Il noir risorge, nella Casa del Sole nascente: The Affair

The Affair è una materia viva bollente, come un magnifico noir anni ’40, mixato con le riletture degli anni ’80, e shakerato con il cinema cocktail dei nostri ruggenti anni ’10…

affair-season2L’unica cosa della quale ha bisogno un giocatore
E’ una valigia e un baule
E il solo momento nel quale sarà soddisfatto
Sarà quando sarà del tutto sbronzo.
Oh, madre, dì ai tuoi figli
Di non fare quello che ho fatto io
Passare la vita nel peccato e nella infelicità
Nella casa del Sole nascente

 

C’è un fantasma, che si aggira per tutte le due prime stagioni di The Affair, la serie tv americana creata dalla coppia Sarah Treem e Hagai Levi (gli showrunners creatori delle due versioni di In Treatment), che appare ogni tanto, lo spettatore quasi non lo vede, oppure lo vede come un piccolo elemento disturbante di fondo. Ma che è il vero motore della storia, la miccia sulla quale si innesta, forse, l’intero complesso intreccio della Serie.

The Affair ha fatto del “punto di vista” il suo cuore selvaggio visivo e narrativo, il suo centro-decentrato di osservazione del reale, costruendo in continuazione una storia per poi subito dopo smontarla attraverso un altro punto di vista della stessa storia.

Qual è il centro di The Affair? La love story tra i due “protagonisti” (lo scrivo tra virgolette perché non sono più sicuro che siano loro…) Noah e Allison e i conflitti con le loro rispettive famiglie? Oppure, come avviene con un rovesciamento di campo all’inizio della seconda stagione, Helen e Cole, che dopo essere stati i consorti traditi e incattivi dalla vita, ma anche dalle loro famiglie così diverse per carattere ed estrazione sociale ma così entrambe soffocanti, improvvisamente diventano i “nuovi protagonisti”, acquistando un spessore inedito, una palpabile e meravigliosa umanità, che sembra fuoriuscire dalle viscere delle loro sofferenze. Oppure…l’indagine del detective, che in uno spazio-tempo diverso, dove le immagini perdono la loro tonalità per declassarsi ad un livello cromatico gelido come il tavolo di un obitorio, deve risolvere l’enigma di questa morte, dietro questo incidente sospetto, che sembra nascondere tante, troppe sottostorie, tutte da svelare?

the-affair-s2Ci sono così tanti temi, tracce, sottotracce, in The Affair che, ad una lettura “fredda” potrebbe apparire come un magnifico trattato di sceneggiatura del XXI secolo, da far studiare nelle Scuole di Scrittura, per apprendere a governare la complessità della narrazione di oggi. Ma questa lettura fredda è impossibile, perché The Affair è una materia viva bollente, come un magnifico noir anni ’40, mixato con le riletture degli anni ’80, e shakerato con il cinema cocktail dei nostri ruggenti anni ’10…

Possiamo chiederci cos’è e rappresenta il noir, oggi, oppure lasciarci trascinare dalla deriva di una storia che in realtà sono 4/5 storie, come un Rashomon riveduto e corretto, per catturare lo spettatore dentro una miscela esplosiva di drammi familiari, ranch, ville miliardarie, appartamenti in centro città, bambini persi e bambini divisi, bambini attesi, e coppie che si perdono e ritrovano in continuazione, con al centro un cuore enorme che sembra nascosto nelle pieghe di ogni dannatissimo personaggio.

Non ci sono più buoni e cattivi, tutti sembrano essere, in qualche modo, colpevoli. E che cos’è questa deriva autoaccusatoria se non un ritorno forte all’essenza del cinema noir? Ma contemporaneamente tutti sembrano essere anche delle povere vittime, o meglio ogni personaggio ci appare nella sua completa fragilità e ambiguità di uomo e donna dei nostri giorni. Dove possiamo essere dei padri attenti e affettuosi eppure non riuscire a trattenere le derive inevitabili della “forma famiglia”. Oppure possiamo essere delle madri ideali, e perderci nelle strade perdute dei nostri genitori, che provano ad applicare ai loro nipoti i parametri delle loro vite, per niente perfette. Ma se c’è una cosa, in The Affair, che affascina, è proprio questo slittamento continuo del baricentro della storia, che va anche al di là del cambiamento dei punti di osservazione, che pure ne determina il tragitto. La storia, la realtà, quello che ci accade, non è più univoco. Ogni essere umano lo racconta, e maledettamente lo vive, a modo suo. Non è un problema – oppure lo è anche ma non solo – di ego smisurati, di ambiguità viscerali, di incapacità a convivere con la perdita e la morte. E’ che abbiamo occhi e sensi differenti e che, davvero, quello che succede non è uguale per tutti. La realtà, filosoficamente, non esiste più. Esistono le nostre singole realtà. E ogni vita, sguardo, corpo, cuore, vive la sua realtà, che è fatta di passioni, amori profondi e amori travolgenti, dolori insopportabili e cicatrici da imparare a portare addosso, è fatta di paure di perdere e di perdersi. E allora ecco questo continuo slittamento, che viene rilanciato – qui The Affair è davvero il paradigma di oggi – attraverso il corpo, sguardo, cuore dello spettatore. Chi sono i protagonisti, allora? Siamo noi. Che prima ci appassioniamo a questa storia di amore folle, tra questo scrittore in crisi e padre di famiglia e questa donna di provincia che non sa più vivere dopo aver perduto in una disgrazia il proprio figlio. Noah e Allison sono i corpi d’amore della storia. Bellissimi e, a tratti, insopportabili. Perché così presi dalla loro passione da riuscire a incasinare e perdere tutto quanto, di complicato ma anche dolcemente meraviglioso hanno attorno. Noah tradisce, si fa catturare dalla passione, ne fa un motore creativo per diventare improvvisamente uno scrittore di successo e cambiare del tutto la propria vita, costringendosi a un tour de force infernale per riuscire a mantenere integra la sua dignità di amante, ex marito e padre “modello”. Allison, che a tratti sembra rimandare alla figura della dark lady del noir, in realtà di questa ne riprende soprattutto l’ambiguità di fondo, il dolore malcelato, lo zigzagare dei sentimenti, ma in fondo resta un contraddittorio “angelo nero”, travolta da un tormento infinito, incapace di sapersi collocare nel mondo, e alla continua ricerca di punti di approdo sicuri. Peccato che questi punti di approdo siano gli uomini del nuovo millennio, che tutto sono tranne porti stabili e certi.

