‘Si muore solo due volte’, il cinema su carta di Umberto Lenzi

IMG_0796Un criminologo alle prese con un’indagine complessa e seducente è il protagonista dell’ultimo romanzo giallo del regista Umberto LenziSi muore solo due volte’ (GolemEdizioni). Renzo De Gemini, questo il nome del criminologo, non ha il coraggio del commissario Tanzi (Maurizio Merli) in ‘Roma a mano armata‘ o la pazzia funesta di Sergio Marazzi alias il Gobbo (Tomas Milian) nella ‘Banda del gobbo‘. De Gemini è un mastino dai modi desueti. Ho incontrato Lenzi, uno dei fondatori del poliziottesco all’italiana, a Roma alla presentazione della sua ultima fatica o come ha spiegato “il suo cinema su carta“. Nell’intervista che segue si parte dal libro per arrivare al cinema italiano; “che si crede autoriale”, a Tarantino “un mio discepolo dice lui” fino alla sfacciata confessione del maestro Lenzi di non andare più al cinema perché non “non mi piace più”. Buona visione

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Cinema e vita. Vasi Comunicanti o Dorian Gray?

Poi però succede che ad un certo punto l’opera si stacca da terra, fa un passo indietro verso il mondo e lontano da te, in qualsiasi modo essa sia e a qualsiasi finale sia approdata, e decide di andarsene, di non essere più tua, sia che abbia avuto la forza di aderire totalmente al tuo primo pensiero sia che abbia deciso di essere diversa, per amore o per istinto di sopravvivenza – così, semplicemente, in un giorno qualunque, il frutto del tuo lavoro, in questo caso il film, prende e se ne va, e tu non puoi farci più niente, forse nemmeno capirlo.

Difficile capire spesso cosa scorra attorno. Il mare del tempo ingrossa le proprie onde sotto i colpi di un vento incessante e negli occhi si riversano visioni sparse, sensazioni vivide di un passo che si muove su di un filo sottile senza istruzioni o rete di salvataggio. La prima immagine salvata è stata quella della zattera (vd. post precedente), e mi è parso un modo meraviglioso di scivolare sulla frenesia del mondo. E nel mentre che seguivo questa lenta deriva facendomi trasportare dalla corrente calda dei pensieri e aspettavo di capire quale sarebbe stata la seconda istantanea di questo viaggio, è successo che “Biografia di un amore”, il mio ultimo film documentario, ancora imbrigliato nella maglie della post-produzione e di un’attesa incerta, sia stato selezionato in concorso ad un festival per il quale io e la mia squadra nutrivamo diverse speranze. Meglio togliersi subito dall’imbarazzo: no!, non vi sto dicendo questo per parlare del mio ultimo film documentario (almeno non ora), e no!, non dirò il nome del festival al quale siamo stati selezionati (non posso e non è questo il punto).

Germano-Pacelli-1024x567Il punto è quello che ho provato, un concentrato di gioia, sfinimento e liberazione, al quale ormai ho cercato di fare una disperata abitudine e che mi ha fatto subito pensare alla strana storia del rapporto tra un’opera in dirittura di arrivo e la vita stessa del suo autore, di colui che un giorno ha pensato che di quell’oggetto ancora senza definizione ce ne fosse un dannato bisogno. Ed è qualcosa che difficilmente riesco a spiegare: perchè non è proprio un sentimento immediato quello che coniuga il desiderio di raccontare una storia, di strapparla al proprio vissuto, con i sacrifici necessari perchè quella necessità possa diventare qualcosa di più che uno sbaglio sull’orizzonte del superfluo, e il legame totale, quasi carnale che unisce l’opera finita al suo autore, incapace ormai di riconoscersi nell’immagine di un sé annegato in un tempo ormai lontano. Mi è venuta così in mente l’immagine dei vasi comunicanti: perchè in fondo è un po’ così, i tuoi sguardi, i tuoi pensieri, la tua esperienza, il tuo sentire, tutti mescolati in attesa di scivolare lentamente dalla tua vita dentro qualcosa che sappia esprimerne un’idea unica, in un passaggio diretto ed inevitabile tra la vita e l’arte che ne è il suo abbagliante riflesso: in questo caso, vita e cinema.

