No smoking Hollywood

good-night-and-good-luck-2Si fumano ancora troppe sigarette nei film. Secondo un recente report dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il 44% dei film totali prodotti a Hollywood contengono scene in cui appare una sigaretta. Queste percentuali sono ancora più alte in Europa. In Germania 5 dei 6 film prodotti nel Paese ed entrati nella classifica dei più visti tra il 2010 e il 2013 avevano attori che fumavano. In Italia 4 su 4. La campagna #NoTabacco dell’Oms mette sul banco degli imputati produttori, sceneggiatori e registi. Si sa gli attori vengono subito dopo, e poi loro magari fumano anche fuori dallo schermo.

01_WHO_Smoke_Free_Movies_public_2016_01_15Quello che gli esperti dell’Oms sottolineano è il fattore emulativo generato dai film, se c’è un attore/attrice che si accende una sigaretta o ha con il vizio un rapporto intenso, appagante, ossessivo questa dinamica potrebbe indurre i giovani a provare o ad aumentare la propensione verso questa ‘cattiva’ abitudine. Un bel problema. Se poi la soluzione prospettata è quella di vietare ai minori le pellicole in cui si fuma o esibire un cartello di attenzione prima della proiezione. Ricordo ancora come negli anni ’80 si esibivano tranquillamente a favore di macchina da presa i pacchetti di sigarette per prendere una ‘bionda’. La pubblicità non guardava in faccia a nessuno, tanto meno ad una lastra ai polmoni.

Lasciamo da parte il passato. Nessuno può pensare di eliminare le sigarette (già fumate)smoke-650x250 da Bogart, Dean & co dai classici. O metterci un bollino rosso. Appartengono al nostro immaginario, alla memoria collettiva del cinema. Il difficile è creare una sceneggiatura auto-censurandosi su un vizio ancora così diffuso nel mondo. Magari con un bel ‘No smoking script’ sopra il lavoro. Costruire un personaggio già sapendo che non potrà fumare ma sicuramente potrà scolarsi litri di alcol o tubetti di pillole. Su questi eccessi devastanti tanto quando le sigarette l’Oms non ha detto nulla. Così le attese, i tic, i momenti clou di un scena dovranno essere concepiti senza inserirci dentro un personaggio che si accende una sigaretta. Vincerà il buon senso pensando a quanto quella scena potrà trasformare un ragazzino in una ciminiera? Vedremo.

mia wallace pulp fictionImputare ancora nel 2016 al cinema colpe così grandi appare davvero fuori tempo massimo. La lotta al fumo passa sicuramente anche attraverso campagne shock con le immagini dei danni delle sigarette impresse sui pacchetti. Ma demonizzare il cinema (un’ opera d’arte a tutti gli effetti anche se spesso ce lo fanno dimenticare) perché c’è un personaggio che fuma in una determinata situazione è voler circoscrivere la libertà di espressione e di riproduzione di ciò che ci circonda su cui si basa ogni tipo di linguaggio. Vorrebbe dire annientare in un attimo il ‘realismo ontologico’ su cui si fonda (per rievocare Andrè Bazin). Se dovessimo procedere con questo modello di formattazione del reale, escludendo ogni tipo di input pericoloso per la salute o in contrasto con i principi stabiliti da chi sa quale maggioranza, liquideremo in toto la stretta connessione tra realtà e immagine che ci porta a volere raccontare e a ad osservare le nostre ossessioni.

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Scrivere in uno stato di ebbrezza

Scrivere non è cosa facile.

Chi lo fa per mestiere applica tecniche che quasi involontariamente gli si sono fatte presenti, gli si sono venute incontro.

E chi vorrebbe scrivere e non ci riesce è proprio perché, sfortunatamente, non è stato colto da questa intuizione, da questa malattia ancestrale che rende la scrittura un vizio, una necessità, una dipendenza.

Si scrive così, in uno stato di alterata percezione, come se si nuotasse sott’acqua, perdendo, in qualche modo, il senno, smarrendosi più che trovandosi. Si va controcorrente, mettendo da parte la razionalità, la capacità di gestire il reale. Ci sarà tempo per farsi belli, per dimostrare quanto si è bravi a razionalizzare, ad analizzare, a concettualizzare.

Si sta a scrivere per ore. Per quante ore? Dipende. Ognuno a suo modo. Due, tre… otto… E’ l’ampiezza dei polmoni che entra in gioco, la smania personale, la necessità di avere cose da dire, la voglia di mettersi a nudo, di girovagare senza vestiti per le strade del centro.

Personalmente trovo insopportabili i grafomani. O, almeno, non mi interessano. La scrittura facile porta sempre dietro qualche iattura, qualcosa che non funziona. Manca di sano dolore. Di tutto quanto è scritto io amo solo ciò che uno scrive col sangue. Nietzsche. Sottoscrivo.

 

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Finiremo tutti distillati (secondo round)

harry-potter-star-wars-harry-potter-vs-twilight-18142321-850-569In un Paese che legge sempre meno i libri, i ‘Distillati‘ sono la soluzione? La collana edita da Centuria pubblica riduzioni di grandi capolavori per chi ha poco tempo per leggere, andando ‘al cuore del romanzo’ come riporta il sito, è la risposta per aumentare i lettori? Mi sono preso del tempo per rispondere a questa domanda. Fondamentalmente non credo che le malinconiche statistiche di settore subiranno degli scossoni dopo lo sbarco dei Distillati. Soffriamo di una incurabile malattia che ci porta a spendere il nostro tempo (il tic tac del post precedente) su altri media, alle prese con altri linguaggi. Il testo scritto arranca, ma fondamentalmente resiste. Preferisce però un recinto alla vastità del mondo, solo un po’ più allargato con gli ebook o la metamorfosi dei social network che ci fa diventare tutti autori. In fondo questo status è analogo a quello del cinema. Immaginiamo un distillato per Star Wars o per The Hateful EightE’ capitato di essere in sala e prima dell’inizio del film è passato proprio lo spot dedicato ai Distillati, una vago senso di  già visto. L’ipotesi potrebbe essere: andare ‘al cuore di un film’ in dieci minuti, un trailer formato ‘jumbo’ per raccontare le scene principali. Impensabile, ma non improbabile se il fine è quello di permettere a chi non ha tempo di poter accedere ad un’opera.

