Fuori dai panni sporchi, addio a G.A.

Ho in testa un’immagine, bianco e nero, Giulio Andreotti in platea prima di una proiezioni. Forse un festival  del cinema di Venezia. Ma non ricordo più molto bene dove l’ho vista. Potrei averla sognata, ma non è così perché il cinema italiano deve qualcosa al sette volte presidente del Consiglio. Già alla fine degli anni ’40 come sottosegretario alla presidenza del consiglio Andreotti si occupa della supervisione dell’ente spettacolo. Mette lo zampino nella famosa ‘tassa di Hollywood’, l’obolo che le major devono allo Stato per girare nel Bel Paese. Ma Belzebù, come lo chiamavano gli avversarsi socialisti, sarà ricordato a lungo per quello che accade nel 1952, anno del celebre articolo sul settimanale della Dc, ‘Libertas’, in cui se la prendeva con Umberto D di Vittorio De Sica. Il regista era colpevole di mostrare un ritratto poco onorevole di un pensionato in difficoltà in un Paese che doveva invece mostrare il lato positivo e preparasi al boom del decenni successivi.

“Se è vero che il male – scrive un trentenne Andreotti – si può combattere anche mettendone duramente a nudo gli aspetti più crudi è pur vero che se nel mondo si sarà indotti, erroneamente, a ritenere che quella di Umberto D. è l’Italia della metà del secolo ventesimo”. Ora che se ne è andato, dopo essere stato immortalatonel film di Sorrentino Il Divo, non senza qualche mugugno dopo averlo visto, Giulio Andreotti appartiene alla nostra memoria collettiva. Ognuno di noi avrà un’immagine, una frase, un ‘link’, un passaggio in tv o una teoria complottista, a cui il nome Andreotti sarà sempre collegato. Come un film collettivo lungo 60 anni di storia, non un ‘reality’ però, a presidente non sarebbe piaciuto. Ma un racconto epico su un Paese fragile sì. Il ritratto di un popolo diviso, distratto e sempre pronto ad inseguire gli imbonitori e i giullari. Un popolo a cui, però, non bisogna mai far mancare un sano e dignitoso paternalismo.

 

Ci saluti, caro presidente, De Sica e gli altri.

 

 

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