Ron Howard lancia #Twitterville

TwettRonHowardUn’idea lanciata sul proprio profilo Twitter per vedere l’effetto che fa.  Ron Howard è un regista che adora i 140 caratteri, chi lo segue sui social saprà di cosa parlo, il 18 maggio lancia #Twitterville in cui domanda: “Quale famoso libro vorreste vedere prodotto ? E  vorreste vederlo in una serie tv o in un film? Mi piacerebbe saperlo”. I suggerimenti (più o meno appassionati) non sono mancanti: Galápagos di Kurt Vonnegut, The Night Circus, The Saxon Chronicles di Bernard Cornwell, Ulisse (ma giraro in Irlanda (?!) scrive una follower del regista), The Secret History di Donna Tart. C’è chi chiede Catch-22 (Comma 22) di Joseph Heller per una serie Hbo con Frank Dillane (Heart of the sea) nei passi del capitano Yossarian. Il film dal romanzo di Heller è stato già girato nel 1970 da Mike Nichols, ma una serie tv non è una cattiva idea. Vedremo se il buon Howard prenderà spunto dalle segnalazioni dei sui ‘seguaci’ su twitter. Seguirlo non è mai noioso.

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Che cos’è un Manrico

MAnrico003Che cos’è un Manrico sarebbe piaciuto a Miguel de Cervantes e Dino Risi. Non perché c’è Roma d’estate e si lotta contro tanti fantasmi urbani, ma perché c’è una umanità e una sincerità rare nella vita come sul grande schermo. Questo documentario firmato da Antonio Morabito (Il venditore di medicine) esce il 7 aprile a Roma al Cinema Adriano, ma continuerà per diverse settimane con serate evento, grazie all’ Istituto Luce che ha voluto riproporlo in una versione nuova e rimontata rispetto a un lavoro di tre anni fa. Che cos’è un Manrico (trailer) non è un film sulla distrofia o la disabilità. È una commedia, un road-movie surreale, con protagonista un trentenne distrofico Manrico (Manrico Zedda) e il suo operatore, Stefano (Stefano Romani). Morabito ha fotografato sette giornate normali della strana coppia, trascorse nel cuore della Capitale in sella ad una carrozzina a motore, a fare slalom tra le macchine, arrampicandosi per i marciapiedi ostruiti, facendo tappa nei bar di Borgo Pio, nei ristoranti cinesi, a piazza San Pietro, fra i suonatori di strada di Campo De’ Fiori, arginando in casa quel torrente in piena che è la nonna, andando a vedere una partita della sua squadra di hockey per la prima volta da spettatore, in mezzo a tanti altri Manrico.

Credo che il tema della disabilità sia solitamente affrontato secondo una serie di cliché – racconta Morabito – superando raramente un’idea superficiale che da sempre accompagna l’immagine del disabile nella mente dei cosiddetti sani. Quest’idea è costruita intorno ad una concezione del disabile come vittima da compatire, eventualmente da aiutare, sicuramente con le migliori intenzioni, ma tenendo ben presente la diversità che rappresenta, quasi fosse costituito da una materia diversa dalla nostra. Ciò è frutto della paura, causata a sua volta dall’ignoranza. E con le paure non si va lontano”.

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Johan Cruijff, la Fonte Meravigliosa

johan-cruyff-1401001396Il 15 giugno del 1974 tutti gli appassionati di calcio del mondo assistettero, come d’incanto, a una sorta di “prima volta”, un qualcosa che non si era mai – almeno in quelle forme, con quella determinazione, e con quella visibilità globale televisiva – mai visto prima: la nascita del cosiddetto “calcio totale”. Era la prima partita della nazionale olandese, contro una delle squadre storicamente più ostiche da incontrare, l’Uruguay.

La partita terminò 2-0, ma non fu il risultato (che avrebbe potuto essere più corposo) a stupire, quanto un nuovo modo di interpretare il calcio, che da lì in avanti avrebbe trovato estimatori e imitatori in tutto il mondo.

C’è un fotogramma, di questa partita, che può provare a “fermare l’attimo”: è un’immagine di un filmato di 40 anni e passa fa, la televisione era ancora in 4:3 e quindi non si aveva mai, in una sola inquadratura, tutta la visione d’assieme dell’azione di gioco. Non così per l’Olanda, che in questa immagine, portiere escluso, è tutta rinchiusa in un fotogramma

Olanda Uruguay 1974

La palla è in possesso degli uruguayani, e in uno spazio di meno di 10 metri, ci sono tutti e 10 i giocatori olandesi, che corrono verso il pallone, mettendo tutti gli attaccanti avversari in fuorigioco.