La filosofia del distillato preclude l’aspetto del contenuto cercando invece di ridefinire il contenitore (Marshall McLuhan docet). Accade quindi che la questione lunghezza (vista dal mercato come un problema che tiene lontano il lettore-consumatore) possa essere agilmente dribblata asciugando il testo. Lavorando, come avevo già sottolineato nel precedente post, di montaggio. A questo punto mi aspetto che qualcuno si cimenti nei Distillati di film. Qualcosa c’è già su YouTube, forse si sta progettando un’ ‘app’ per smartphone che potrebbe farci vedere in 5 minuti tutta la saga de Il Signore degli Anelli.  “Abbiamo ridotto le scene non il piacere”, parafrasando il lancio dei Distillati cartacei. Così chi non ha avuto il tempo e la voglia di vedere (o leggere) tutti i capitoli usciti negli anni in sala (e in libreria), potrà comunque dire la sua e non si sentirà così solo. L’incipit di una vita ‘distillata’, tutta ancora da vivere o forse solo da (ri)montare.

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MEMORIA A ROTTA DI COLLO

torri_gemelle_flickr_appSi parlerà di terrore, non di terrorismo. La parola “terrorismo” probabilmente non aiuta a capire gli eventi sanguinosi cui viene riferita. Come il terrorismo, anche il terrore è attuale: ma non si parlerà dell’attualità, solo di cronaca… Qualche volta bisogna cercare di sottrarsi al rumore, al rumore incessante delle notizie che ci arrivano da ogni parte. Per capire il presente bisogna imparare a guardarlo di sbieco. Oppure, ricorrendo ad una metafora diversa: bisogna imparare a guardare il presente a distanza, come se lo vedessimo attraverso un cannocchiale rovesciato. Alla fine l’attualità emergerà di nuovo, ma in un contesto diverso, inaspettato. Si parlerà, sia pure brevemente del presente, e perfino un poco del futuro. Ma ci si arriverà partendo da lontano, da fatti di terrore e non terroristici, partendo magari da un profumo, il profumo di colonia… Da tempo (diciamo dall’11 settembre 2001) nei commenti sugli attentati che si verificano, con sinistra frequenza, in varie parti del mondo, ricorre il nome di Hobbes, l’autore del Leviatano. Viviamo in un mondo in cui gli Stati minacciano il terrore, lo esercitano, talvolta lo subiscono. È il mondo di chi cerca di impadronirsi delle armi, venerabili e potenti, della religione, e di chi brandisce la religione come un’arma. Un mondo in cui giganteschi Leviatani si divincolano convulsamente o stanno acquattati aspettando. Un mondo simile a quello pensato e indagato da Hobbes. Ma qualcuno potrebbe sostenere che Hobbes ci aiuta a immaginare non solo il presente ma il futuro: un futuro remoto, non inevitabile, e tuttavia forse non impossibile. Supponiamo che la degradazione dell’ambiente aumenti fino a raggiungere livelli oggi impensabili. L’inquinamento di aria, acqua e terra finirebbe col minacciare la sopravvivenza di molte specie animali, compresa quella denominata Homo sapiens sapiens. A questo punto un controllo globale, capillare sul mondo e sui suoi abitanti diventerebbe inevitabile. La sopravvivenza del genere umano imporrebbe un patto simile a quello postulato da Hobbes: gli individui rinuncerebbero alle proprie libertà in favore di un super-Stato oppressivo, di un Leviatano infinitamente più potente di quelli passati. La catena sociale stringerebbe i mortali in un nodo ferreo, non più contro “l’empia natura” come scriveva Leopardi nella Ginestra, ma stavolta per soccorrere una natura fragile, guasta, vulnerata.
NEWS_171197Sui giornali internazionali la notizia che in Campidoglio sono stati celati da pannelli bianchi i nudi dei Musei Capitolini, in forma di rispetto alla cultura e alla sensibilità di Hassan Rohani, presidente dell’Iran. Proteste da Fratelli d’Italia – AN, Lega, Forza Italia. Palazzo Chigi apre un’indagine interna. I Radicali fanno notare: “A giugno dello scorso anno vennero coperti i manifesti della mostra di Tamara de Lempicka per la visita di Francesco”. E nel 2008 l’ex Cavaliere fece ritoccare un Tiepolo.
Un nuovo murales di Banksy è comparso sul muro dell’ambasciata francese a Londra, a Knightsbridge. Raffigura una giovane donna, ispirata al personaggio di Cosette di “Les Miserable” di Victor Hugo, con le lacrime agli occhi a causa dei gas lacrimogeni. Un’aperta critica all’uso dei gas lacrimogeni nel campo profughi conosciuto come “La giungla” vicino alla città di Calais. Nel disegno c’è anche la bomboletta di gas e alle spalle la bandiera francese. L’opera è stata coperta per ordine della polizia.
Mosul, Aleppo, Nimrud, Dur Sharrukin, Hatra e ora anche Palmira. Dove passa l’Isis, non avvengono solo efferati e truci crimini di massa contro le popolazioni civili, ma anche distruzioni di città millenarie dal valore archeologico inestimabile. La distruzione dei patrimoni dell’umanità riconosciuti dall’Unesco ha un fine molto preciso: quello di finanziare lo Stato islamico. Secondo l’Onu, la vendita dei reperti depredati dall’Isis costituirebbe una delle tre principali fonti di finanziamento insieme alla vendita del petrolio e dei riscatti a seguito dei rapimenti.
AFP_6X6PJ_MGTHUMB-INTERNACircondate, palpate, molestate e derubate la notte di Capodanno. A Colonia un migliaio di uomini ubriachi tra i 15 e i 39 anni e “di origini arabe o nordafricane” hanno aggredito decine di donne la notte di San Silvestro nei pressi del Duomo e della stazione dei treni. Il risultato: 90 donne che hanno denunciato furti e molestie, incluso uno stupro.
Principesse, eroine e sirenette hanno infatti una caratteristica in comune: in tutte le pellicole da Biancaneve a Frozen parlano meno dei loro colleghi maschi. E quelle di oggi (per esempio Anna ed Elsa di Frozen), parlano ancora meno di quelle del passato (per esempio Aurora in La bella addormentata nel bosco). Se nei primi film Disney si dava importanza soprattutto all’aspetto fisico, con principesse belle ma “incapaci”, negli ultimi anni le donne hanno acquisito personalità, abilità e capacità da far valere di fronte ai colleghi maschi. Lo dimostrano i complimenti rivolti alle femmine: mentre nei classici per il 55% riguardavano la bellezza e per per l’11% il carattere, oggi il rapporto si è invertito (22% apparenze, 40% abilità).
L’8 aprile 2005 ebbe luogo nella Neue Nationalgalerie a Berlino una performance di Vanessa Beecroft. Cento donne nude, con collant trasparenti, stavano in piedi immobili e indifferenti, esposte allo sguardo dei visitatori, che dopo aver atteso in una lunga fila, entravano a gruppi nel vasto salone al pianterreno del museo. La prima impressione di chi provava a osservare non solo le donne, ma anche i visitatori che, timidi e curiosi insieme, cominciavano a sbirciare quei corpi che, dopotutto, erano là per essere guardati e, dopo aver girato intorno, come in ricognizione, alle schiere quasi militarmente ostili delle ignude, si allontanavano imbarazzati, era quella di un non-luogo. Qualcosa che sarebbe potuto e, forse, dovuto accadere, non aveva avuto luogo… uomini nudi che osservavano corpi nudi: questa scena evoca irresistibilmente il rituale sadomasochista del potere. A non aver avuto luogo non era dunque la tortura: era piuttosto la semplice nudità. Proprio in quello spazio ampio e ben illuminato, dov’erano esposti cento corpi femminili di diversa età, razza e conformazione, che lo sguardo poteva esaminare ad agio e nei particolari, proprio là di nudità non sembrava esserci traccia. Una piena nudità si dà, forse, soltanto all’Inferno, nel corpo dei dannati irremissibilmente offerto agli eterni tormenti della giustizia divina. Non esiste, in questo senso, nel Cristianesimo una teologia della nudità, ma solo una teologia della veste.
buster-keaton-1Ad attraversare idealmente, ma perché no, anche materialmente, tutti questi set del “terrore”, salendo sempre più in alto e cadendo inesorabilmente sempre più in basso, Buster Keaton, che moriva 50 anni fa. L’ossimoro per eccellenza, il comico che non ride mai, catalizzatore e condensatore dell’arte e del terrore del Novecento. Un’esistenza epica, lavorando nel circo, girando anche filmetti, precursore del silenzio (vedi l’unica opera cinematografica di Samuel Beckett, Film o Due Marines e un generale…) e dei disastri, intento quasi a sottrarsi alla macchina da presa, fino a quando non resta terrorizzato dinanzi alla propria immagine riflessa nello specchio. Straccio dell’avanguardia, simbolo della condizione umana, scampato da piccolo a due uragani, salvato dopo una caduta dalle scale dal mago Houdini, che da allora lo battezzerà, appunto, Buster, flagello, demolitore. Negli occhi di Buster, c’è il terrore, più precisamente il travaglio dei nostri giorni, la perfetta trasposizione, nella nudità del suo incedere, della modernità, del drammatico, caotico, debordante, frastuono della contemporaneità. Se Chaplin è legato a modelli letterari del passato, alla cultura europea, ad un certo antropocentrismo visivo, Keaton rappresenta la selvaggia meccanicità del corpo, che appartiene totalmente al mondo delle immagini, ed anche al cinema… catastrofi, distruzioni, incidenti, inseguimenti, irruzioni violente, nascondimenti, oscuramenti, Buster Keaton, tra i più immensi artisti del secolo scorso, non conosce ostacoli, a rotta di collo. Silenzi d’autore, o tutto al più… “vive, in ogni tristezza, la più profonda tendenza al silenzio, e questo è infinitamente di più che incapacità o malavoglia di comunicare” (Walter Benjamin)… grazie!!!

