremmo darci da fare con i preparativi.

Ci fidiamo della natura, ma speriamo nella tecnologia. Quella speranza sta nell’accettazione della nostra stessa natura. Se appoggeremo l’imperativo del technium saremo più preparati a guidarlo secondo le nostre possibilità, più consapevoli di dove stiamo andando. Se staremo dietro a quello che la tecnologia vuole, saremo più pronti a coglierne e apprezzarne appieno i doni.

the techniumE’ vero, esiste anche per le tecnologie una certa inclinazione verso determinate caratteristiche piuttosto che altre: alcune tecnologie saranno facilmente decentralizzate, mentre altre tenderanno a centralizzarsi; alcune saranno naturalmente trasparenti, altre lo saranno meno, e richiederanno forse competenze specifiche per il proprio utilizzo. Ma qualsiasi tecnologia, a prescindere dalle sue origini, può essere indirizzata verso una maggiore trasparenza, collaborazione,flessibilità e apertura.

Ed è qui che entra in gioco la nostra scelta. L’evoluzione delle nuove tecnologie è inevitabile, non la possiamo fermare. Ma il carattere di ciascuna di esse dipende da noi.

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Il tempo digitale…ovvero come siamo diventati?

imagesQualche mese fa ero ad una proiezione stampa, in una di quelle belle salette delle Case di Distribuzione, a vedere un bel film con Robert Redford. Pochi gli spettatori in sala e, in prima fila accanto a me e al buon Paolo D’Agostini, due “colleghi” più giovani (ma non troppo…) che, per tutto il film, hanno trascorso il loro tempo a chattare su Facebook e/o Whats’app, gettando ogni tanto un’occhiata alle avventure acquatiche di Redford. Ora a parte il fastidio che possiamo provare per questi schermi luminosi che invadono e violentano il “buio naturale” della sala cinematografica, quello che però colpisce – azzerando i commenti sulla professionalità del vedere i film in quel modo – è il cambiamento che sembra ormai inevitabile, sull’uso del nostro tempo che “gli schermi che opinion_text_brook-bruning2ci guardano” in qualche modo ci hanno imposto. Al di là dei soggetti più ansiosi e dipendenti, come i due colleghi della proiezione, quanti di noi resistono alla tentazione, appena si ha un secondo, di controllare il proprio smartphone? Il dispositivo che portiamo sempre con noi è diventato in pochissimo tempo parte integrante del nostro tempo. Quanto tempo dedichiamo a consultare lo schermo (per fare tutto, dalle news alle chat, alle mail o alle ricerche o ai giochi..)? Sarebbe interessante filmare e poi studiare una moderna “riunione di redazione”: a stento ci si guarda in faccia, tra portatili, tablet e smartphone tutti sono più impegnati a guardare gli schermi che a osservare i volti delle persone.

walking-with-mobile-phone_shutterstock_300A un’altra, più recente, proiezione per la stampa, quelle in cui oggi vengono “imbustati” tutti i dispositivi mobili per la protezione antipirateria, ho visto molte persone come smarrite senza il proprio dispositivo, che giravano la testa in attesa del film come a – finalmente – cercare gli altri in sala. Senza il cellulare il tempo di attesa diventava incredibilmente lungo, quasi insopportabile. Siamo alla fine dei nostri “tempi morti”: il vuoto temporale, l’attimo dello stare da soli con se stessi, è ormai definitivamente congedato, ad esclusione di quei rari momenti in cui non c’è la connessione. Il nostro tempo è cambiato, l’uso che ne facciamo è cambiato.

Per questo ho trovato molto interessante il post di oggi di Martina Pennisi su Wired, che mi diverte riportarvi integralmente. Come sono cambiati i nostri comportamenti al ristorante? Come gli schermi portatili influiscono sui nostri (ed altrui!) tempi? Da leggere prima di fare una buona cura disintossicante….(ma anche per capire come possiamo attrezzarci al cambiamento ormai in atto…).