Ecco, questa fu la prima trasmissione globale di un’idea di calcio, che possiamo definire moderna, che cambiava i paradigmi, sportivi e culturali, dell’epoca. Non si parlava più di terzini, di ali, di stopper, di mediani: improvvisamente i giocatori erano interscambiabili, i ruoli solo un lontano ricordo, un centrocampista poteva fare il difensore, un centrale stare sulla fascia, e viceversa. L’importante era saper giocare bene con il pallone e, novità, sapersi muovere nello spazio in perfetto sincronismo.

Ma, se fermiamo il fotogramma successivo, notiamo immediatamente qualcosa di diverso

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Tra i 20 giocatori inquadrati in questo spicchio di campo, ce n’è uno che alza il braccio, perché ha imparato a comandare il movimento di tutta la squadra e, immediatamente, richiama l’attenzione dell’arbitro sul fuorigioco.

Ecco: questa idea di “calcio totale” la si deve certo a Rinus Michel, che aveva iniziato questa rivoluzione , nel calcio olandese, da alcuni anni, e non a caso l’Ajax, oltre a vincere tanti campionati nel suo paese, aveva vinto la Coppa dei campioni nei tre anni precedenti, 1971, 1972 e 1973, dopo averla persa – forse perché arrivati “troppo in anticipo sui tempi”, nel 1969 contro il Milan di Nereo Rocco.

Ma questa rivoluzione non sarebbe stata possibile se il cuore di quella squadra, e di quel fotogramma, e di tutta quella storia, fosse stato Johan Cruijff.

Non a caso si trova perfettamente nel centro di quell’immagine, ed era nel centro di tutto il gioco di quella nazionale olandese che, pur perdendo due finali consecutive, è rimasta nell’immaginario collettivo come la compagine che ha cambiato, per sempre, il calcio.

Sul Cruijff calciatore sono state scritte tante pagine, anche interessanti. Sul suo modo di calciare, di correre, di dribblare. O i suoi gol “volanti”. Ma non si è fatta mai abbastanza attenzione sulla “gestualità” di Cruijff. Prima che con i piedi Johann Cruijff – quasi paradossalmente per il calcio – giocava con le braccia.

Guardate qui

johan-cruijff-hollande-1974maxresdefaultcruijff1imagescruyff1822336-38443951-2560-1440images21458830400319Cruijff+2article-2107856-11F56DEF000005DC-868_634x415Johan-Cruijff

E’ fin troppo chiaro che si trattava di un vero “direttore d’orchestra”. Quello che lo ha differenziato dai grandi geni del calcio mondiale era proprio questo suo essere da un lato tecnicamente così dotato (come i Pelè, i Maradona, i Messi), ma contemporaneamente dotato di una resistenza fisica notevole (che gli permetteva di essere in tutte le zone del campo) e una “visione di gioco” che superava quella di ogni allenatore.

Le sue braccia sono sempre in movimento, ad indicare dove il gioco, il pallone, il movimento senza palla, devono dirigersi.

Basta leggere questa dichiarazione del suo compagno di squadra, Barry Hulshoff, barbuto difensore centrale, per capire come Johann fosse il vero “allenatore in campo”: « Discutevamo di spazio per tutto il tempo. Cruijff spiegava sempre dove i compagni avrebbero dovuto correre, dove rimanere fermi, dove non si sarebbero dovuti muovere. Si trattava di creare spazio ed entrare nello spazio. È una sorta di architettura sul campo. Parlavamo sempre di velocità della palla, spazio e tempo. Dove c’è più spazio? Dov’è il calciatore che ha più tempo a disposizione? È lì che dobbiamo giocare il pallone. Ogni giocatore doveva capire l’intera geometria di tutto il campo e il sistema nel suo complesso[31]. »

Creare spazio ed entrare nello spazio. È una sorta di architettura sul campo.

Prima notazione: gli altri giocatori parlano di come un loro compagno gli dava indicazioni su come giocare. Questa cosa mi ricorda gli aneddoti di Pane amore e fantasia, che venne diretto da Luigi Comencini, o Pane amore e…., diretto da Dino Risi, ma che dai racconti degli attori dal set viene fuori sempre la frase “De sica ci diceva di fare questo…”. Già Vittorio De Sica, a proposito di allenatori in campo.pane amore e....