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Checco Zalone e le zeppole di San Giuseppe

Vedrò il film di Checco Zalone. Attendo solo fino a lunedì prossimo, quando potrò far valere la mia tessera che, in un cinema, mi permette d’entrare a prezzo ridotto.

Ma dico questo non per voler sottrarre meriti a Zalone e al suo film. Solo che m’è presa questa fissa dei film “a peso” nel senso che mi piacerebbe poter pagare, per andare a cinema, in modo diversificato, secondo alcuni parametri più o meno oggettivi – immagino di dover demandare a qualcuno questa definizione di “peso ponderale di ogni film”. In alternativa, per evitare tale delega, potrebbe essere un’opzione quella di avere l’opportunità di patteggiare con l’esercente al quale proporre di versare un acconto sul biglietto da saldare al secondo visionamento… Questa mia necessità nasce dall’esperienza con i film di Zalone appunto: all’uscita dal cinema, dopo aver visto Sole a catinelle, m’ero convinto d’aver assistito al miglior film italiano dell’anno. Per tale motivo sono tornato a vederlo tirandomi dietro un amico – proprio perché mi portavo dentro quest’idea che fosse un capolavoro.

Solo che, con l’avanzare delle scene, con il moltiplicarsi delle battute, io cadevo progressivamente, durante il visionamento questa volta condiviso, in una forma d’imbarazzo che diventava, man mano che la storia andava avanti, vera e propria vergogna perché stavo lì a ripetermi: ma come ho potuto ridere a simili battute? Tant’è che il mio amico non rideva affatto e neanche a me veniva da ridere.

