Innamorarsi a Napoli

A Napoli e alla sua esperienza “politica” napoletana, Nicolini ha dedicato due libri (Napoli angelica Babele, Rizzoli e PeramareNapoli, edizioni CLEAN). Sono il frutto di un desiderio e di una speranza. Rappresentano perfettamente i poli estremi di chi ci è stato e di chi non c’è stato più.

Il primo è quasi un diario, una sorta di sintesi sistematica di quello che è stato un anno “vissuto pericolosamente” all’interno della giunta Bassolino, quale Assessore all’Identità (più altra deleghe, quali quella al turismo, almeno per un certo periodo). Il libro esce nel 1996 e quell’anno – o quello successivo – ho conosciuto Nicolini a un incontro presso la sede del Teatro Pubblico Campano di Balsamo.

Intendiamoci: il tempo di una stretta di mano – lui era arrivato in ritardo mentre io m’ero sorbito tutta la discussione.

In quel periodo le nostre strade procedevano stranamente parallele: lui era l’Assessore all’Identità di una grande città, io l’Assessore alla Cultura di un piccolo paese alle porte di Napoli – Melito, per essere chiaro.

Melito di Napoli. Se Napoli è metafora dell’Italia (mi pare l’abbia definita così, una volta, Alberto Abruzzese) Melito è metafora della metafora.

La faida tra gruppi camorristici è iniziata a Melito prima di dilagare, in qualche modo, in tutta la città. Melito inglobata, incollata, risucchiata da Napoli. Non c’è soluzione di continuità, ormai. Il “piccolo paese” conta quarantamila anime, ammucchiate lungo un asse di non più di due chilometri.

Non posso fare a meno di citare questi fatti. Troppo intimo è il legame che, oggi, salda indissolubilmente Napoli al suo hinterland.

Ed è pericoloso sganciare le due cose, i due territori. I sindaci continuamente falliscono, talvolta pensando che i residui osceni della città possano finire sotto il tappeto della periferia…

Falliscono tutti.

E anche Nicolini, nel suo libro, prende chiaramente le distanze da un sindaco che pure deve essergli sembrato capace. Ma, questo, evidentemente, non basta.

Brecht fa dire al suo Galileo: “Felice quel paese che non ha bisogno di eroi”. Napoli non appartiene a questa categoria. Gli eroi, intendiamoci, scarseggiano ovunque. A Napoli ci si deve immolare – lo sa bene Saviano, no? – altrimenti non si va da nessuna parte. E, questa cosa qui, ovviamente, nessuno la vuole fare (si sente che sono napoletano, eh?)

La leggerezza, l’estrosità, l’intelligenza sottile di Nicolini è stata messa a dura prova da questa città. Le sue frequentazioni, a Napoli, parlano chiaro e il suo diario è un florilegio di belle persone che puntualmente conosce, delle quali puntualmente frequenta le case, partecipa alle cene.

Il sogno che si porta dentro è quello di coniugare intelligenze, moltiplicare le spinte esistenti, mettere a punto un piano capace di coordinare le eccellenze di cui questa città dispone.

Ma il Comune non lo fanno gli Assessori. Il Comune è una macchina mostruosa che gode di vita propria: basta fare un’esperienza come amministratore per capire quale sia il meccanismo reale contro cui ci si scontra. Non è solo la città stessa che oppone resistenza con tutte le sue forze a qualsiasi tentativo di cambiamento ma è proprio la macchina comunale che, immobile, rende difficile i movimenti. Non capire questa cosa è letale. Ma l’evento è invisibile agli occhi e nessuno ne parla.

Fatto sta che Nicolini si mette in moto. Sotto i suoi occhi scorrono i fiumi di un’intelligenza raffinata che si coniuga a creatività straordinaria. Eppure tutto diventa difficile, gli ingranaggi non scivolano come dovrebbero, la vita complicata dell’ente rimbalza nel privato e le anomalie di una città perversa e geniale Nicolini se le trova replicate tra le mura domestiche, fin nella casa dove vive con la sua compagna e le sue figlie.

“La Napoli che, in questo modo disordinato – un’immersione totale – conoscevo, era assolutamente una città moderna. Il pittoresco… semplicemente non lo vedevo”.

La città gli appare come un crogiuolo di alto e basso, di osceno e di metafisico, di popolare e di colto. Il rozzo non lo disturba affatto. E la spazzatura diventa parte integrante di un paesaggio che, in questo caso, l’Assessore vive solo marginalmente – l’emergenza vera verrà dopo, quando Bassolino e tutto il suo gruppo sarà andato – più o meno – via.

Nicolini si rispecchia nella città che vede quale entità aperta, condivisibile con il mondo intero. Napoli non appartiene solo ai napoletani ma è patrimonio comune, alla faccia di tutti coloro che la vorrebbero rasa al suolo, ricoperta dalla lava.

Nel suo immaginario, Napoli è la città del Terzo Polo televisivo, è la città libera, capace di imporre la propria lingua a chi l’aveva sconfitta. Napoli che non aveva messo al rogo nessuna strega.