Seconda notazione: il lavoro sullo spazio, e sul movimento, immaginato e creato da Cruijff, è qualcosa che davvero avvicina il calcio all’architettura del movimento moderno di Frank Lloyd Wright, immortalata sullo schermo dalla figura di Howard Roark, il geniale architetto dalle grandi idee moderne, interpretato da Gary Cooper nel magnifico La fonte meravigliosa, di King Vidor.

gary cooper

La grandiosa unicità di questo insopportabile genio del calcio (irascibile, sempre pronto a polemizzare con gli arbitri e, più avanti, con società e dirigenti, un maledetto antipatico anticipatore di tendenze che ricorda molto da vicino un personaggio come Steve Jobs, con il quale condivide questa ossessione per la sua personale ricerca, per un’idea di “prodotto” che si adatti al corpo, che trasformi i corpi, che modifichi le pratiche e le consuetudini sociali per crearne di nuove) sta forse proprio in quella “magnifica sconfitta” con la Germania nel 1974. Cruiff ha vinto tutto, campionati, Coppa dei campioni  in Olanda 1971, 1972 e 1973, Pallone d’oro 1971/1973/1974, campionati nel Barcellona da calciatore, 1974, e da allenatore 1991. 1992, 1993 e 1994. Ma a differenza di Pelè e Maradona non è riuscito a vincere il trofeo più ambito per qualsiasi calciatore. Eppure, è proprio in quella sconfitta che risiede il fascino perverso di un campione talmente rivoluzionario da andare oltre il concetto semplice di vittoria. La Germania vinse il titolo, ma nell’immaginario collettivo è rimasta “l’arancia meccanica” olandese.

E la poesia di quei 15/16 passaggi, nel primo minuto della finale, dove i tedeschi neanche riescono a toccare il pallone, e già Cruijff ha disegnato traiettorie impensabili e imprevedibili. Forse troppo presto, ma si sa, Cruijff era in anticipo su tutto….

“Lui ci ha aperto un mondo affascinante, un film che abbiamo interiorizzato […]. L’ho paragonato al professore di una materia che ti piace, un maestro di cui non vedi l’ora che faccia lezione. Era un tipo che ti diceva tutto il contrario di quello che avevi sentito per tutta la vita: ti dicevano che perdevi perché non correvi ma un giorno arriva lui e ti spiega che perdi perché corri troppo.” (Josep Guardiola)

 

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‘Vaxxed: from Cover-Up to Catastrophe’. Il passo falso di De Niro

VaxxedWakefieldAlle fine Robert De Niro ha mollato, ha deciso che il controverso documentario ‘Vaxxed: from Cover-Up to Catastrophe (trailer) sul legame tra vaccini e autismo non sarà proiettato al Tribeca Film Festival di New York da lui fondato. Ha vinto chi non voleva l’opera scritta e diretta da Andrew Wakefield, ex medico e ora attivista anti-vaccinazione famoso per essere stato l’autore di uno studio pubblicato su ‘Lancet’ nel 1998, e poi ritrattato, in cui affermava di aver dimostrato il legame tra autismo e vaccinazioni. In un primo tempo De Niro, che ha un figlio autistico, aveva in qualche modo difeso la scelta di inserire nella sezioni documentari il lavoro di Wakefield  sottolineando come “tutte le questioni che circondano le cause dell’autismo possano essere discusse apertamente ed esaminate”. Non è stato così, dopo 48 ore un comunicato ha decreto l’esclusione del documentario dal festival: “Dopo aver visionato la pellicola non crediamo che possa contribuire o promuove la discussione che avevo sperato” , ha affermato l’attore di Toro scatenato e Taxi Driver. 

In ogni caso c’è qualcosa che non ha funzionato, se scegliere di dare spazio ad un medico radiato che da anni non fa altro che promuovere se stesso e le sue teorie anti-vaccini o nel cedere alle pressioni dei media per ritirarlo dal cartellone. C’è anche una terzia via nella scelta di De Niro? Le polemiche su ‘Vaxxed: from Cover-Up to Catastrophe‘ avrebbero portato cattiva pubblicità al festival, gli sponsor avrebbero storto il naso e magari ci sarebbero state contestazioni alla prima? Un’unica certezza, Wakefiel e il suo documentario hanno avuto una enorme visibilità a livello globale.  “La scelta del Tribeca – scrive Wakefield in un post sul sito del documentario dopo l’ultima decisione del festival – non riuscirà a negare l’accesso al mondo alla verità del film. Siamo grati alle migliaia di persone che si sono già mobilitate tra cui medici, scienziati, educatori e la comunità autistica”.