Evidentemente, almeno per quel che mi riguarda, ho bisogno di questa seconda visione per analizzare un film comico, per individuare quali sono gli ingredienti necessari a farti emozionare e a farti ridere anche dopo la ventesima volta che sei lì a godertelo…

Fatto sta che tutta la diatriba che c’è stata su Quo vado? m’è sembrata, comunque, futile, insostenibile, ingiustificata. Perché il film di Zalone, al cinema italiano, non mette e non toglie nulla. E’ una simpatica operazione commerciale che testimonia, semmai, quello che è l’asfittico mercato cinematografico nazionale che, nonostante qualche Oscar, continua a non dire nulla al di là delle quattro mura domestiche della nostra realtà interna (come parametro possiamo prendere alcuni importanti premi internazionali che continuiamo a non vincere).

Solo raramente le nostre proposte, i nostri racconti, riescono a fondere dinamiche di mercato e forza creativa e, anche quando ciò accade, siamo portatori sani più di contenitori vuoti e ripetitivi che veri artigiani del sapere e del piacere estetico.

Tanto per fare un esempio, abbiamo fatto bene con Gomorra-la serie anche se abbiamo svuotato il racconto delle forza dirompente e antinarrativa che era propria del film. Ci siamo rifugiati, anche in quel caso, in facili formule aritmetiche sulla struttura narrativa rendendo eroi dei cialtroni solo perché avevano a che fare con furfanti peggiori – è una tecnica che gli americani hanno praticato per un bel po’ (ma esempi del genere, intendiamoci, fanno parte della storia della letteratura internazionale da sempre).

Così accade che ciò che produciamo è sempre un tantino indietro a ciò che viene fatto altrove. Siamo diventati una retroguardia che ha perso generi di riferimento e voglia di sperimentare.

Qui vale la pena di arrendersi al “piove governo ladro”. Perché, effettivamente, quello che resta evidente è proprio questa incapacità o non volontà di gestire un bene – quello dell’arte e della cultura – che l’Italia possiede in quantità spaventosa…

Istintivamente viene voglia di allargare il discorso al modo in cui chi ci governa tratta la scuola. E l’Università. E i musei e i siti archeologici… Inutile andare avanti anche perché queste cose sono sotto gli occhi di tutti e restano realtà banale con la quale ci confrontiamo quotidianamente.

Per cui capisco bene come alcuni brillanti produttori esecutivi nostrani debbano arrendersi ad una situazione – quella del cinema – che vede in Zalone l’obiettivo massimo – quello onorevole d’incassare 70 milioni di euro – fermo restando che, al di fuori dell’Italia, sono curioso di sapere chi se lo andrà a vedere.

Il che significa che, se dobbiamo continuare a mirare al solo mercato interno, allora non è possibile immaginare altro che un affossamento progressivo e irreversibile di un’arte che non merita strategie commerciali sane, con un pubblico abituato a consumare solo certi prodotti (e, ripeto, non ho nulla contro i McDonald’s culturali: li frequento anch’io anche se, poi, preferisco altri gusti, altre pietanze).

Se è vero che la nostra industria cinematografica, in tale situazione, riesce a pareggiare i conti, allora rischiamo di doverci accontentare di questa situazione di sudditanza, ammettere – finalmente – che l’epoca dei registi-autori (come genere a se stante) è finita e sperare che le nuove generazioni siano capaci di modificare l’andamento lento delle nostre produzioni, rubando magari strategie produttive e idee aggressive da altre cinematografie che, attualmente, da est a ovest e da sud a nord, fanno vibrare il mondo con storie capaci di sconvolgerci, di farci innamorare, di renderci partecipi d’un universo sensuale che solo l’intreccio tra narrazione e vita vissuta può dare.

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Finiremo tutti distillati

illadrodiorchideeIl tempo è sempre un brutto avversario. Pensiamo di poterlo sprecare a volontà o di rincorrerlo, ma alla fine vince sempre lui. C’è un’iniziativa editoriale (se avrete pazienza capirete il perché dell’incipit da Bacio Perugina)  partita da pochi giorni con una grande campagna di comunicazione, si chiama I Distillati di Centauria (Fabbri Editori). “Da Stieg Larsson a Margaret Mazzantini, da Paolo Giordano a Nicholas Sparks, da Dan Brown a John Green – recita il sito I Distillati – il meglio della narrativa mondiale scelto e distillato per offrirti l’essenziale. Un’occasione unica per vivere il piacere della lettura senza perdere nulla della trama o della piacevolezza del racconto. Ogni mese due avvincenti romanzi di successo“. L’idea è di far leggere un romanzo, smontato di alcune parti e ridotto nel numero di pagine, a chi non ha tempo per farlo. Appunto il tempo e aggiungo, il montaggio. L’operazione, che non discuto da un punto di vista commerciale, fa dunque (ri)incontrare la letteratura con il linguaggio cinematografico?

Si taglia e cuce un polpettone o capolavoro, a seconda dei punti di vista, di 500 pagine perwonderboys averne alla circa 200 da dare in pasto ad un pubblico frettoloso. La trama con qualche scena cult: ad Hollywood sono maestri in questo. Lo fanno da 100 anni ma alla fine al posto del libro tirano fuori un capolavoro per immagini in alcuni casi migliore del romanzo. Qui invece siamo in una altra zona, la chirurgia letteraria ai tempi di Wikipedia. Ma chi sono i medici che mettono le mani sul libro? Chi sono questi montatori analogici (‘di carta’) che decidono tagli, scarti e giunzioni. Immagino schiere di redattori immersi nelle pagine della Mazzantini. Spero super pagati visto il ‘lavoraccio’.  Parlati, digitali e ora distillati, i libri vivono un’epoca liquida e credo che alla fine sopravviveranno ai formati. Va bene tutto purché si legga? Ecco su questo punto ci sarebbe tanto da dire. Per ora in treno, in metro, in autobus, dal medico di famiglia, aspettando il partner ritardatario c’è chi legge tranquillamente o con avidità un libro (non distillato per ora) tenendo silenzioso lo smartphone e recuperando il tempo ‘morto’.  Lettori o spettatori cerchiamo sempre delle risposte in quello che vediamo/leggiamo se vogliamo farlo senza facili compromessi dobbiamo lottare sempre con il tic tac che avanza.  (fine prima parte 1)

