Napoli siamo noi

Quando parlo della mia città, lo faccio sempre portandomi dentro un certo imbarazzo. Imbarazzo dovuto al fatto che il mio è stato un innamoramento tardivo – tante volte l’ho tradita, sono andato via, ho preferito un’altra.

Poi, in qualche modo, improvvisamente, mi è apparsa in tutto il suo ineffabile e imbarazzante splendore. Certo, la parola splendore meriterebbe un approfondimento e potrebbe non apparire pertinente, ma voglio lasciarla lì, a farla decantare, nel tentativo di recuperarla più tardi, con la speranza di giustificarla meglio.

Fatto sta che, tra i tanti film che mi sfuggono, mi stavo perdendo anche Indivisibili – che, in effetti, parla di una Napoli più defilata, meno facilmente riconoscibile, deragliata in un territorio bagnato da un mare che non riconosco.

indivisibiliNon so dire bene se il film mi sia proprio piaciuto: l’ultima proiezione nell’ultimo cinema per me raggiungibile, in quel d’Aversa, cittadina in provincia di Caserta, non proprio dietro casa.

Ma ci tenevo a vederlo e mi ha dato godimento anche una storia che mi è sembrata imperfetta, imprecisa, con un ritmo monco che pure si porta dentro una forza che vale bene praticare, conoscere, seguire. Anche perché una Napoli senza camorra, di questi tempi, già suona quale evento originale. E se a questo aggiungiamo una relazione non proprio cristallina genitori/figlie, con zii e parenti al seguito, compreso uno strano prete che pure mostra di avere un senso, non solo nella storia ma proprio nell’immaginario condiviso di ciò che intendiamo per Napoli, ecco che l’operazione acquista consistenza, peso, forza.

Poi, magari, quasi per caso – ma qui il caso c’entra poco – ti capita, il giorno dopo, di riprendere la presentazione di un disco (Mozzarella Nigga di Maurizio Capone & BungtBangt) e, pure, ricostruisci un senso di quello che sta avvenendo nella tua città. E lo ricostruisci proprio grazie a Maurizio Capone che, con le sue musiche e i suoi strumenti, da molti anni, continua a opporsi a una realtà che è quella di chi critica o nicchia o urla ma che, copertina-mozzarella-niggasostanzialmente, rimane là, a guardare i disastri che vengono perpetrati sul corpo di una città che non vuole morire e che, anzi, ora più che mai, dimostra di essere capace di andare controcorrente, capace di mettere fuori certi aspetti profondi che la gente – massì, parlo proprio della gente che viene a visitarla, dei turisti felici che ne attraversano le vie e ne mangiano i frutti – riconosce istintivamente. Napoli è una città-anima, capace di mettere fuori l’inconscio collettivo che appartiene ai suoi abitanti e alle sue pietre.

Da questo punto di vista Maurizio Capone fa da cassa di risonanza a questa voglia di fare, a questo muoversi per il cambiamento che parte proprio dal basso e dai più giovani: sono i ragazzi dei centri sociali quali Lo scugnizzo liberato o dello ZeroOttoUno, a rimboccarsi le maniche e che trovano in Maurizio il cantore dei propri bisogni, delle proprie attività, del proprio modo di vedere la politica e il mondo. Senza riconoscersi in un partito, sono questi giovani a portare avanti lotte che supportano idee e pratiche, azioni e progetti chiari, facilmente comunicabili, scomponibili in attività e in un fare non ipotetico ma proprio possibile. In questo senso, viene subito fuori una convergenza di idee che Maurizio porta avanti, testardamente, da anni, nonostante il vento forte che gli soffia contro.

Intendiamoci: questo fare non tiene fuori nulla e certo non ignora i malesseri profondi che attraversano tutta Napoli. Tanto è vero che Capone è stato l’unico cantautore che ha fatto, della sua musica, un vettore funzionale all’analisi feroce d’una realtà che lo ha spinto a scrivere e a cantare invettive contro la camorra – mi appartiene questa idea che lo Stato possa pagare chi scrive e canta canzoni che si oppongono alla criminalità organizzata -, invettive che diventano immaginario, che strutturano la mente, che vanno al di là del pensiero e si trasformano in abito mentale.

Il disco di Maurizio è strutturato come canto trascinante che mette in gioco argomenti del sociale – ma senza che questo discorso si trasformi in pratica sociologica o linguaggio concettuale. Al contrario, Mozzarella Nigga viaggia nei territori più complessi del pensiero emozionale – pensiero irregolare nell’andamento, furioso nel ritmo.

E se a questo aggiungete che le musiche suono suonate con strumenti non convenzionali, con oggetti del vivere comune (una scopa, due tazzine, il piano di una scatola, un enorme contenitore di plastica), tutto acquista un sapore più profondo, meno scontato. Anche perché, di questi strumenti così costruiti, utilizzando materiale riciclato, proprio, a un certo punto, ne perdete traccia. Siete attratti da un suono irresistibile, talvolta tribale ma anche incredibilmente raffinato, che stupisce l’orecchio, lo smarca, lo lascia inebetito dalla presenza di armonie e di suoni sconosciuti, molto più evocativi eppure veri e proprio suoni capaci di generare musica.

Forse non è blues-metropolitanoun caso – certo che NON è un caso – che Capone, giovanissimo, fosse uno dei protagonisti (con Peppe Lanzetta, Pino Daniele, Marina Suma…) di un film meravigliosamente imperfetto – Blues metropolitano – che Salvatore Piscicelli ci regalò – verrebbe da dire – in anni non sospetti.

Salvatore Piscicelli è stato un anticipatore, assieme al commediografo Annibale Ruccello, di temi e riflessioni che, poi, a un certo punto, sarebbero esplosi nei racconti che si sono succeduti rapidamente col cinema, per intenderci, degli Antonio Capuano, dei Mario Martone, dei Pappi Corsicato – un cinema bassoliniano che, di questo sindaco, ha vissuto tutti i lati, quelli più brillanti e quelli più oscuri (questi ultimi descritti da un assessore meraviglioso – Renato Nicolini – che per troppo poco tempo aveva potuto partecipare alle vicende di questa città, con la quale si coniugava magnificamente).

Fatto sta che Maurizio Capone ha continuato a battagliare anche quando tutto sembrava ormai perso, inghiottito da logiche perverse capaci di trasformare in oro solo il marcio. Maurizio ha fatto il percorso inverso: invece di ricercare il marcio dappertutto, ha cercato ciò che può esservi di buono tra i rifiuti: la sua filosofia ecologista, però, rimanda ad altro. Rimanda a riflessioni più profonde, capaci di mettere assieme disperazione napoletana e urlo africano, capace di fondere pensiero politico a riti sciamani. L’Africa è la sua terra d’origine ma è, al contempo, l’ennesima metafora, è la Madre Terra, è l’origine non dell’Universo ma di quella realtà che chiamiamo uomo. Da questo punto di vista la sua musica mette assieme tutte queste cose e il cd appena uscito, chiude il cerchio e rilancia su quelle che sono le sfide che ci aspettano. Senza paura e senza tregua, incurante del tempo, fiducioso e pieno di desiderio di cambiare, in qualche modo, questo mondo, Mozzarella Nigga ci attraversa, ci mette al centro d’un turbinio di emozioni dalle quali non vorremmo mai uscire, emozioni che nessuna droga è capace di soddisfare. Un piacere sensuale attraversa le sue canzoni che ci ricordano che c’è ancora molto da fare – ed è per questo che l’unico gesto giusto rimane quello del mettersi in cammino, e fare.

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