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Come si fa a non amare…. #Love?

Love Apatow 1E improvvisamente tutte le immagini (e l’immaginario) di cui ci nutriamo quotidianamente, non contano più. Tutte le storie fantastiche, le Star Wars, le Vinyl, i film di avventura, comici, fantascientifici, horror, le commedie demenziali, sì, improvvisamente, anche Zoolander ci appare terribilmente obsoleto, senza futuro. Non abbiamo più voglia di volare con l’immaginario fantastico, di ridere con la distruzione degli stereotipi, di piangere con i mèlo anni cinquanta, di angoscianti effetti vintage che ci riportano in anni settanta da cartolina (in un’era dove le cartoline sono già di per sé, vintage….). Non abbiamo più voglia di niente altro.

Vogliamo solo e soltanto la seconda serie di Love!

Love Apatow 2Ma cosa diavolo ha fatto questo dannatissimo Judd Apatow? Ha preso il suo cinema meraviglioso, così piccolo, minimalista, leggero, sensibile, dolce e assolutamente “naturale”, e lo ha concentrato in una serie in 10 piccole grandi puntate, da poco più di mezzora, come fosse una sit-com, ma con il respiro della serie lunga, insomma creando un contenitore di tipo nuovo dove tutto l’immaginario collettivo cinematografico e televisivo degli ultimi anni, così come lo abbiamo vissuto e conosciuto, implode e scompare dietro alle storie ultraminimaliste di Gus (Paul Rust) e Mickey (Gillian Jacobs).

E non ci resta altro, che guardarli vivere, come fosse un meraviglioso “specchio della vita”, per immergerci nei nostri sguardi perduti, nelle nostre fragilità quotidiane, nel nostro disperato bisogno dell’altro…

Cosa fanno questi due strampalati personaggi? Niente, o meglio tutto, ovvero: vivono. Fanno la spesa al supermarket, si ubriacano, sentono musica, cantano, mangiano, suonano, lavorano, litigano, fanno passeggiate, vanno a cena al ristorante, alle feste nelle grandi case con giardini, si infilano nei raduni di maghi, o di alcolisti anonimi, entrano a gamba tesa nelle riunioni di sceneggiatori di serie tv, fingono di essere ascoltatori che intervengono in trasmissioni radiofoniche, si ubriacano (2), si fanno di tutto quello che gli capita, si perdono nella metropolitana con dei simpatici e folli sconosciuti…. Insomma fanno quello che facciamo tutti. Cioè combattiamo.

Screenshot 2016-02-26 12.48.07I’ll fight, I’ll fight, I’ll fight, I’ll fight for you, canta Wilco, nella scena finale di questa Prima Serie, che è come una persona cara, che abbiamo sempre vicina, al nostro fianco, con la quale interagiamo quotidianamente, attraverso tutti i canali e dispositivi di cui la vita oggi ci permette di disporre e, improvvisamente, scopriamo che questa e solo questa è la persona con la quale vogliamo stare, magari per baciarci fuori da un supermercato, con le buste in terra, tra i distributori di benzina.

Love sembra essere il vertice (finora) di una poetica, quella di Apatow, che porta la filiera del demenziale dagli anni settanta del XX secolo ai cuori fragili, e corpi impazziti, della commedia emoticon del XXI secolo.

Screenshot 2016-02-26 12.23.29Già, gli emoticonTutto Love sembra costruito – oltre che sulla disperazione magnetica dei due protagonisti – sui nostri corpi attuali, forse una fase di passaggio, che le generazioni successive guarderanno con un misto di curiosità divertimento e tenerezza, cosi dannatamente attaccati a quel dispositivo mobile che, a volte, sembra essere l’ultima arma possibile contro lo spettro del nuovo millennio: la paura della solitudine.

