essere diego zandel

Alla fine non sono riuscito a farla franca, a evitare di cadere nel tranello linguistico (ma anche psicologico) del “giocare col titolo modificando i fattori”. Colpa (ma questa è una parola ingiusta) di Diego Zandel che nel suo ultimo romanzo (Essere Bob Lang, Edizioni Hacca), si diverte a scrivere un racconto che è anche un saggio e una riflessione sull’attività dell’inventare storie. Insomma, un manuale di scrittura creativa che finge di essere un thriller o un thriller che mette in scena, palesemente, dubbi e perplessità di uno scrittore di gialli.

Ma non sono solo dubbi e perplessità, sono anche riflessioni dolci e amabili sul desiderio, sul piacere che dà la possibilità di vivere anche in un altrove, meno tedioso, meno banale, più sensato.

Per Diego – almeno nel mio immaginario – questo è un punto d’arrivo o, forse, un punto di congiunzione, un territorio dove si coniugano le sue passioni, mai sazie. Da un lato il racconto, anche di genere (è da lì che è partito, un po’ di anni fa, proprio scrivendo per i Segretissimo della Mondadori), dall’altro il saggio analitico, la riflessione, l’interesse a non lasciar stare le cose come stanno ma smontare, metter mano, analizzare i meccanismi. Vien fuori così Essere Bob Lang che mi rimanda a Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino ma anche al Provaci ancora, Sam di Woody Allen. E lo sguardo del fine intellettuale che gioca di metatesto, fa il paio con quello del curioso scrittore che non può fare a meno di godere “fisicamente” di ciò che immagina, inventa, scrive.

E chi conosce Diego sa bene come queste due anime convivano potentemente in lui: la sua storia personale (figlio di una terra “complessa”, l’Istria) non gli permette alcuna semplificazione e la passione che ci mette per capire “come va il mondo” è tutta lì, ben espressa nelle pagine dei suoi libri, mai pacifici, tormentati da desideri che spingono ai margini, sempre pregustando una conoscenza che è sempre un po’ più in là, disposta irregolarmente sui margini di isole che continuano a imperversare nei suoi sogni e che puntualmente ritroviamo, ora, anche nei nostri.

Il racconto scorre veloce, ci conduce per mano tra le miserie del quotidiano davvero semplice del protagonista (uno scrittore/impiegato) e le avventure di un cronista d’assalto che lui s’è inventato, Bob Lang. Le vite dei due personaggi si riflettono l’una sull’altra, si legano, si confondono così com’è nei desideri di Marco che insegue il sogno di diventare uno scrittore di successo.

Fino alla fine, la mediocrità sembra vincere su tutto ma un ultimo guizzo, una distrazione del reale, un’irrispettosa coincidenza, modifica il gioco. Le cose cambiano – magari non nella direzione che vorremmo cambiassero. Così accade che deviazioni improvvise ci portano al largo, ci fanno allontanare dalla riva, ci convincono, di nuovo, che la nostra meta, che Itaca è lontana. Chissà quante storie ancora dovrà raccontarci Zandel per permetterci l’approdo.

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