the-affair-2Ma quello che ci cattura, come spettatori, quando questa storia di amore tradimenti e passioni sembra prendere una svolta drammatica e nel momento in cui compaiono le pistole, è un nuovo cambio di prospettiva. Improvvisamente, di nuovo, scopriamo che esistono anche gli altri, ovvero Helen e Cole, i due coniugi traditi. Che non sono delle ombre, ma dei corpi vivi, doloranti, anche loro passionali e sperduti, e incredibilmente vediamo che questi due personaggi “minori” sono terribilmente migliori, più belli, profondi e affascinanti dei due protagonisti. Che tradimento magnifico! Helen la ragazza contesa dei tempi della scuola, con la famiglia ricchissima e invadente, che ha sposato per un amore assoluto quella sorta di “loser”, di mancato scrittore che era Noah. E Cole, il fratello maggiore di una famiglia “senza padre”, famiglia sulla quale sembra cadere addosso una maledizione, e che combatte per tenere insieme, viva, ma che perde tutto e tutti, fino a dovere, inevitabilmente, passare per un percorso di rinascita.

Di nuovo, siamo noi il centro della storia. E’ attraverso il nostro corpo-sguardo-cuore di spettatore che la storia, già frammentata nei punti di vista e nelle collocazioni spazio temporali, ritrova il suo nuovo “centro”. Ora ci appassioniamo ad Helen e Cole, i perdenti, gli sconfitti, e le loro rispettive cadute.

Ma non basta, perché Allison e Noah ritornano, perché la loro vita nuova non è così fantastica come l’avevano immaginata, ed ecco un nuovo rovesciamento: questo cambio di prospettiva non funziona. Vivere assieme, avere una figlia, impegnarsi nel lavoro, sembra quasi provocare per forza una tragedia esistenziale. E quindi i nostri due insopportabili amanti vincenti, di nuovo, ci ricominciano ad assomigliare. Sono fragili, smarriti, incapaci di adattarsi anche loro. E in questo smarrimento ci catturano e ci riappassioniamo a loro.

Ecco: The Affair è un continuo viaggio di andata e ritorno tra i personaggi e lo spettatore. Un perenne slittamento dei sensi, dei punti di osservazione, dei nostri sentimenti per questi uomini e donne che sono così dannatamente imperfetti, insicuri, maledettamente umani…

Ma nel finale della seconda stagione – e non ci possiamo credere! – lo slittamento della percezione si esaspera ancor di più. E persino i personaggi minori come Max, il miglior amico di Noah, improvvisamente ci appaiono nella loro “magnifica debolezza”. Ma il cluou deve ancora arrivare, ed arriva qui:

In questa magnifica, delirante e straziante scena, scopriamo che il vero cuore rivelatore di tutta la storia, è in realtà un fantasma, quello di Scotty, il fratello drogato e alcolizzato di Cole. E’ lui che mette in moto tutto il meccanismo, la miccia che accende il cuore segreto della storia. E qui, dopo essersi illuso di poter tornare a condividere con il fratello, che ama, un’attività in comune, dà sfogo a tutte le sue frustrazioni in questa performance “dal vivo”, proprio al matrimonio del fratello. Un canto funebre pazzesco, proprio un attimo prima di diventare il fantasma, l’oggetto dell’indagine, che ritorna in flagranza. Crimine, amore, morte. Bentornato film noir!

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3 Responses to Il noir risorge, nella Casa del Sole nascente: The Affair

  1. luca says:

    Boh. Ho letto recensioni un po’ come questa, molto entusiaste. Personalmente dopo le prime puntate, indubbiamente interessanti, comincia una escalation di situazioni al limite del plausibile. Tipo: persone che puntano la pistola ad altre persone che vengono invitate a matrimoni (e questa non neanche la più assurda). Non lo so, una roba che assomiglia per alcuni aspetti più a una soap opera che a qualcosa di credibile. Vero è che la confezione è notevole, spesso ci sono dialoghi davvero ben costruiti, però da qui a dire che siamo difronte a noir di grande fattura mi pare che ce ne passi. La sensazione è che il brodo è stato allungato troppo.

  2. Anna says:

    Scotty non Colin è quello che tu chiami il fantasma.

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