Screenshot 2016-02-26 12.43.48Screenshot 2016-02-26 12.44.24C’è una scena, in cui Mickey (una pazzesca Gillian Jacobs, che sembra essere la versione dieci anni di meno di Leslie Mann, e forse tutta questa storia è magicamente autobiografica di come un nerd possa conquistare il cuore della bella, ma fragile e incasinatissima, ragazza), si ritrova tra un gruppo di alcoliste anonime, e una di queste, finalmente, confessa: “Ho passato la vita a cercare di stare da sola perché mi terrorizzava”). Mickey la guarda, sempre più sconvolta e disperata, il suo sguardo è un misto di nausea e pianto. Ecco: dove sono finite le nostre solitudini? Dove quegli spazi dove i nostri immaginari potevano giocare con se stessi, leggendo un libro, camminando in solitudine, respirando il proprio corpo come entità a se…?

Love Apatow 4Love prende quello che sono, ormai, diventati i nostri corpi, disperatamente aggrappati al dispositivo mobile che ci tiene “agganciati” agli altri, e ci trasforma in corpi dipendenti, ormai incapaci di vivere senza il “contatto” costante con gli altri, che sia la telefonata, il messaggio, o la foto pubblicata su Instagram dalla persona che, forse, amiamo. E’ come se non fossimo più capaci di vivere senza, non tanto il dispositivo in sé, quanto senza che gli altri irrompano sempre e continuativamente nella nostra vita, sia pure attraverso post sui social, o altre passerelle di vita quotidiana. Apatow non ha quasi pietà, o forse ne ha troppa, di noi: i cellulari sono ovunque, dappertutto, quasi in ogni scena, fino a diventare protagonisti assoluti, come nella divertente e assurda scena della cena tra Gus e Bertie, la coinquilina amica di Mickey, dove quest’ultima guiderà una sorta di regia occulta della serata attraverso un portentoso scambio di messaggi tra i tre.

Screenshot 2016-02-26 12.31.35Siamo soli, fragili e disperati, con lo sguardo continuamente rivolto verso il basso, a controllare l’ultimo messaggio arrivato o post pubblicato. Le vite ci sfuggono giorno per giorno, le guardiamo scorrere, come se fossimo un regista di noi stessi, e non sappiamo resistere alle nostre, tante, troppe tentazioni, che siano il cibo, l’alcool, la droga o il sesso, poco importa. I corpi e le relazioni che ridisegna Apatow, sono corpi in Love, corpi d’amore. Corpi e cuori impauriti, a volte incattiviti, certo ormai incapaci di affrontare la solitudine come una “necessità”, un qualcosa che ci permette, come l’aria pulita, di stare meglio, soprattutto con gli altri.

Tutti abbiamo delle dipendenze, tutti abbiamo qualcosa da nascondere (per fortuna!) e come non possiamo non amare Mickey quando confessa, quasi in lacrime, che, tra le altre, ha una “dipendenza affettiva” e che crede “di aver bisogno di stare da sola, tipo, per un anno, per cercare di venire a capo”?

Siamo soli, in mezzo agli altri. Destinati ad incrociarci in continuazione con le invisibili disperazioni degli altri, e, per sopravvivere, dobbiamo per forza combattere. Magari utilizzando l’arma migliore che abbiamo…il muscolo dell’amore.

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La musica giusta

Tutti riconosciamo, alla musica, uno straordinario potere emozionale. Eppure, spesso, la sua invisibilità ci impedisce di definirne, in un film, il peso, la consistenza.

Ho avuto la fortuna di collaborare con uno dei migliori musicisti che ci sono in giro, uno di quelli – rari – che coniugano sapientemente amore per le sonorità e passione per il cinema (e non credo sia un caso se, attualmente, due film ai quali ha partecipato, concorrano all’ultimo David di Donatello – Seconda Primavera di Francesco Calogero e Fantasticherie di un passeggiatore solitario di Paolo Gaudio).

Sandro Di Stefano ha l’umiltà virile di aderire fisicamente a quella che è la traccia video di un film e collaborare con lui, vederlo all’opera, condividere una certa idea di cinema molto concreta, molto dinamica, mi ha permesso di mettere il naso in un mondo tanto presente quanto sconosciuto. Un mondo originale, al quale è possibile aderire solo standoci dentro, solo facendo esperienza di cosa significhi legare, in modo tutt’altro che automatico, immagini e suono.