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La Capitale dei cinema chiusi, una petizione e l’odore dei soldi

photo1Non devi essere romano da tre generazioni per conoscere il cinema Metropolitan. E’ la sala in fondo a via del Corso a due passi da Piazza del Popolo. Ha chiuso i battenti nel 2010 dopo essere stato completamente ristrutturato. L’ultima volta che ci ho messo piede era il 2009 perché era stato scelto come una delle sale della Festa del cinema. Poi giù le saracinesche come è accaduto ad altre sale e come avevo già scritto (qui). L’ultimo atto di una tragedia popolare che trasformando Roma nella capitale dei cinema chiusi.

Ora qualcosa si muove grazie ad una petizione su Change.org (sotto) promossa dall’Associazione Tridente Centro Storico che si rivolge direttamente al Commissario straordinario del Comune di Roma Francesco Paolo Tronca. Io l’ho firmata anche se alcuni passaggi come quello in cui si punta alla “razionalizzazione degli spazi interni, la modifica della destinazione d’uso in un unico spazio commerciale a carattere non alimentare….prevedendo inoltre la realizzazione attraverso frazionamento, di una sala cinematografica con ingresso indipendente da Via della Fontanella” mi lasciano molto perplesso. Quello che è accaduto al Cinema Etoile (citato dall’associazione come esempio positivo) – parere del tutto personale – non è l’obiettivo da perseguire per salvare le sale. Ma la petizione è un inizio, una tavolozza su cui confrontarsi e discutere. Sapendo che l’odore dei soldi è in questi casi molto forte e spesso puzza più di una sala cinematografica a fine spettacolo.

Il Cinema Metropolitan, sito in Via del Corso, ha cessato la sua attività nel 2010;

Nel 2000 la sala era stata completamente ristrutturata, demolendo la platea, la galleria ed ogni elemento di memoria del cinema edificato nel 1948, realizzando 4 sale e creando così, fino alla sua chiusura, una Multisala;

La posizione su cui insorge l’immobile è porta di accesso al Tridente Mediceo, che non è solo patrimonio Unesco ma costituisce anche il più straordinario Centro Commerciale Naturale d’Europa. Un punto d’ingresso strategico sia per i cittadini Romani che per i turisti, anche in vista dell’approssimarsi del Giubileo, e per l’economia di tutta la città;

L’intervenuta e perdurante  chiusura costituisce fattore di indubbio degrado della tratta iniziale di Via del Corso a ridosso di Piazza del Popolo, interrompendo il sistema omogeneo di esercizi commerciali caratteristico della Via e producendo agli esercizi commerciali limitrofi un calo di fatturato. Inoltre il tratto di strada è ormai è diventato luogo di abusivismo di giorno e rifugio per senza tetto di notte;

Il mancato riutilizzo dell’immobile adibito a cinema costituisce di fatto impedimento alla creazione e comunque allo sviluppo di attività imprenditoriali idonee a favorire la ripresa economica della città, anche attraverso la creazione di nuovi pocinema-mtropolitan-Romasti di lavoro;

Nel recente passato lo “Spazio Etoile”, ex cinema Etoile, ha costituito il primo, fortunato precedente di trasformazione di un cinema storico dismesso, situato in una zona ad alta densità commerciale, e riconvertito con successo in un “open store” dalle elevate qualità architettoniche;

Il Progetto presentato al Comune di Roma Capitale, che ha ottenuto il nostro gradimento,  propone il restauro del prospetto su Via del Corso, la razionalizzazione degli spazi interni, la modifica della destinazione d’uso in un unico spazio commerciale a carattere non alimentare, con l’impegno all’assunzione di almeno 60 nuovi addetti, prevedendo inoltre la realizzazione attraverso frazionamento, di una sala cinematografica con ingresso indipendente da Via della Fontanella, con le stesse dimensioni di una delle quattro sale esistenti, per un totale di 99 (novantanove) posti;

Gli oneri ordinari e straordinari, pari a 6,7 milioni di Euro, derivanti dalla suddetta trasformazione saranno a disposizione dell’Amministrazione Capitolina per la realizzazione di programmi e progetti pubblici;

Tanto premesso, l’Associazione Tridente Centro Storico chiede di dare attuazione al progetto già inscritto all’ordine dei lavori dell’Assemblea Capitolina fin dal novembre 2014 confidando che le iniziative di riconversione siano portate a compimento quanto prima, così da ottenere una rapida riqualificazione dell’area, con indubbi benefici per tutti i cittadini e per l’economia della città.

 

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Netflix, o della mutazione avvenuta del consumo di cinema

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Netflix è il paradigma della fine della centralità dello schermo cinematografico, dello schermo unico: il film si consuma su una molteplicità di schermi, in luoghi e contesti diversi (e modalità diverse). E’ lo spettatore, le sue rinnovate capacità di scelta dei modi, tempi e luoghi del consumo, al centro di questa nuova prospettiva. Il consumatore ha, forse, finalmente, preso il comando della fabbrica delle illusioni…

