[Oberhausen] figure sagome metamorfosi

La linea che fa da (m)argine per la figura, la tensione del corpo che cerca di sfuggire al suo confine fisico, la vertigine della metamorfosi che si trasforma in desiderio d’incompiutezza e si spinge nell’abbraccio confusivo con lo sfondo. L’insistenza su questo tema di alcuni dei lavori più interessanti selezionali quest’anno per il concorso MuVi International del Festival di Oberhausen era di per sé un’incitazione a sfidare l’arroganza del limite imposto dalla forma alla figura.

 

L’immagine, del resto, che – da Myubridge in poi – cerca di contenere il movimento di quella figura nella sagomatura cangiante del suo corpo, mantiene in sé il paradosso di fissare lo sfondo per lasciar emergere il contorno. Lo sa bene il 3D, d’altronde, che è l’ipotesi continua di una sagomatura di porzioni di figura da staccare dal quadro, parti di immagine da sollevare come un lembo di vita dallo sfondo piatto.

Già il margine rettangolare del frame, del resto, è un oltraggio all’arroganza della figura che pretende la sua interezza, alla lotta perpetua tra il Campo e il Piano per la preminenza tra sfondo o figura. E poi c’è il gioco del cinemascope che sfida la verticalità del corpo eretto nell’orizzontalità spinta dello schermo, oppure l’illusione della figura che, in virtù del “green screen”, si libera dalla fisicità dello sfondo, dai rigori dello spazio…

Provo allora a mettere insieme tutta questa confusione cogliendo alcuni suggerimenti scaturiti da Oberhausen, giocando queste Visioni tra il margine del corpo e l’inversione prospettica della figura e dello sfondo che dialogano tra loro.

Parto dal gioco lineare del belga Antonin De Bemels, che in Sea of Roofs lavora sulla materia elementare dello sfondo bianco solcato da una linea e due punti, in danza tra loro per definire il gioco di una sagoma che si oppone a se stessa:

 

Il bisogno di sovrapporre figura e sfondo, istinto realistico che dal fondale/quinta teatrale del set si spinge en plain air, diviene pulsione di mimesi, gioco di confusione e mascheramento tra il corpo e lo spazio: lo capisce bene Dracy Prendergast, giovane animatore australiano di ascendenza indubbiamente gondryana, che nel video ufficiale dell’hit di Gotye Somebody That I Used To Know gioca proprio su questi elementi, dando al dialogo tra corpo e colore una consistenza organica rilevante:

 

Il francese Yves-Marie Mahé gioca invece sul rapporto di scansione temporale che intercorre, nella fissità del quadro, tra sfondo e figure multiple che si muovono su di esso. Lo spunto viene da un set di Eric Rohmer, che Mahé oltraggia nella torsione stroboscopica di frammenti che propongono figure in entrata/uscita da una porta su uno stretto corridoio. Il titolo del lavoro è irriguardosamente… Pauline à la plage, les autres dans le couloir :


Non è più questione di Spazio/Tempo, invece, in The Spectres of Veronica dell’artista multimediale croato Dalibor Baric, che smaterializza la tensione irrisolta tra lo sfondo e le figure in un gioco gotico di sagomature e riempimenti, maschere e trasparenze, sovrapposizioni multiple e intarsi visivi, in cui la fantasmatica visione dialoga con l’antica pregnanza fotografica della figura:

Siamo ai limiti del caleidoscopio, la pulsione cangiate del rapporto tra la figura e la sua disposizione sullo sfondo che produce la tensione perpetua di un rapporto tra la finitezza dell’oggetto e la sua fuga verso l’infinito.

Definisce molto bene questa tensione estrema verso il caleidoscopio And And del giovane ma già molto affermato animatore giapponese Mirai Mizue, dove è tutto un susseguirsi di mutazioni embrionali, di confusione tra cellule fecondate di immaginifica vitalità:

 

This entry was posted in VISIONI di Massimo Causo and tagged , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.