 

Recensioni online, quando il ristoratore risponde punto per punto

Un locale di New York ha collezionato brutti voti per la lentezza dei suoi camerieri. A ben guardare, però, la storia era molto diversa da come sembrava (Foto: Maurizio Pesce / Wired) (Foto: Maurizio Pesce / Wired) Tripadvisor e simili, per gli esercenti, sono spesso una gran scocciatura, inutile raccontarsela. Se monitorati adeguatamente possono diventare anche però spunto per eventuali interventi migliorativi. Un ristoratore di New York ha deciso di guardarla da questo punto di vista e di prendere sul serio le recensioni pubblicate su Craigslist. E proprio su Craigslist rispondere direttamente ai commenti. La critica più comune, scrivono raccontando la loro storia, era relativa alla lentezza del servizio. Accusa strana, perché negli ultimi 10 anni il numero di clienti è rimasto invariato, il personale è aumentato e alcune voci sul menù sono state eliminate. Com’è possibile, quindi, che i clienti continuino a considerare eccessivo il tempo trascorso al tavolo per ordinare e consumare il pasto? Il ristoratore, come detto, l’ha presa molto sul serio e ha assunto una società di consulenza per venirne a capo. Il consiglio, che immaginiamo sia stato lautamente pagato, è stato di mettere a confronto le registrazioni del sistema di sorveglianza interno di un tipico pranzo del 2014 con quelle di un giorno del 2004, recuperato grazie a un nastro rimasto nei dispositivi di registrazione poi rimpiazzati dall’impianto digitale. Dieci anni fa 45 clienti sono entrati nel locale, 3 dei quali hanno chiesto di cambiare tavolo. La media del tempo necessario per guardare il menù e scegliere il piatto o i piatti da ordinare è stata di 8 minuti – e i camerieri hanno preso gli ordini immediatamente. Per servire ci sono voluti più o meno 6 minuti, con variazioni dovute alla complessità del piatto. Due su 45 li hanno rimandati indietro. Consumato il pasto, ricevuto e pagato il conto, i clienti hanno impiegato 5 minuti a lasciare il locale. Il totale dall’ingresso all’uscita è stato di un’ora e 5 minuti. Nel 2014 è entrato lo stesso numero di clienti, con un numero superiore di camerieri a disposizione. Sono stati in 18 a voler cambiare posto. Una volta seduti, il menù è stato, se non l’ultimo, il secondo punto nella lista dei loro pensieri: il primo è il telefono, per scattare foto, navigare in Internet o compiere altre attività che ovviamente il ristorante non è in grado di monitorare. Per 7 clienti su 45 il primo contatto con il cameriere è stato proprio per chiedere lumi sulla connessione Wi-Fi, impiegando circa 5 minuti a occuparsi dello smartphone. Quando i dipendenti hanno provato a chiedere le ordinazioni, si sono sentiti rispondere spesso e volentieri di tornare qualche minuto dopo, per lasciare più tempo per consultare il menù. Solo dopo una media di 21 minuti i clienti sono stati pronti per ordinare. I piatti sono arrivati dopo altri 6 minuti – media calcolata tenendo conto sia di quelli semplici sia di quelli elaborati. 26 commensali su 45 hanno dedicato 3 minuti a scattare fotografie di quanto appena servito, con il cellulare ovviamente. In 14 hanno rivolto l’obiettivo anche verso quanto ordinato dai compagni di tavolo, perdendo altri 4 minuti. Sono stati poi in 9, a rimandare indietro il piatto, perché mentre si giocherella con il telefonino il cibo si raffredda inevitabilmente. Il nutrimento sembra davvero un’attività accessoria: 27 clienti hanno chiesto al cameriere di scattare loro una foto e 14, non contenti del primo scatto, hanno insistito per un secondo tentativo. Altri 5 minuti andati. Tutto questo digitare ha aggiunto 20 minuti al tempo dedicato nel 2004 al consumo di quanto ordinato. Anche il momento del conto si è rivelato laborioso, inutile dire di chi – anzi di cosa – sia colpa, e ci è voluto un quarto d’ora in più rispetto a dieci anni fa. L’ossessione da condivisione prosegue anche mentre si guadagna l’uscita, con 8 clienti su 45 che inciampano sui camerieri mentre continuano a digitare come dei forsennati. Tempo totale? 1:55 minuti. Adesso vallo a spiegare ai recensori di Craigslist…

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Memorabilia Mundial

alessandra-ambrosio_980x571I brividi sugli inni nazionali (su tutti Cile e Brasile), le parate di Ochoa e Neuer, le prodezze di James Rodrìguez, la zazzera afro di Fellaini, Marcelo e David Luiz, i balletti della Colombia e i dribbling di Cuadrado, i tweet cinici e irriverenti durante le partite, la faccia di Prandelli dopo l’eliminazione e le arrampicate sugli specchi dei tanti (troppi) giornalisti prandelliani al seguito, lo studio di Sky che affaccia Copacabana, la schiuma per segnare i calci piazzati e la barriera, la traversa di Pinilla, il vulcanico allenatore del Messico, i primi piani sui tifosi più assurdi e quelli sulle bellezze locali e al seguito dei campioni.