Tra gli elementi più interessanti della visione della Serie TV The Knick (di cui SSMagazine si è occupata nel n.15), spicca la rappresentazione dello “scarto”, culturale, economico, sociale, ma soprattutto di immaginario, che l’avvento delle nuove tecnologie provocava agli inizi del XX secolo.theknick_xray La metafora dell’ospedale “avanzato” come luogo di trasmissione del sapere tecnologico finalizzati alla salute delle persone, in una New York che cambiava pelle quotidianamente con l’arrivo di migliaia di immigrati europei e non, gioca sul terreno dell’immaginario collettivo di un’epoca: il mondo stava cambiando, rapidissimamente. I raggi X (e il cinema!) erano da poco stati inventati, e le prime automobili cominciavano a sfrecciare per le strade, magari rompendosi in continuazione e suscitando l’ironia dei guidatori delle “vecchie” e affidabili carrozze a cavallo (episodio della seconda serie). Da un lato le nuove generazioni, anche dei figli dei magnati ansiosi di differenziare gli investimenti, per esempio nel nuovo progetto di metropolitana cittadina (la tecnologia più avanzata per la mobilità collettiva, “primitivo” esempio di rete sociale diffusa ed egualitaria), dall’altro gli uomini del XIX secolo, che avevano costruito le loro fortune sulla “società del vapore”, sulla fabbrica non ancora automatizzata dal taylorismo. Stava nascendo, in quegli anni l’era della velocità, del capitalismo aggressivo e tecnologico che, dopo la Grande Guerra (tecnologia sperimentale per un massacro di massa epocale), avrebbe radicalmente mutato le società. La tecnologia cambiava i nostri corpi.

In ogni era ci sono sempre gli innovatori e i conservatori. Un tempo chi si occupava di cultura, per apertura mentale, abitudine sociale, capacità cognitiva, apparteneva quasi sempre, comunque molto spesso, alla prima categoria. Ma questo conflitto tra vecchio e nuovo esiste da sempre, persino catalogato dai vecchi saggi nelle diatribe tra apocalittici e integrati. Ma i cambiamenti avanzano, inesorabili. E a volte resistere non è la forma migliore per combattere le trasformazioni che ci piacciono di meno.

post francesco bruniCome scrive Francesco Bruni, nel post che ha pubblicato su Facebook, all’indomani dell’arrivo della piattaforma Netflix, in Italia, stiamo diventando vecchi.

E’ una considerazione amara, soprattutto perché fatta dal Presidente dell’Associazione 100 autori, tra le più attive in Italia per rilanciare il cinema italiano (e da un regista che nelle sue opere non ha mancato di lavorare sulle “differenze” generazionali con una certa acutezza).

Già, ma perché stiamo diventando vecchi? Cosa è accaduto che non stiamo riuscendo a fermare?

Ed ha senso porsi oggi nell’ottica resistenziale all’innovazione economica (e culturale) che i cambiamenti tecnologici stanno imponendo?

Sembra sfuggirci, come accecati dalla nostra storia, dalle nostre passioni viscerali, l’epocale passaggio, appunto tecnologico, dalla scarsità del bene (cinema) all’abbondanza della sua disponibilità, quella così ben descritta non ieri, ma addirittura nel 2000 nel saggio di Jeremy Rifkin L’era dell’accesso, La rivoluzione della new economy, in cui con lucidità e forse facile premonizione prefigurava, esattamente cento anni dopo l’era di The Knick, questo passaggio da un economia basata sul possesso fisico dei beni a un’altra che invece si basa sulla disponibilità e accessibilità in qualunque luogo o momento degli stessi. DCPTutto questo scenario è certamente favorito anche dalla smaterializzazione di molti beni in commercio, e da questo punto di vista il cinema va sempre più smaterializzandosi, e già ora facciamo fatica a “visualizzarlo” fisicamente, essendo nascosto (imprigionato?) dentro la scatola del DCP, o nei flussi della banda larga, togliendolo pertanto dalla mitologia magnifica della pellicola, la sua tattilità e consistenza che per oltre un secolo ha fatto appassionare registi e cinefili di tutto il mondo.

Che succede, o meglio cosa è successo, al cinema?

E’ accaduto che la riproducibilità di massa dell’opera d’arte ha favorito la “pirateria” (o più correttamente la “filosofia della condivisione”), attraverso un sistema più avanzato di distribuzione del bene. E mentre le industrie (e gli autori) si sono trincerati dietro ai convegni sulla pirateria e sulle tasse per l’equo compenso (facendoci pagare anche le copie che non facciamo o non possiamo fare…), altre realtà, sul modello lanciato per rilanciare al morente industria musicale di iTunes prima e Spotify e altri dopo, hanno cominciato a proporre sul mercato un diverso modo di consumare il cinema e la televisione. Improvvisamente la logica delle “windows” (prima la sala, poi l’home video, poi le tv, ecc..) e del palinsesto (giorno e orario prefissato per la proiezione televisiva) per gli spettatori – deciso in un ufficio dai potenti delle televisioni – diventa il passato, da dimenticare in fretta.

Fine della centralità dello schermo cinematografico, dello schermo unico, il film si consuma su una molteplicità di schermi, in luoghi e contesti diversi (e modalità diverse). E’ lo spettatore, le sue rinnovate capacità di scelta dei modi, tempi e luoghi del consumo, al centro di questa nuova prospettiva. Il consumatore ha, forse, finalmente, preso il comando della fabbrica delle illusioni…

E’ un rovesciamento culturale clamoroso, per certi versi rivoluzionario. La fabbrica del cinema e della televisione non solo non muore, ma ha bisogno semmai sempre più di prodotti audiovisivi nuovi e possibilmente innovativi. E, incredibilmente, c’è spazio per tutti. Nella grande videoteca banca dati di Netflix troviamo sia il vecchio “blockbuster” che il cinema d’autore, la serie più avanzata e quella più nostalgica. Cosa guida Netflix (che, intendiamoci, è solo un paradigma di questa mutazione) nella sua proposta? Le scelte dello spettatore. Le scelte del consumatore. Che sono e saranno sempre più differenziate e personalizzate, e infatti la home page di Netflix non è uguale per tutti, ognuno ha la sua, personalizzata per i propri gusti e percorsi.Screenshot 2015-11-03 13.55.46

Questa centralità dello spettatore, o meglio ancora delle pratiche del consumo, mette paura. Perché sconvolge le pratiche sociali e culturali su cui si è fondato un secolo di cinema e (un po’ meno) di televisione, che hanno visto nello spettatore la fine del ciclo produttivo e non, magicamente, l’inizio…

E quindi oggi ci troviamo un’intera generazione di operatori culturali (e politici…) assolutamente incapace di cogliere le grandi potenzialità, culturali, economiche, narrative, che questa mutazione ormai avvenuta nei consumi culturali produce.

