In punta di piedi

Sono le due e quarantacinque del primo gennaio duemilatredici. Domani, se mi riesce, mi sveglio presto e vado sul mare.

Vado a trovare la sirena Parthenope. La troverò ad aspettarmi silenziosa, distesa come la maja desnuda, attenta a rimirare quella città che è sua. Vado a fotografare, a fissare, a immortalare nello stupido tentativo di capire.

So che non incontrerò, così com’è accaduto il primo gennaio di qualche anno fa, al Gambrinus, Amato Lamberti. Sarà stato il 2002, il 2003, non so. La città sonnecchiava e gran parte dei cittadini erano rincoglioniti dagli inutili bagordi di fineanno. Noi eravamo in due a fare colazione. Amato mi ha sorriso: ero stato suo allievo quando era assistente di Alberto Abruzzese. Assistente. Una parole al limite dell’insignificanza. Alberto era il re, il vate. Lui, una piccola figura nell’ombra.

Com’è possibile cibarsi, per tempi lunghissimi, d’insulse stupidaggini?

Amato Lamberti è stato Presidente della Provincia di Napoli dal 1995 al 2004. Durante il suo mandato ha incrociato quello di Renato Nicolini, assessore al Comune di Napoli, che pure abbiamo ricordato (e amato). E, come Renato Nicolini, anche lui se n’è andato. Ma in punta di piedi – pochi i riconoscimenti; e le parole, seppure ci sono state, non hanno fatto sufficiente rumore.

Amato Lamberti ha fondato una rivista che sfido a ricordare: Osservatorio sulla camorra.

Qualche tempo fa m’ero incaponito a voler far parte della redazione – ricordo bene quando Amato entrò nell’aula con qualche copia che posò sulla cattedra e che presi senza capire, senza apprezzare.

Un altro desiderio tardivo: Osservatorio sulla camorra non esiste più – e, comunque, qualcuno mi aveva già sconsigliato di intervenire, di cercare di farne parte. Chi scriveva per questa rivista veniva schedato, entrava a far parte delle liste nere redatte dalla camorra.

camorra è una parola che va scritta sempre con la lettera minuscola. Sono cose che s’imparano col tempo.

Amato compare in un film – Fortapasc – il film dedicato al giovane giornalista napoletano Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel 1985. Giornalista di cui Lamberti era amico e confidente.

Il rapporto di Amato col cinema è stato questo: un’anomalia non considerata pertinente da chi, come me, metteva al primo posto le puntuali analisi simpaticamente deviate di Alberto Abruzzese (che pure c’entra tantissimo con Nicolini e con Massenzio e con l’estate romana e tutto il resto). Il regno dell’immaginario.

Io inseguivo questo territorio, stupidamente attratto dall’immaginario, mentre, sotto di me, la terra bolliva e sputava sangue e fuoco. Parlo della mia terra, di Napoli, naturalmente.

Sbilanciato, credevo che il mio faro fosse Abruzzese, Abruzzese e i suoi saggi fantasmagorici: La Grande scimmia, ad esempio. O Pornograffiti. O Spettacolo e metropoli. Cose del genere.

Come un cretino, ignoravo la presenza di Amato che, intanto, già lottava nel buio, contro quella mostruosità immane che martoriava la mia città e la mia gente.

Amato Lamberti, piemontese. A lottare, in silenzio, contro la camorra. Mentre io mi perdevo nelle teorizzazioni su king kong. King kong. E Blade Runner. E Jena Plissken di Fuga da New York.

Insomma, mentre stavo dietro a queste intelligentissime cose, qualcuno, vicino a me, combatteva mostri reali. Cercava di spiegarmi come va il mondo. Tentava di chiarirmi quali erano le cose da fare, quali le tecniche di combattimento, quali le strategie di sopravvivenza.

Di questa cosa, di questa mia cecità – si sarà capito – ora me ne vergogno.

Ho dovuto far scuola di umiltà e girare documentari etnografici per imparare quanto contassero le pieghe della pelle di certe vecchine calabresi, solchi scolpiti dall’età e dalla morte di un figlio. Quella sì che è stata una buona scuola. Chi vuole raccontare storie dovrebbe partire da lì. Zaino in spalla, scarpe comode e calci nel sedere. Il cinema è questo. L’arte è questa. Sta nella vita. Nel sangue. Nelle pulsazioni aritmiche di muscoli altamente sensibili. Una vita che, talvolta, è maledettamente rozza, maledettamente pericolosa. Maledettamente dolorosa.

Insomma, qualche settimana fa ho scoperto che Amato se l’era portato via un male bastardo. E ora che volevo incontrarlo e chiedergli scusa – perché, chiaramente, sentivo di averlo trattato male, di non aver capito un accidente di niente – ora, questa cosa, mi era negata, preclusa per sempre.

Allora. Mi è duro pensare che domattina sicuramente non incontrerò Amato e che sicuramente non potrò offrirgli la colazione, sicuramente non potrò confessargli ciò che, in questo periodo, mi porto sul groppone. E’ un nodo che mi devo tenere, che nessuna bomba di maradona può cancellarmi dalla mente, che nessun fuoco d’artificio potrà incenerire. Questa ferita, questo fatal flaw, mi rimarrà dentro. Servirà a ricordarmi che non bisogna mai abbassare la guardia, che bisogna sapersi guardare bene attorno, che gli amici importanti si nascondono sotto mentite spoglie e che, poi, all’improvviso, senza che voi ve ne accorgiate, possono sparire. Lasciando, in voi, un desiderio e un inenarrabile vuoto.

Su questo vuoto, che non è un vuoto, potete ora costruire la vita. Che è vostra.

This entry was posted in STORY di Demetrio Salvi and tagged , , , , , , . Bookmark the permalink.