I colpi di scena della vecchia volpe Van Gaal e i gol al 119′. L’assurdo assetto tattico del Brasile. Il pianto e le preghiere in campo. Le scommesse fatte e mai prese. Le meravigliose e perverse analisi dello speciale Mondiali di brasile-mondiali-680x365Sentieri Selvaggi. I (ri)morsi azzurri e le marachelle di Balotelli. La scoperta di un mago come il mister del Cile, Jorge Sampaoli. Il tramonto del calcio africano e il quasi miracolo dell’Iran con l’Argentina. I 60 euro ‘regalati’ a Sky per il pacchetto mondiali (non avrei retto un altro campionato con le dirette di Marzocchi & co su Rai1). Veder perdere 7 a 1 il Brasile padrone di casa per mano della Germania. E poi, di getto, scrivere una memorabilia di immagini e ricordi per questo Mondiale dei Mondiali. Il calcio gioca brutti scherzi.

 

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Schermi che ci guardano… Il nuovo Amazon Fire Phone

Jeff Besos presenta il nuovo smartphone di Amazon

Jeff Bezos presenta il nuovo smartphone di Amazon

Niente di rivoluzionario, forse, come la presentazione dell’Iphone del 9 gennaio 2007, ma sicuramente l’uscita del nuovo smartphone di Amazon segnerà una svolta nella comunicazione, certo in una direzione che sembrava già segnata dalla prima introduzione di una videocamera in un telefono cellulare. Tre riflessioni brevi:

1 – Lo spot, ovvero: non mostro più il prodotto, ma i suoi utilizzatori finali. Ecco che quello che conta – il muovo smartphone da lanciare – non si deve per forza vedere, è più avvincente osservare le reazioni e le esclamazioni di uomini e donne mentre lo utilizzano. Uomini e donne mutanti, ormai progressivamente con il collo inclinato di circa il 30% in avanti, mutazione genetico/antropologica forse non definitiva (i Google Glass ci riporteranno con la schiena dritta?), ripresi nell’atto di usare l’Amazon Phone Fire.

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2 – Le quattro videocamere che ci osservano. Ne parlavamo già tempo fa, ma la “macchina che vede” Viriliana sembra ormai una realtà definitiva. Fire Phone non si limita alla videocamera per fare riprese e foto, e neppure alla macchine per i “selfie”. 4 microcamere sono dislocate ai quattro angoli del dispositivo, per osservarci in continuazione e regolare automaticamente – in relazione all’angolazione del nostro sguardo – la migliore immagine tridimensionale possibile (la prospettiva dinamica). Ma non basta, muovendo la testa le pagine scorrono sotto di noi, la nostra testa diventa un mouse che traccia i percorsi sul piccolo schermo. Comodo e pratico, segnano l’accettazione di essere guardati, sempre, da una videocamera. Quattro occhi ci spiano quotidianamente, il Grande Fratello è nelle nostre mani…

Fire Phone Firefly

3 – Firefly, ovvero: vedo dunque compro. Questa funzione permette, attraverso la videocamera frontale, di “riconoscere gli oggetti” che inquadriamo, e ritrovarli immediatamente nello store di Amazon per l’acquisto. Fantastico. Pensate di essere in una libreria, inquadrate il volume e, clic, il vostro libro preferito è già in spedizione (magari con un drone?) dal centro Amazon più vicino. Si arriverà al punto che una volta a casa lo troverete sulla porta. Ecco la metafora finale della tecnologia della merce: tutto quello che posso inquadrare, lo posso comprare su Amazon. Certo non ancora proprio tutto, al momento il sistema sembra riconoscere “solo” oltre 100 mila diverse tipologie di oggetto, ma è facilmente prevedibile che presto tutto ciò che inquadreremo con il nostro “dispositivo per gli acquisti”, potrà dietro pagamento diventare nostro. Sembra un po’ il Carnevale del Capitalismo: la semplificazione estrema del consumo di prodotti, la celebrazione dell’universo/merce come materia viva della tecnologia digitale. Inquadro, clic, compro. Vedere è comprare. Vedere è possedere. Lo sguardo diviene definitivamente merce.