Casting, un lungometraggio che ho portato a termine proprio perché essenziale, proprio perché pressato dall’illusoria speranza di poter narrare, al di là di qualunque opposizione del reale – tanto che ho finito con l’accontentarmi di soli cinque giorni di riprese per mettere assieme brandelli, stralci e frammenti impuri di un racconto che solo così poteva e doveva essere narrato – ebbene Casting è stato “anche” questo viaggio, è stato anche questo territorio pieno di scoperte, di incerte ma folgoranti chiarificazione, di ignobili e meravigliosi strafalcioni del narrare. È stato un immergersi in un magma terribilmente vicino all’inconscio, una realtà destrutturata e incomprensibile, spazio maestoso per una possibile applicazione interpretativa assolutamente lacaniana…

Per un anno questo film, dopo le riprese, ha accompagnato la mia vita in una lunghissima postproduzione che è stata, al contempo, una discesa agli inferi, un imperfetto libro rosso di junghiana memoria, uno straordinario luogo di conflitti a cielo aperto, dove la più forte imperfezione apriva alle voragini e ai bui profondi del vero.

Sandro mi ha accompagnato in questo percorso, è stato amico implacabile, pungente, terribilmente presente, capace di interpretare e dare senso alla mia storia.

Il registro musicale si è fatto forte dell’assenza di parole e ha messo ordine, ha donato interpretazione a un testo straordinariamente imperfetto, capace di trovare in questa imperfezione l’unica possibilità di dire, di raccontare, di mettersi in gioco. Un testo per nessun pubblico, un corpo insensibile a qualunque applicazione possibile dell’analisi critica. Un corpo “nudo”, inguardabile, anomalo e, per questo, definitivamente sincero.

Tale realtà conferma che l’unico valore riconoscibile non può che essere quello musicale e, per questo, Sandro continua ad amare ciò che gli altri rifiutano (un rifiutare che è anche un rinunciare) e ha sviluppato, con questo testo, un rapporto che mi prescinde (anche se è un racconto che mi riconosce come autore in quanto colpevole dell’istanza muta, non comunicativa, che genera in troppi punti). Il film gli appartiene in modo definitivo proprio perché ritrova in lui un ordinatore, la forza capace di mettere assieme i pezzi.

Nell’intervista che, qualche tempo fa, gli feci, ho inutilmente, ingiustamente, espunto il passaggio che raccontava del suo rapporto con Casting. Uno stupido vezzo, un mio vago imbarazzo, un banalissimo pudore… Qui faccio ammenda.

Questo modo di lavorare, questo modo di declinare il proprio immaginario musicale, Sandro lo distribuisce regolarmente in tutti i film che hanno la fortuna di averlo come compagno di viaggio. Lui ha questa capacità di penetrare, di abbracciare, di godere del racconto filmico, tanto che la musica in quanto tale, sparisce perché non sta né sopra né sotto al testo: ci sta definitivamente dentro…

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Vinyl – the world is yours

vinyl-hboUn solo episodio, il pilot diretto da Martin Scorsese, andato in onda e Vinyl (la nuova serie prodotta dalla Hbo) ha già una seconda serie. Non è da tutti. Molto attesa, pubblicizzata con grande enfasi in Italia da Sky Atlantic HD dove è stata trasmessa quasi in contemporanea con l’uscita negli Usa, la serie prodotta da Scorsese, Mike Jagger e Terence Winter (sceneggiatore di Boardwalk Empire sempre insieme a Scorsese e de I Sopranos) ha segnato il passo. Al centro del racconto una città dalle mille luci, New York, gli anni ’70 e la loro musica immortale (è quasi imperdibile a questo punto la colonna sonora Vinyl: Music From the HBO Original Series – Volume 1e un produttore musicale al crepuscolo, Richie Finestra (un vertiginoso Bobby Cannavale, il Gyp Rossetti di Boardwalk Empire).

Siamo nel 1973 Finestra è un ricco un produttore discografico proprietario della Americanvinyl Century Records che però sta per essere venduta alla tedesca Polygram. Le cose non vanno bene, le casse sono vuote, le vendite gonfiate e le nuove star per rilanciarsi, come i Led Zeppelin, non vogliono firmare il contratto. Eppure lì fuori, nelle strade e nei locali underground la musica pulsa. Finestra lo sa, ha vissuto l’epoca d’oro del blues, ha iniziato in un bar scoprendo talenti. Ha l’orecchio come gli viene riconosciuto da tutti. Ma ha anche parecchi vizi, come tutti quelli che bazzicano la scena musicale negli anni ’70: sesso, droga e malaffare. Gli ingredienti preferiti da Scorsese e da Winter. E Vinyl sembra quasi essere debitore dell’eccellente serie Boardwalk Empire, lì erano gli anni del proibizionismo a trionfare tra gangster, omicidi, alcol di contrabbando e la travolgente musica blues e rag-time con i grandi solisti come Scott Joplin, Gertrude “Ma” Rainey, Elizabeth “Bessie” Smith, Porter Granger, Joe Williams e Fletcher Henderson.