Ed ecco che i Festival di Cinema, che sono (ri)nati negli anni ‘60 e ‘70 per rinnovare il cinema e rilanciare sguardi e punti di vista differenti, da punta avanzata del rinnovamento culturale che erano negli anni ‘80 e ‘90, sono oggi diventati – i migliori? – dei magnifici musei, luoghi di culto, quasi religioso, delle pratiche antiche del cinema del ‘900. Anche se poi non sanno resistere (meravigliosi anticorpi presenti anche nell’invecchiamento culturale di un bravo ed esperto direttore di Festival come Alberto Barbera) all’attrazione perversa che questo cambiamento induce Beasts-of-No-Nation-final-trailer-700x292(ed ecco a Venezia proiettare, quasi paradossalmente, Beasts of no Nation, di Cary Fukunaga, film prodotto da Netflix che lo fa uscire direttamente in rete – dove sta avendo un grandissimo successo (che non si misura più in biglietti, ma in abbonati che lo vedono) – e anche contemporaneamente in un circuito privilegiato di sale cinematografiche; ma anche il magnifico Sokurov di Francofonia, forse l’unico cineasta contemporaneo talmente conscio di questa “museificazione” del cinema, da farne il proprio fulcro vitale di elaborazione di un immaginario collettivo che proprio nella forma museo può trovare la sua “nuova” vita, il suo nuovo sguardo (ma volando in avanti, guardando indietro…ricordate l’Angelus Novus di Paul Klee, si?).

Insomma i Festival (e le Feste?…) guardano al passato con nostalgia mentre nelle sale cinematografiche è un continuo rilanciare dei “grandi” film del passato, con operazioni/evento di recupero marketing che sconvolgono i parametri critici di un tempo (e i capolavori di oggi recuperati, non lo erano per i critici del tempo, né Ritorno al futuro, né Fantozzi, Amici miei o Ricomincio da tre…).

E allora ci troviamo di fronte da un lato un movimento di resistenza culturale, che prova a far rivivere nei Festival l’esperienza “antica” della visione – unica, a centralità di schermo – del cinema. Mentre dall’altra parte si muove un mondo multischermi e multipiattaforme, che, come detto, sposta la centralità dello schermo e la riconverte nella centralità del corpo dello spettatore.

Si, è vero: lo spettatore giovane di oggi è “multitasking” (multischermo), e spesso impaziente. Forse anche preso dalla “bulimia delle immagini”. Ma è uno spettatore che sta sperimentando in poco tempo sul proprio corpo pratiche della visione che le generazioni passate sperimentavano in decenni, se non in una vita intera.

E arriviamo al punto che nel documentario di Toni D’Angelo, Filmstudio mon amour (magnifica storia di quello che abbiamo potuto vedere in 30 anni di cineclub e quindi storie alternativa del cinema italiano e non solo – ma contemporaneamente incredibile occasione, ennesima, mancata, di raccontare di quella generazione che faceva cinema “facendo vedere i film”, cercandoli trovandoli e proiettandoli nei luoghi più disparati – e solo un grave smarrimento culturale può aver indotto l’autore a non citare Enzo Ungari e Renato Nicolini, in un doc sulla generazione dei cineclub italiani…), ci ritroviamo con alcuni dei rappresentanti della “rivoluzione culturale” di un tempo, che oggi sono dei signori anziani che hanno la nostalgia del tempo che fu. Il buon Nanni Moretti con la sua nostalgia del cinema nella sala cinematografica, fino al santone Goffredo Fofi che attacca le nuove generazioni che non devono fare alcuna fatica per cercare e trovarsi i film da vedere, e pertanto sono indotti a una sorta di pigrizia culturale e dello sguardo. Come se ogni generazione non avesse la sua prospettiva di ricerca diversa (cambiano metodi e parametri, quanti sanno davvero trovare i film e altri sui torrent?), e se un tempo la ricerca era nella “scarsità” di beni, oggi la ricerca è più complessa nella incredibile “abbondanza” di film, serie tv, webseries e altro che è disponibile per le nuove generazioni.

augmented_reality_cinema_70Oggi la visione dei film delle nuove generazioni passa attraverso altri canali, e le ricerche ci raccontano che il dispositivo più usato per la visione dei film è lo smartphone (ben il 79,4%!)

Insomma, possibile che gli intellettuali nostrani siano sempre più arretrati dell’industria (americana)?

netflix-fest-Se nostri Festival perdono la loro centralità innovativa, rinchiudendosi dentro pratiche della visione che stanno diventando museali, Netflix propone un Festival espanso, dove gli schermi sono dappertutto, e sperimenta la visione “virtuale”, dove ogni spettatore può avere la sua “sala cinematografica virtuale personalizzata”.

E mentre Google lancia il suo progetto di rete con AMP (Accelerated Mobile Pages) che ci permetterà dappertutto di usufruire di pagine web velocissime, noi siamo qui a ragionare sul “tempo della scelta, il piccolo sforzo della ricerca, ma anche il tempo della metabolizzazione, della riflessione, dell’affetto persino”.

Oggi la scelta, la ricerca, la riflessione viaggia attraverso forme di metabolizzazione molto diversa dal passato. Quanto agli affetti, forse possiamo tenerli, con la tecnologia, molto più vicini, anche quando sono, perché la vita è così, maledettamente lontani.

E, a proposito di arte e nuove tecnologie, ecco cosa dice Quentin Tarantino, in una recente intervista…

Tarantino su tecnologia

Non abbiamo bisogno della tecnologia, per la poesia.

Come se la penna non fosse, essa stessa, tecnologia.