 

 

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Socrates, l’angelo disperato che veglia sul Brasile

Non gli sarebbe piaciuto nulla di questo Mondiale nella sua terra. E l’avrebbe detto, come aveva sempre fatto nella sua vita, mettendoci la faccia. La sua gente fuori dagli stadi per i prezzi dei biglietti troppo alti, dentro gli sponsor e i colletti bianchi della Fifa. Non gli sarebbe piaciuta la polizia a disperdere i manifestanti davanti le cattedrali del pallone, socratesstrutture ultramoderne costruite senza pensare al dopo. Quella schiuma sul prato verde per definire la distanza della barriera. Lui è Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieria de Oliveria, per tutti solo Socrates. Io lo ricordo così: maglia verdeoro della Selécao: alto (193cm) , magro (71 kg), capelli neri ricci, barba folta e lunga, testa alta sguardo fiero e coraggioso. Fascetta sulla fronte per il Magrao (il secco) o il Dottore per i brasiliani. Pilastro di quella Nazionale incredibile (Zico, Falcao, Junior, Cerezo, Paolo Isidoro, Dirceu, Eder) che nel 1982 fu sconfitta dall’impresa di P.Rossi e compagni. Ma sopratutto indimenticabile numero 11 del Corinthians. E ispiratore di quel sogno che fu la Democrazia Corinthiana, la spina nel fianco della dittatura militare.

Gli strani intrecci della programmazione televisiva (e delle disordinate passioni del sottoscritto) hanno fatto coincidere l’avvio dei Mondiali brasiliani con la lettura del bel libro di Solange Cavalcante ‘Compagni di Stadio – Socrates e la democrazia Corinthiana’ (Fandango) e il passaggio su RaiTre (Doc3) l’11 giugno scorso del documentario firmato da Mimmo Calopresti, Uno di noi Socrates.

Socrates non c’è più. Se ne è andato all’alba del 4 dicembre 2011, in seguito a uno shock settico. Nel giorno della sua morte – come scrive nel finale del libro Solange Cavalcante – il Corinthians disputava la finale del Campionato Brasiliano. Prima del fischio d’inizio, tutti dai giocatori in campo ai tifosi sugli spalti, alzarono i pugni corinthianschiusi (il suo gesto) verso il cielo salutando il compagno Socrates per l’ultima volta. L’angelo disperato ora veglia sul suo Brasile distratto dai Mondiali e dalla crisi economica. Se il lavoro della Cavalcante ripercorre l’esperienza della Democrazia Corinthiana e del suo simulacro, Socrates, scavando nei vent’anni della dittatura con la passione e l’attenzione della ricostruzione sociopolitica, Calopresti parte alla ricerca dello spirito di Socrates, di ciò che ne rimane dentro ogni brasiliano e non solo. Della forza di quell’ incredibile avventura che fu la ‘Democrazia’, e del suo ‘teorico’ e leader in campo e fuori, per la città di San Paolo e per il Brasile.

Nella stagione 1982/83 il Corinthias di San Paolo vinse il campionato con la parola socrates-busto-corinthians_gazeta‘Democrazia’ stampata sulle magliette. In quel Brasile dove la dittatura dei generali dell’esercito imponeva il silenzio e il monocolore politico. Quella vittoria fu il punto di arrivo di una battaglia iniziata da Socrates e dai compagni del Corinthias per ottenere più libertà come calciatori e come uomini. Il tentativo di trasformare l’autoritario mondo del calcio, che considerava gli atleti poco meno di una semplice merce da usare, in un’ agorà dove le decisioni si mettevano ai voti, i ritiri erano facoltativi e le cessioni o i nuovi acquisti si discutevano. Inevitabile che la Democrazia fu la spina nel fianco della federazione e dei generali. E Socrates il leader indiscusso. Un campione vero, i suoi colpi di tacco a liberare l’uomo rimangono un segno del talento immenso, immerso completamente nei drammi del suo tempo. Impegnato politicamente, generoso con tutti, fino a sacrificare se stesso. Un osso duro per dirigenti sportivi e allenatori. L’idolo, ma lui non avrebbe amato questo epiteto, per i tifosi dello Sport Club Corinthias Paulista.  Laureato in medicina, il Dottore avrebbe continuato a combattere per le proprie idee fino alla fine.  Quando l’acol avrebbe preso il sopravvento e la forza di porsi sempre ‘contro’ sarebbe scemata via.