720x405-R1249_HOT_Vinyl_AIn Vinyl Scorsese apre lo scrigno del rock e Finestra è il suo rabdomante: The Jimmy Castor Bunch, Edgar Winter, Ruth Brown, Otis Redding per citare alcuni artisti della colonna sonora (ma non mancano nella serie icone come Iggy Pop, gli Abba, David Bowie e Alice Cooper) come già accaduto al regista con altre opere dedicate alla ‘musica’, L’ultimo valzer a Shine a Light. Ma è nel personaggio guida in questa giungla metropolitana, tra feste spinte, manager folli e imprevedibili, con qualche impercettibile momenti di serenità, Richie Finestra che si vede tutta la mano di Terence Winter. Con il corpo immerso nel presente e costretto a navigare a vista in un mondo vorace, Richie è spesso in trance (la scena iniziale è emblematica) aggrappato ai ricordi dei suoi inizi (gli anni ’50) quando la musica era ancora una passione vitale. E’ sul passato che Winter ha scolpito questo camaleonte, come un giro di basso potente che rimette in ordine la band. Il solista deve ritrovare la sua casa e il viaggio, lo si intuisce, sarà molto travagliato.

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No smoking Hollywood

good-night-and-good-luck-2Si fumano ancora troppe sigarette nei film. Secondo un recente report dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il 44% dei film totali prodotti a Hollywood contengono scene in cui appare una sigaretta. Queste percentuali sono ancora più alte in Europa. In Germania 5 dei 6 film prodotti nel Paese ed entrati nella classifica dei più visti tra il 2010 e il 2013 avevano attori che fumavano. In Italia 4 su 4. La campagna #NoTabacco dell’Oms mette sul banco degli imputati produttori, sceneggiatori e registi. Si sa gli attori vengono subito dopo, e poi loro magari fumano anche fuori dallo schermo.

01_WHO_Smoke_Free_Movies_public_2016_01_15Quello che gli esperti dell’Oms sottolineano è il fattore emulativo generato dai film, se c’è un attore/attrice che si accende una sigaretta o ha con il vizio un rapporto intenso, appagante, ossessivo questa dinamica potrebbe indurre i giovani a provare o ad aumentare la propensione verso questa ‘cattiva’ abitudine. Un bel problema. Se poi la soluzione prospettata è quella di vietare ai minori le pellicole in cui si fuma o esibire un cartello di attenzione prima della proiezione. Ricordo ancora come negli anni ’80 si esibivano tranquillamente a favore di macchina da presa i pacchetti di sigarette per prendere una ‘bionda’. La pubblicità non guardava in faccia a nessuno, tanto meno ad una lastra ai polmoni.

Lasciamo da parte il passato. Nessuno può pensare di eliminare le sigarette (già fumate)smoke-650x250 da Bogart, Dean & co dai classici. O metterci un bollino rosso. Appartengono al nostro immaginario, alla memoria collettiva del cinema. Il difficile è creare una sceneggiatura auto-censurandosi su un vizio ancora così diffuso nel mondo. Magari con un bel ‘No smoking script’ sopra il lavoro. Costruire un personaggio già sapendo che non potrà fumare ma sicuramente potrà scolarsi litri di alcol o tubetti di pillole. Su questi eccessi devastanti tanto quando le sigarette l’Oms non ha detto nulla. Così le attese, i tic, i momenti clou di un scena dovranno essere concepiti senza inserirci dentro un personaggio che si accende una sigaretta. Vincerà il buon senso pensando a quanto quella scena potrà trasformare un ragazzino in una ciminiera? Vedremo.

mia wallace pulp fictionImputare ancora nel 2016 al cinema colpe così grandi appare davvero fuori tempo massimo. La lotta al fumo passa sicuramente anche attraverso campagne shock con le immagini dei danni delle sigarette impresse sui pacchetti. Ma demonizzare il cinema (un’ opera d’arte a tutti gli effetti anche se spesso ce lo fanno dimenticare) perché c’è un personaggio che fuma in una determinata situazione è voler circoscrivere la libertà di espressione e di riproduzione di ciò che ci circonda su cui si basa ogni tipo di linguaggio. Vorrebbe dire annientare in un attimo il ‘realismo ontologico’ su cui si fonda (per rievocare Andrè Bazin). Se dovessimo procedere con questo modello di formattazione del reale, escludendo ogni tipo di input pericoloso per la salute o in contrasto con i principi stabiliti da chi sa quale maggioranza, liquideremo in toto la stretta connessione tra realtà e immagine che ci porta a volere raccontare e a ad osservare le nostre ossessioni.

