Metti una sera a cena

Qualche settimana fa sono riuscito a ritagliarmi uno spazio di tempo “felice”, capace di contenere una cena tra amici, un bel po’ di chiacchiere e un visionamento inconsueto.

Intendiamoci: lo sapevo bene cosa mi voleva proporre Francesco. Aveva girato col fratello Maurizio e in collaborazione con la moglie, Giuliana, un documentario e me lo voleva mostrare. E, poiché mi vuole veramente bene, s’aspettava un giudizio illuminante, chiarificante.

Tendenzialmente cerco di sottrarmi a queste richieste, soprattutto se mi vengono proposte da amici. Ho le mie buone ragioni. Innanzitutto non sono un critico cinematografico – anche se ho scritto un po’ di articoli e se faccio parte del gruppo che dirige una rivista d’ormai pluriennale informazione e critica (appunto) cinematografica. Mi manca l’aplomb e, soprattutto, mi mancano le conoscenze, le frequentazioni, i visionamenti.

A questo aggiungete che non ho la faccia tosta di spiattellare recensioni negative e, al contempo, sono fisicamente incapace di nascondere il disappunto se ciò che vedo non mi piace, non mi convince. Annego, insomma, in un mare di contraddizioni che non so gestire, che mi dilaniano e, alla fine, mi fanno star male.

Ma questa volta, stranamente, ho ceduto.

Dopo una cena gustosa, mi sono accomodato in poltrona e, su uno schermo di giuste proporzioni, mi sono goduto un documentario coraggioso, verace, privo di fronzoli. Questo mi ha permesso di rilassarmi e di sprofondare in un immaginario per niente scontato, determinato e complesso che vive non molto lontano da casa mia.

Le stanze aperte è una docufiction, un documentario che, facendosi aiutare da elementi ricostruiti, racconta ciò che avviene nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario del carcere di Secondigliano, a ridosso del Rione Scampia che certamente vi ricorda qualcosa. Un documentario che ricorre a momenti di finzione per spiegare meglio, per arricchire con note e approfondimenti una storia potente, che non lascia dormire sonni tranquilli.

E’ da un po’ che vado blaterando su nuove ricostruzioni dell’immaginario che tecnologie e web potrebbero permettere: sono cose che conoscono molte bene youtubers come i Jackal o come Canesecco, che coniugano straordinarie abilità registiche con sapienti interventi di postproduzione – il tutto rinvigorito da una conoscenza per niente superficiale del web.

I Jackal e Canesecco sono bravissimi a mettere assieme competenze tecniche, abilità creative e generi funzionali: raccolgono idee dalla nostra tradizione comica nazionale (e sì che noi italiani siamo proprio bravi a far ridere!) e affondano con potenza i loro denti aguzzi nella carne più ricca della produzione statunitense, tra cinema fantastico, action movie e serialità. Mettono mano, insomma, a ciò che sarà il cinema del futuro.

Eppure, per fare questo, certo non possono mettere da parte operazioni intelligenti e piene di vita vera e muscolari come quella messa su dai fratelli Giordano che sfruttano i mezzi leggeri (ed economici) del contemporaneo per raccontare una storia tutt’altro che scontata, tutt’altro che “piacevole”. Le stanze aperte è un cazzotto nello stomaco che gode della poesia che ci ha regalato Corso Salani in tutti i suoi film.

Attardarsi sui volti, scavare nel passato, lasciare che le parole “libere” di questi uomini che restano ancorati a quegli spazi da un “senza fine pena” che li inchioda irrevocabilmente a una vita ottusa e oscura, non è assolutamente piacevole. E’, invece, assolutamente necessario. La realtà irrevocabile ci viene mostrata senza che ci sia via di fuga e le porte aperte che caratterizzano queste celle di una prigione che vorrebbe diventare qualche altra cosa (senza sapere cosa) si infrangono nel riquadro che la macchina da presa, irrevocabilmente, definisce, sanziona.

Ovviamente mi chiedo quale sarà il percorso che vivrà questo lungometraggio. Mi chiedo quali saranno i meccanismi di mercato che ne permetteranno la diffusione o quali le logiche economiche  che impediranno, anche questa volta, a un oggetto così prezioso di circolare com’è giusto che sia.

Ancora una volta cerco di capire in che modo il web ci salverà o ci sotterrerà. Spero solo che progetti coraggiosi come questo continuino a venir fuori, concedendoci, una volta di più, la possibilità di riflettere, di pensare, di sognare strategie utili per un mondo veramente migliore.

 

This entry was posted in STORY di Demetrio Salvi and tagged , , , , , , , . Bookmark the permalink.