Il viaggio di Calopresti, tra interviste ad ex compagni e amici di una vita, mette insieme lesocrates-582586977 tessere di questo meraviglioso e disperato mosaico che è stata la vita fuori e dentro il campo di Socrates. Dopo la fine dell’esperienza della ‘Democrazia’ arriva in Italia (1984-85), alla Fiorentina del Conte Pontello e di De Sisti, ma durerà solo un anno e mezzo (ahimé). Poi il ritorno in Brasile: il Flamengo,  un altro mondiale (1986) e il Santos. Continuerà a fare e a suggerire goal. A dire la sua, come aveva sempre fatto, a mettersi di traverso e a trascinare il gruppo. A cantare e bere, come gli piaceva fare in compagnia.

“A calcio non si vince con i piedi ma con la testa”, amava ripetere. Questo Mondiale non sarebbe piaciuto al Dottore.

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Ciao Sandro, ti chiedo scusa…

Sandro Zambetti

Chissà perché è sempre a giugno che se ne vanno le persone, di cinema, cui ho voluto tanto bene.

4 giugno Massimo Troisi, 16 giugno Corso Salani, 6 giugno Sandro Zambetti. Come se giugno fosse il mese dei saluti, delle conclusioni, dell’ultimo viaggio possibile…

Sandro Zambetti se n’è andato ieri e non era certo come Massimo e Corso nel pieno della “vita giovane”. Aveva 87 anni, 11 o 12 figli (tra quelli di sangue e quelli “acquisiti”) e altri “figliocci” sparsi qua e là che da lui avevano imparato tante, tante cose. Del cinema e della vita.

Tra questi, pecorella smarrita che non voleva smarrirsi, c’ero (ci sono) anch’io.

E oggi che siamo tutti google dipendenti, il giorno dopo la sua scomparsa non c’è ancora un giornale o agenzia che abbia pubblicato la notizia, che mi è arrivata dal tweet elegante e rispettoso, come sempre, di Alberto Barbera. E se cerchi su Google non troverai una foto, un’immagine di Sandro, ma, incredibile, troverai (insieme a Cineforum, il Bergamo Film Meeting e quella de figlio Matteo)…Sentieri selvaggi.

Perché Sentieri selvaggi probabilmente non esisterebbe senza la passione, l’ironia, lo sguardo attento al nuovo, la disponibilità e intelligenza e sensibilità di Sandro Zambetti.

Al quale oggi, finalmente, posso chiedere scusa. E ringraziarlo del suo meraviglioso “vaffanculo di rito” che mi scrisse in quel 1997, quando con l’ingenuità e il candore di quegli anni, gli comunicavo che Sentieri selvaggi, che Sandro con amore aveva ospitato e, direi, realizzato con me e Demetrio, per 7 anni, voleva andare per conto suo, vivere una vita propria di rivista libera e indipendente. Come se non lo fossimo già stati liberi dentro Cineforum, una casa famiglia incredibile, in quegli anni, resa possibile solo dalla grande figura paterna di Sandro. Ma noi volevamo di più: uscire in edicola, conquistare il mondo… ma pure restare dentro quella famiglia scombinata e gentile, un piede qui e l’altro là, come facevano già altre figure in giro per le riviste di critica. Ci sembrava normale. Ma lo era in luoghi dove i rapporti non erano familiari, ma solo “professionali”. Scrivi qui, scrivi qua, scrivi dove ti pare. Ma se sei mio “figlio”, sono felice che vai per la tua strada, anche se in concorrenza diretta con la mia.