Posted in DIGIMON(DI) di Federico Chiacchiari | Tagged , , , , , , | 1 Comment

L’epica dei facciadicane

Samuel Fuller2L’ho divorato come non accadeva da anni ad un romanzo. Sorpreso, solo dopo averlo comprato, di un incrocio di coincidenze nel micidiale caldo dell’estate romana: 70 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale (WWII) e un viaggio in Giappone durante l’anniversario di Nagasaki e Hiroshima. Come se quel lontano conflitto avesse deciso di bussare alla mia porta. Il libro in questione e’ ‘The Big Red One’ (Il grande uno rosso – Elliot edizioni) di Samuel Fuller pubblicato per la prima volta nel 1980 ma scritto lungo diversi decenni. Avevo visto l’omonimo film, adattato e girato sempre da Fuller nel 1980 come altre opere del regista (Ho ucciso Jess il bandito, Corea in fiamme, L’urlo della battagliaIl corridoio della paura, Il bacio nudo, White dog) nato nel 1911 a Worcester e morto a Hollywood il 30 ottobre del 1997.  Conoscevo la sua storia, il mondo visionario di cui è stato protagonista e il cinema che gli è debitore e a cui ha cercato di dare qualcosa nella parte finale della carriera. Amato da Spielberg, Jarmush, Kaurismaki e Wenders. Ma non avevo mai letto la sua più grande fatica (ha scritto una decina di opere) ‘The Big Red One’ basato sugli anni trascorsi nella Prima divisione di fanteria dell’esercito americano durante la WWII.

La guerra di Fuller è dura, feroce e crudele. I facciadicane, come ribattezza i soldati americani,samuel-fuller-leeMarvin muoiono e uccidono con un realismo asciutto e consapevole. Il ragazzo si arruola dopo Pearl Harbor come tanti coetanei ed è assegnato alla prima divisione di fanteria. Quelli che fanno il lavoro sporco. Nord Africa, Sicilia, Normandia e poi la Germania. Fuller è lì in prima linea. E lo sono anche i protagonisti del romanzo, ‘quattro cavalieri’ guidati da un indomabile sergente senza nome. Ripercorrendo le battaglie, gli scontri e le violenze, l’epica di questi facciadicane è la forza dirompente del romanzo, oltre 560 pagine che non cedono mai alla facile retorica militarista. A Fuller non interessa l’eroismo alla John Wayne ma la sofferenza e la solitudine del soldato di fronte alla morte. Lo specchio del tempo, è inevitabile fare paragoni tra la pellicola e il romanzo, rende merito alla forza di una scrittura che non tradisce mai. A ricordare, dopo 70 anni ma potranno essere anche 100, la feroce violenza e crudeltà di ogni conflitto. E’ vero, è un classico della letteratura di guerra, come rivendicano molti osservatori, ma rileggerlo oggi davanti alle immagini delle famiglie in fuga dalla Siria e del piccolo Aylan sdraiato sulla spiaggia è uno sconvolgente e orribile déjà-vu.

Posted in SOLDOUT di Frank Maggi | Tagged , , , , , , | Commenti disabilitati su L’epica dei facciadicane

A momentary lapse of vision… Le fotografie di Elena Pez

Riprendere il filo di queste personali Visioni con un inatteso lasso del movimento nel fotografico…
Al di là del cinema che occupa meravigliosamente questa calda estate di caldo lavoro…

A momentary lapse of vision…

Atonement #3

Che ci sta pure, come gioco (di parole), poiché l’occasione viene dagli scatti fotografici della giovanissima Elena Pez: vent’anni o giù di lì e nel bagaglio già un credito nazionale tutto da spendere. La personale di Elena Pez inaugurata il 17 agosto a Gioia del Colle (Bari, nella Villa Colapinto, organizzata dalla Associazione Etranger Film Festival e curata da Lara Angelillo in collaborazione con Giuseppe Procino) si intitola infatti “Visioni differenti” e parla di uno sguardo che materializza l’attimo, dissolve la fluidità del movimento nella scansione di uno stupore destinato a scoprirsi certezza.
Gli scatti di Elena Pez sanno di lucidità scoperta nella confusione della creazione, come fossero still life ribelli che non sanno stare ferme. Il tempo dell’esposizione è il varco che si apre nella tenuta dell’immagine da cogliere: Elena Pez lo dice chiaramente, lo pratica seriamente…
Prendete L’instant c’est moi :
L'instant c'est moi
questa bimba è l’occasione offerta dalla realtà del movimento allo scatto dell’artista, intrusione infantile in un set che prevedeva altre pose, altri soggetti e che ha rubato la scena, ha occupato l’otturatore.
Oppure considerate la lacrima di pioggia che bagna l’obiettivo e liquefa il volto della donna in Atonement #1

Atonement #1lasciando presagire la differenza e la diffidenza tra il corpo e il tempo, il qui e l’ora.

Elena Pez lavora in digitale, ma la cosa che emerge dall’osservazione dei suoi scatti è la sostanza materica delle visioni, la percezione di un lavoro in cui la figura è cuneo che apre i margini del tempo. Senti la materia organica di una natura inumidita dalla penombra, il contrasto della luce con l’obiettivo che sagoma le figure e le traduce in ombre, la dissoluzione filiforme della posa.

Godi poi di suggestioni godardiane che si accendono qua e là (la serie Calm blue sea)

Calm blue sea #1

Calm blue sea #2

Calm blue sea #3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… attendi magari una sua non improbabile evoluzione filmica (interrogata, la fotografa – che dipinge anche – rispose di sì…).

Percepisci l’inversione dei set en plain air in luoghi occlusi, sempre ruvidi di arbusti e tonalità autunnali (Her own gravity #2 Quiddity )

Her own gravity #2

Quiddity

E la performance delle pose in studio in fughe diagonali e verticali di agognate altezze e profondità… O ancora i melodrammatici interni che sfuggono alla distorsione erotica del gioco tra spazio e corpo…  (Walked into the room #2Walked into the room #3)…

Walked into the room #2

Walked into the room #3

Link: http://elenapezzetta.blogspot.it/

 

Posted in VISIONI di Massimo Causo | Tagged , , | Commenti disabilitati su A momentary lapse of vision… Le fotografie di Elena Pez