Gli interessi poliedrici di Nicolini vengono soddisfatti dalla città nella quale vive dall’autunno del 1994 alla fine del 1997. “A Napoli mi sono sentito libero… M’illudo di avere un rapporto diretto con Napoli e non col potere… La colpa grave di Bassolino è di aver sperperato un patrimonio che andava oltre la sua persona, chiudendolo di nuovo nella logica di potere che ha finito per distruggerlo e far precipitare indietro Napoli. Mantengo un gran ricordo di lui, negli anni in cui era il mio Sindaco. Un lavoratore che non conosceva altri interessi. Con due brutte tendenze. Preferiva fare direttamente che delegare; e passava troppo tempo a telefonare ai giornalisti per limare le sue dichiarazioni, tanto da finire per scambiare la realtà con l’immagine”. Sono le cose che scrive in PeramareNapoli, pubblicato l’anno scorso, nel 2011.

Sono finiti i tempi in cui era possibile credere che “andare per gradi” e che l’impegno a  “ricostruire dopo una guerra” fossero strategie e obiettivi praticabili, capaci di portare al successo. Dopo quasi quindici anni gli scenari sono cambiati. O non sono cambiati affatto. L’immagine della Napoli rinata si contrappone, tragicamente, alla Gomorra che ride beffarda. Tra camorra e spazzatura non c’è spazio sufficiente per narrare favole felici ai turisti.

Il baratro di questi anni si trasforma in un affettuoso ricordo che Nicolini dedica al nuovo Sindaco. Anche lui si porta il carico di tante aspettative…

Puntini sospensivi. In PeramareNapoli ce ne sono infiniti. Quasi come a voler prolungare la frase con un gesto, una spinta a fare, un movimento che, però, si nega – un pessimismo che coglie, come al solito, chi ha molto inutilmente amato.

Anche qui ritornano i luoghi comuni della realtà napoletana: teatri, università, musei, istituzioni. Materiale multiforme che potrebbe trovare un’armonia – da qualche parte, in qualche modo. Un’armonia scomposta che solo una mente geniale – e quella di Nicolini sicuramente lo era – può ricomporre. Dare un senso a ciò che è multiforme, irriducibile.

Napoli, in qualche modo, gli sfugge, gli è sfuggita. La sua capacità di muovere le masse si è infranta, suo malgrado, sui bastioni di una città voluttuosamente irrispettosa.

Senza venir meno al suo mandato, Nicolini ha partecipato alla città che continua a sfuggire, che si trova sempre in un altrove, che esibisce chiaramente i suoi labirinti – che rimangono problemi irrisolti.

Nicolini in Napoli angelica Babele racconta di come si sia “smarrito” a Scampia. Racconta della difficoltà di trovare la sede della circoscrizione e, per me che ci vivo da trentacinque anni, la cosa fa un po’ ridere.

Scampia è un rettangolo semplicissimo. Dove però è normale perdersi. E’ il luogo dove alberga, di questi tempi, il cuore della città. Il cuore pulsante e vivo. Napoli è un organismo strano: il suo centro non coincide necessariamente col centro. Bisogna cercarlo ogni volta e rifare il punto, rimettere a posto la composizione bizzarra della città.

Ma questo i nostri Sindaci non lo capiscono. Non voglio pensare che lo capiscano e che, sapendo quanto sia pericoloso mettere mano a tutto ciò, evitino lo scontro.

Sfortunatamente Nicolini parla poco di Scampia e poco della camorra. Gomorra esce nel 2006. Bassolino si arresta ai film di Capuano e di Corsicato che utilizzano scenari e personaggi per messe in scene ironiche o drammatiche, dichiaratamente e programmaticamente narrative. Fanno arte, insomma. Cercano i sensi senza sporcarsi le mani.

Il dolore che assale Nicolini è tutto in questo libro. Teatri, cinema, musei (il Pan, il Madre), l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Gerardo Marotta: realtà sull’orlo di un baratro che, come una mostruosa realtà, inneggia alla rottamazione della cultura… Il suo, sembra un tentativo estremo: conclusosi il suo impegno da Assessore, si affida a un libro per ipotizzare strategie, per suggerire traiettorie. Si chiede ancora cosa sarebbe dovuto e potuto essere il teatro Mercadante e come sarebbe stato bello se Napoli fosse diventato veramente il Terzo Polo televisivo. “Il sogno dell’architetto è il progetto…” e, da qui in poi, per una trentina di righi, a volo d’uccello, prende forma il desiderio. Si parla delle vele e di Scampia, di Ponticelli e di Ercolano, di Gomorra e della camorra. “L’architetto ama particolarmente ciò che è difficile…”

Il Nicolini che torna a Roma non rinuncia a testimoniare il suo innamoramento profondo, assoluto, passionale per Napoli. Il legame con la città è vivo e vitale. Rimane l’unico motivo reale, impalpabile ma serio, coerente, fortissimo, che gli permette di continuare a sperare che questa città, in un modo o nell’altro, possa ancora farcela…

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