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Sandro ci aveva permesso di esistere, dopo averci permesso di scrivere, negli anni Ottanta. Io, Demetrio, e poi Giuseppe Gariazzo, Massimo Causo, Marco Martani, Daniela Catelli. Ma non era un’ospitalità passiva, la sua. Al contrario si entusiasmava persino di più per questa strana “nuova creatura” che era Sentieri selvaggi, che per quella Cineforum che diresse dal 1970 al 2009, una vita insomma. Aveva per Sentieri quell’amore “riflesso” che hanno i nonni per i nipoti, quasi un amore doppio, che lo riportava alle passioni di un tempo, agli amori che sconfinavano piacevolmente fuori dal cinema. E se Cineforum era il suo fortino, certo disponibile ai cambiamenti ma dentro un rigore di fondo, Sentieri selvaggi era il territorio dove poteva sbizzarrirsi, giocare con le passioni giovanili, il fumetto, l’illustrazione, i generi “bassi” della letteratura e del cinema. E con Demetrio passavamo insieme a lui dei magnifici weekend a casa sua, a sfogliare vecchi giornali, a immergersi nei fumetti e nei tanti comics che collezionava, per riempire la “nostra rivista” di immagini “cinematografiche che non fossero di cinema”, in un doppiogioco dell’immaginario cinematografico che ci divertiva ed eccitava come fossimo dei bambini.

Poi nel 97, la nostra scelta: fare una rivista indipendente. Ma non in concorrenza con Cineforum, figuriamoci! Semmai con Ciak! Poi andò come doveva andare, e fu la fine della giovinezza, e la linea d’ombra si abbatté su tutti noi, complici matrimoni, figli, fallimenti, chiusure e tradimenti.

con Sandro Zambetti, Giuseppe Gariazzo e Fabrizio Liberti a Ranzanico nei primi anni 90

Federico Chiacchiari con Sandro Zambetti, Giuseppe Gariazzo e Fabrizio Liberti a Ranzanico nei primi anni 90

Con Sandro avevo un rapporto affettuoso e “filiale” cha andava oltre la collaborazione lavorativa, ricordo una bella estate ospiti da lui nella casa in montagna (con Giuseppe Gariazzo e Fabrizio Liberti), come ricordo di averlo ospitato a casa mia ogni volta che veniva alle riunioni nazionali del Sindacato Critici, perche non voleva pesare sui costi del Sindacato (che uomo d’altri tempi!), e la mia gatta Due Calzini che era sempre schiva con tutti che invece gli si avvicinava sempre mentre lui si scherniva (e ne aveva di animali, in campagna).  Sandro mi prese con lui dopo avermi incontrato al Premio Adelio Ferrero, dove il mio saggio divise la giuria e non vinse alcun premio, ma poi venne pubblicato su Cineforum. Da lì iniziai una bella collaborazione, ma anche una bella amicizia, perché con Sandro certo si parlava di cinema, di come fare meglio la rivista (il formato, il colore! Quante vittorie che ottenni con la mia testardaggine), ma in realtà si parlava soprattutto di altro, di politica, di cultura, di VITA. Non era un cinefilo, pur avendo una grande conoscenza del cinema tutto, ma aveva una straordinaria capacità di osservazione sul mondo, unita a un’ironia beffarda, che mascherava dietro al suo sigaro, perennemente acceso sulla sua scrivania, che rendeva impossbile per chiunque lavorare a lungo nella sua stanza, dove infatti era quasi sempre in volontaria e ricercata solitudine.

Io a Roma, la “redazione romana” che teneva i contatti con “il cinema” (uffici stampa e produzioni) la rivista a Bergamo, dove ogni tanto andavo e rimanevo stupito da come la maggior parte dei miei colleghi passassero tanto tempo a “non lavorare”, in un clima troppo buono e familiare, mentre Sandro era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via e non si fermava mai. E io, in qualche modo, ero come lui. Non mi piaceva fermarmi, perdere tempo. C’erano sempre tante cose da fare, e se finivi prima ne potevi inventare delle altre. Altri progetti, altre storie possibili.

Ecco, se c’è una cosa che ho imparato da Sandro Zambetti è questa voglia di fare, di realizzare cose, questa ossessione meravigliosa e folle di sentirsi vivo (quasi) solo mentre si concretizzano i propri progetti.