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Scrivere in uno stato di ebbrezza

Scrivere non è cosa facile.

Chi lo fa per mestiere applica tecniche che quasi involontariamente gli si sono fatte presenti, gli si sono venute incontro.

E chi vorrebbe scrivere e non ci riesce è proprio perché, sfortunatamente, non è stato colto da questa intuizione, da questa malattia ancestrale che rende la scrittura un vizio, una necessità, una dipendenza.

Si scrive così, in uno stato di alterata percezione, come se si nuotasse sott’acqua, perdendo, in qualche modo, il senno, smarrendosi più che trovandosi. Si va controcorrente, mettendo da parte la razionalità, la capacità di gestire il reale. Ci sarà tempo per farsi belli, per dimostrare quanto si è bravi a razionalizzare, ad analizzare, a concettualizzare.

Si sta a scrivere per ore. Per quante ore? Dipende. Ognuno a suo modo. Due, tre… otto… E’ l’ampiezza dei polmoni che entra in gioco, la smania personale, la necessità di avere cose da dire, la voglia di mettersi a nudo, di girovagare senza vestiti per le strade del centro.

Personalmente trovo insopportabili i grafomani. O, almeno, non mi interessano. La scrittura facile porta sempre dietro qualche iattura, qualcosa che non funziona. Manca di sano dolore. Di tutto quanto è scritto io amo solo ciò che uno scrive col sangue. Nietzsche. Sottoscrivo.

 

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Finiremo tutti distillati (secondo round)

harry-potter-star-wars-harry-potter-vs-twilight-18142321-850-569In un Paese che legge sempre meno i libri, i ‘Distillati‘ sono la soluzione? La collana edita da Centuria pubblica riduzioni di grandi capolavori per chi ha poco tempo per leggere, andando ‘al cuore del romanzo’ come riporta il sito, è la risposta per aumentare i lettori? Mi sono preso del tempo per rispondere a questa domanda. Fondamentalmente non credo che le malinconiche statistiche di settore subiranno degli scossoni dopo lo sbarco dei Distillati. Soffriamo di una incurabile malattia che ci porta a spendere il nostro tempo (il tic tac del post precedente) su altri media, alle prese con altri linguaggi. Il testo scritto arranca, ma fondamentalmente resiste. Preferisce però un recinto alla vastità del mondo, solo un po’ più allargato con gli ebook o la metamorfosi dei social network che ci fa diventare tutti autori. In fondo questo status è analogo a quello del cinema. Immaginiamo un distillato per Star Wars o per The Hateful EightE’ capitato di essere in sala e prima dell’inizio del film è passato proprio lo spot dedicato ai Distillati, una vago senso di  già visto. L’ipotesi potrebbe essere: andare ‘al cuore di un film’ in dieci minuti, un trailer formato ‘jumbo’ per raccontare le scene principali. Impensabile, ma non improbabile se il fine è quello di permettere a chi non ha tempo di poter accedere ad un’opera.

La filosofia del distillato preclude l’aspetto del contenuto cercando invece di ridefinire il contenitore (Marshall McLuhan docet). Accade quindi che la questione lunghezza (vista dal mercato come un problema che tiene lontano il lettore-consumatore) possa essere agilmente dribblata asciugando il testo. Lavorando, come avevo già sottolineato nel precedente post, di montaggio. A questo punto mi aspetto che qualcuno si cimenti nei Distillati di film. Qualcosa c’è già su YouTube, forse si sta progettando un’ ‘app’ per smartphone che potrebbe farci vedere in 5 minuti tutta la saga de Il Signore degli Anelli.  “Abbiamo ridotto le scene non il piacere”, parafrasando il lancio dei Distillati cartacei. Così chi non ha avuto il tempo e la voglia di vedere (o leggere) tutti i capitoli usciti negli anni in sala (e in libreria), potrà comunque dire la sua e non si sentirà così solo. L’incipit di una vita ‘distillata’, tutta ancora da vivere o forse solo da (ri)montare.

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