Cent’anni di… metamorfosi

Metamorfosi KafkaQuest’anno ricorre il centenario del capolavoro Metamorfosi di Kafka e mi sono sempre chiesto perché mai nel linguaggio comune è molto probabile imbattersi in affermazioni del tipo: “ho vissuto una situazione kafkiana” e difficilmente, anzi praticamente mai, ti ritrovi ad ascoltare frasi del tipo: “questa è proprio una condizione proustiana o joyciana…”. Eppure siamo al cospetto di altri geni della cultura occidentale, ma a nessuno viene lo sfizio di celebrarli con delle costatazioni nominali, delle comparazioni ideali. Forse a differenza di Joyce, per esempio, e di altri grandi autori novecenteschi della “solitudine”, Kafka non ricorre quasi mai a chiari paralleli mitologici e non li riduce a elementi organizzativi della narrazione, utilizzando a fini estranei i miti tradizionali e le relative interpretazioni teologiche e filosofiche. Nella sua opera abbiamo piuttosto qualcosa di analogo alla creazione dei miti. L’intreccio di Kafka non è proiettato su di un passato mitico; il carattere mitico del mondo profano che egli descrive è determinato dal fatto che questo mondo è descritto e spiegato mediante gli avvenimenti dell’intreccio. È così che abbiamo una trasformazione della realtà chiusa in schemi di lettura naturalistici, in una realtà fantastica, in cui le cose sono “atte a travestire” in panni terreni le forze superiori esterne dell’uomo. Ed è per questo che, pur non verificandosi mai una identificazione fra soggetto e oggetto, si realizza fra di loro una reciproca e ineliminabile permeabilità. Nella Metamorfosi il principio fantastico irrompe nella vita del protagonista nel momento in cui egli si risveglia dal sonno. I vari piani della narrazione si intersecano in evidente contraddizione e incompatibili fra loro. Proprio per questo non è ammissibile una unilaterale interpretazione delle immagini kafkiane. La verità sta in entrambe le ipotesi e nella narrazione vengono proiettate entrambe le soluzioni: transitabilità tra veglia e stato onirico, compresenza degli opposti in un’unica costellazione narrativa. Ecco allora che mi ritornano alla mente i tre stadi di alienazione dell’uomo contemporaneo, illustrati da Italo Calvino. Primo stadio: “sono al lavoro e sogno di essere al mare”; secondo stadio: “sono al mare e sogno di essere al lavoro; terzo stadio: “sono al mare e sogno di essere al mare”. Quindi l’estate dovrebbe essere l’occasione di ritrovare se stessi, magari spezzando le catene di montaggio delle solite visioni da ombrellone. “Perché realizzare un’opera quando è bello sognarla soltanto?”… così Pasolini, allievo di Giotto, in una delle novelle trasposte de Il Decameron. Così probabilmente anche Claudio Caligari, tra i più debordanti registi di generi in circolazione, scandalosamente sottovalutato. non essere cattivo CaligariA settembre uscirà in sala Non essere cattivo (dopo il passaggio veneziano), ultima opera dell’autore scomparso a 67 anni qualche mese fa, completata e montato grazie soprattutto a Valerio Mastandrea, uno dei protagonisti del film, racconto di strada, nelle periferie romane, quelle ancora una volta ripercorse idealmente da Pasolini. Non essere cattivo, perché la vacanza è un modo per rendersi vacanti, un espediente per sparire da una parte e subito apparire da un’altra. Naturalmente c’è sempre un luogo virtuale dove restiamo fissi. Ma nonostante tutto questo esserci, Claudio Caligari è l’autore del vanishing, seconda una formula opposta e rovesciata a quella di Andy Warhol. Con Amore tossico e L’odore della notte si coniugano finalmente avventura con amore: amare significa essere portati… kafkianamente

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