L’evoluzione inciampa… tra Sanremo e Madrid

Essere o dover essere pare sia il dilemma amletico principale dell’era moderna e quindi una scimmia nuda che balla non inciampa, bensì rivendica naturale opacità. La troppa definizione, la trasparenza porta all’apartheid. L’opacità non è un muro, lascia sempre filtrare qualcosa

Gigi D’Alessio si è lamentato della giuria di qualità e di quanto fosse poco “chiara”, non evoluta all’ascolto della musica pop, di cui sente di essere degno rappresentante, a favore della musica “dance”, quella miscellanea che imperverserebbe sulle radio nazionali e ormai anche al festival della canzone. Sarà, ma l’impressione è un’altra: essere o dover essere pare sia il dilemma amletico principale dell’era moderna e quindi una scimmia nuda che balla non inciampa, bensì rivendica naturale opacità. La troppa definizione, la trasparenza porta all’apartheid. L’opacità non è un muro, lascia sempre filtrare qualcosa. Cespuglio o cactus? Quale rappresentazione dell’evoluzione più attendibile? E, se la vita si distrae, gli uomini cadono proprio sul cactus, non c’è dubbio. Occidentali’s Karma…

04_madrid_napoliL’evoluzione si è fermata a Madrid, dove anche il calcio ancora una volta, come la vita, dimostra che le grandi attese collettive, orientando miliardi di persone verso valori di libertà e giustizia, formalmente proclamati benché scarsamente praticati, hanno lasciato il posto agli immediati dintorni della propria esistenza. L’uno contro uno vince sul gruppo. Anzi, l’uno contro nessuno… A Madrid 11 individualisti affamati si sono dedicati a ritagliarsi una loro fetta di cielo in terra, a fabbricarsi utopie in miniatura quale surrogato delle principali ideologie collettive, ormai percepite come inadeguate a guidare individui, popoli o squadre di calcio verso un futuro dotato di senso. L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre. Appare, infatti, oggi molto più credibile che nel passato a causa della percezione dominante, di essere più esposti all’imprevedibile e, di conseguenza, anche meno capaci e meno desiderosi di mettere a fuoco l’indeterminato senso dell’ignoto. Bene quindi, se Bellocchio (il più opaco di tutti) fosse stato l’allenatore del Napoli a Madrid, cosa avrebbe fatto? Con il senno di poi avrebbe comunque provato negli spogliatoi, dietro le quinte, fuori dal quadro verde, a far capire che cambiare identità alla squadra, come un abito smesso o assemblarsi modularmente restando immuni da conflitti non è poi tanto facile, come non lo è isolarsi narcisisticamente da un più vasto contesto di eventi e di tempi, ancorandosi al “now” e al “no future”: il passato possiede una propria vischiosa tenacia e il futuro (il ritorno fra qualche settimana a Napoli) una carica di inquietudine che finisce per stanare chi si rifugia nel presente immediato. Ma perché nel calcio, sport collettivo, una squadra come il Napoli, tra le migliori in circolazione come organizzazione di gruppo, non spadroneggia ovunque e perde invece nettamente contro il Real Madrid, la squadra individualista più devastante al mondo? Fuori dagli schemi c’è da ricercare la risposta evidentemente: l’evoluzione del calcio inciampa…

KounellisFuori dal quadro proprio come auspicavano Massimo Fagioli e Jannis Kounellis, andati via pochi giorni fa. Quest’ultimo non stava dalla parte dell’astratto, soprattutto se implicava un’alta temperatura emotiva di carattere soggettivo, ma nemmeno da quella del figurativo. C’è un film di Ermanno Olmi, del 2006, sull’allestimento di una sua mostra, che meriterebbe decisamente nuova luce. La pittura, appunto, doveva essere libera di dilatarsi da ogni lato. Kounellis ha raccontato la prima civiltà industriale e quei dodici cavalli vivi che nel 1976 porta alla Biennale di Venezia, certo non bivaccavano tra i canali o si tuffavano nelle acque torbide, come turisti senza meta, ma erano punti di passaggio tra la realtà e l’archetipo immaginato, arte povera senza fieno o feci a terra, privo di disegno ma non di progetto, polisensoriale occidentali’s karma: nero di fumo, il bigio del ferro, il blu del fuoco delle bombole a gas, il rosso sangue delle carcasse di bue, l’odore della grappa che satura la stanza da mille piccoli bicchieri posati a terra, una rosa recisa che appassisce…

fagioliIl “diavolo in corpo” è “la condanna” (fagiolini al bellocchio), sono ricette master, di chi, come Massimo Fagioli, neuropsichiatra pop (così piacciono a D’Alessio), che detestava Freud e inneggiava la terapia di gruppo, l’analisi collettiva, sceneggiatore/plagiatore di passaggio, ricorda un po’ Jep Gambardella di Sorrentino, esponente della “gauche al caviale”, espulso dalla società psicoanalitica italiana, e estremo difensore della dialettica, altro che apologista dello stupro fisico e simbolico. Il rifiuto accademico dell’analisi collettiva (ma quei seminari a Trastevere, aperti a tutti, erano a sottoscrizione o a ingresso libero?), per Fagioli probabilmente è da motivare, più che dal suo presunto carattere anti-individualistico, dal suo legame, storicamente e politicamente consolidato, con i dolorosi processi collettivi di standardizzazione e di subordinazione delle coscienze, promossi da poteri politici nuovi e talvolta dispotici. Massimo Fagioli, capo di una “setta” di fagiolini, ha suggerito idealmente il sogno della farfalla, il sogno della ricerca dell’armonia nella malattia mentale: l’uomo non è una miscela, non un moto, non una sostanza come l’anima. L’uomo è opacità perché la vita a volte si distrae…

 

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