Solo ora, che Sandro se n’è andato, posso capire quanto dolore posso avergli dato, portando fuori Sentieri selvaggi dalla famiglia Cineforum (non che io lo volessi, per me all’epoca era naturale convivere amorevolmente..). Avergli tolto la possibilità di giocare con i nipotini di Sentieri selvaggi è stata una piccola grande violenza di cui non mi sono affatto reso conto e che solo ora vedo, con gli occhi appannati dalle lacrime, per aver perso, dopo il mio amato padre naturale, anche il suo coetaneo “padre culturale”. Ecco, lo dico: non avrei dovuto togliergli quel piacere, quel divertimento, quella rinnovata passione che Sentieri selvaggi – e le pungolature che noi giovani selvaggi davamo alla rivista in quegli anni – gli forniva. Io invece me la presi, cercai in tutti i modi di fargli capire che non era una fuga, e lui mi scrisse un’ultima lunghissima lettera, che ancora conservo, che sembra quasi prefigurare una sorta di consapevolezza di morte, che viveva all’epoca (aveva 70 anni), non tanto come evento fisico quanto piuttosto intellettuale ed esistenziale.

lettera Sandro Zambetti

Scriveva: “Continua a girarmi in testa, cioè, quel che sta scritto, ad un certo punto, nel divertente “L’ultimo viaggio di Dio”: che il più bel regalo, il più bell’atto d’amore che possa venire da Dio agli uomini è quello di morire, unico modo per consentire loro, in quanto suoi figli, di diventare adulti. A parte la presuntuosa (?) auto identificazione con Dio, il rovello che me ne viene è tutto lì, e non vedo proprio come togliermelo dalle palle. Domandine a raffica: servo solo a qualcosa o sono solo d’ingombro, ormai? Di quanti problemi non si fa interamente carico, la gente che lavora con me, per “riguardo” nei miei confronti o perche fa comodo – magari inconsciamente – avere alle spalle quello che comunque, alla fin fine, resta il “responsabile” ultimo dell’andamento della baracca? i miei tanti “figli” non maturano del tutto perché è nella loro natura- e, soprattutto, nelle caratteristiche della loro generazione. O perché ci sono di mezzo io, a tarpargli perennemente le ali? (…) sono io a cercarmi degli alibi o sono i miei figli?…Tutte domandine, come vedi, abbastanza fastidiose e probabilmente destinate a restare senza risposta, fino al giorno in cui tirerò le cuoia. Ergo, vaffanculo.

Di Sandro Zambetti critico, giornalista e instancabile animatore culturale spero che, prima o poi, ne parlerà qualcuno. Perché fa parte di quegli uomini, misconosciuti, che hanno contribuito a rendere migliore il mondo in cui viviamo, il nostro mondo. Per quel che mi riguarda, mi tengo strette le sue sei pagine scritte a mano, e mi dispiace di averlo ferito e privato di qualcosa cui teneva negli ultimi quindici anni della sua vita. Quello che poi è accaduto a Cineforum nel 2009 lo lascio raccontare ad altri… Sandro aveva da tempo capito che i figli, che tanto e tanti ne aveva voluti, a tenerseli troppo vicini, si finisce per perderli…

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‘The unquiet film series’, il web racconta il giornalismo

theunquietfilmseriesRaccontare 229 anni di grande giornalismo con la multimedialità di una serie web. E’ il progetto Unquiet film series che due storiche testate dell’informazione britannica: ‘The Times‘ (nato nel 1785) e il ‘The Sunday Times’ (1822) hanno deciso di mettere in piedi per ricordare, a chi non lo sapesse, come si è fatto, si fa e si farà giornalismo nel mondo. La grande possibilità del racconto digitale per ribadire le virtù dell’informazione indipendente. Sette ‘pillole’, quattro già disponibili online,  di grande qualità: dalla fotografica al soggetto, dirette da giovani registi emergenti e alcuni pluripremiati fermano il tempo di una professione in continua trasformazione e alle prese negli ultimi anni con la fluidità e frammentarietà  delle notizie e dei nuovi media. Un’occasione per ricordare dove siamo arrivati.

Le testate hanno dato libero accesso agli archivi storici e alle redazioni lasciando cartaTheTimesSundayTimes_TheUnquietFilmSeries14 bianca ai filmmaker. Così la serie web si articola in capitoli con interviste ai protagonisti del settore, le grandi firme, gli editori e i semplici lettori o il racconto scarno e potente delle sole fotonotizie di immortali reportage. ‘The power of words’, ‘Question everythig’, ‘Times new roman’, ‘Photojournalism’ (molto evocatica), ‘Telling the story’, ‘Bringing the world to Britan’, ‘Cultural Impact’, sono i film per ora disponibili. La web serie è prodotta da News UK, Team News,  Betsy Works e si è avvalsa della direzione artistica dallo studio  Phil Lind.

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