Poi però succede che ad un certo punto l’opera si stacca da terra, fa un passo indietro verso il mondo e lontano da te, in qualsiasi modo essa sia e a qualsiasi finale sia approdata, e decide di andarsene, di non essere più tua, sia che abbia avuto la forza di aderire totalmente al tuo primo pensiero sia che abbia deciso di essere diversa, per amore o per istinto di sopravvivenza – così, semplicemente, in un giorno qualunque, il frutto del tuo lavoro, in questo caso il film, prende e se ne va, e tu non puoi farci più niente, forse nemmeno capirlo. E non c’è dubbio alcuno che era quello che volevi, che avevi desiderato iniziando anni prima quel cammino, e ancora meno dubbi ci sono su quella sensazione di liberazione mista orgoglio che provi pensando al fatto che fino a poco prima quella cosa lì, quella cosa fragile che sta camminando ormai da sola lontano da te, non esisteva, e sei stato tu a renderla possibile, dono per vite altrui. Qualcosa però nel crescendo confuso delle sensazioni non quadra. La tua bocca non sorride. Vorrebbe, ma non riesce. Le tue mani non sono ferme, ma tremano. Il tuo respiro non è mosso dall’eccitazione, ma dal vuoto, forse dalla paura. Quella cosa fragile, ormai uno sbuffo alla fine del cielo, sembra ormai lontana, e non c’è niente che possa trattenerti dal pensare che alla fine di tutto quel lavoro di anni, di gioie, dolori, rinunce, sorrisi, delusioni, a te non rimanga niente, che quanto fatto sia ormai solo e soltanto dello spettatore e che quella cosa fragile ormai svanita sull’orizzonte non si sta portando via solo anni di lavoro ma anche un pezzo di te, reale, che mai più tornerà indietro. E per un momento, se pur sottile, ho al contempo provato amore per quel pezzo di vita che si liberava di me e odio per la ferita che non mi avrebbe più abbandonato.

Doriangray_1945Così mi sono rivisto il principio dei vasi comunicanti. E mi sono guardato, dentro intendo, e ho guardato il mio film, davvero però, dritto negli occhi. E qualcosa non tornava, perchè di me vedevo il fondo scoperto ed umido di un contenitore vuoto, mentre il film traboccava di qualcosa che fino a poco prima era mio ed ora invece era altrove, fuori da me. E mi sono venuti alla mente Oscar Wilde e il suo Dorian Gray, non tanto per quel fatto dell’eterna giovinezza, ma più per quel maledetto rapporto con il ritratto che invecchia al suo posto e la tragica fine nella quale l’eterno giovane Dorian affonda il coltello dentro la tela sperando di liberarsi dai rimorsi e dai sensi di colpa. Solo che in questo caso, come in un paradossale gioco di specchi, ero io a sentirmi il ritratto, con tutte le cicatrici della vita addosso, con i segni indelebili sull’anima, con il tempo che scorre e lascia irrisolti e pieni di domande senza risposta, ed il mio film sembrava la cosa reale, e stava là fuori, ad osservare beffardo la mia stanchezza, sicuro della sua nuova e fresca energia. E non c’era comunque dubbio che fosse giusto così. Perchè l’arte, e quindi il cinema, se espressi con amore e sincerità, non possono che essere tutto e quindi toglierti tutto. Perchè ”il film di cui ci illudevamo d’essere solo spettatori è la storia della nostra vita” (I. Calvino), e a questo non posso fuggire. Perchè la vita è un flusso e non puo’ essere arginata, ma puo’ solo scorrere.

Così ho finito per ricordarmi i motivi per cui faccio questo mestiere, capendo perfettamente perchè un regista riveda con fatica i propri film, e spesso li nasconda. E ho finito per accettare la rabbia e la solitudine che il limbo compresso tra vita ed arte comporta, lasciando questo vuoto lambire i bordi più estremi dell’anima mentre il film scompariva all’orizzonte; e ho sorriso.

Non resta ora che attendere il giorno in cui lo squarcio di una pugnalata tesa mi coglierà improvviso: perchè sarà quello il momento dove tutta la vita tornerà di nuovo, come un’onda anomala, a scorrermi nelle vene. Vedrò di farmi trovare pronto. Alla prossima.

 

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VISIONI – 24 fotogrammi da Austerlitz

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E insomma sono lì che vedo Austerlitz e non riesco a smettere di pensare a Jurassic Park, forse anche con un pizzico di senso di colpa…Quando, d’improvviso, lì sullo schermo appare nel film una finestra. E un’immagine mi parla.

Ci sono volte in cui persino i film più apodittici aprono varchi nella loro evidenza, squarci magari fuggevoli, che arrivano improvvisi come a rivelare le tue suggestioni e le trasformano in verità.

Sono come attimi che dialogano con te, col tuo sguardo e ti dicono che quello che stai sentendo in un angolo della tua testa di spettatore è qualcosa che sta davvero anche lì, nel film che stai vedendo. Il fatto è che il tuo dubitare è la richiesta di una verifica impossibile (in/certa diceva il Baruchello che andava per spezzoni di pellicola con Grifi…), la richiesta di un confronto con gli intenti (no, le intenzioni quelle no…) di un autore che magari sta lavorando lì, tra le immagini, senza coscientemente cercare quello che tu stai trovando in esse. Manipoli il tuo sguardo facendo zapping tra i canali del tuo presentimento, ipnotizzato dall’astrazione libera che il pensiero si concede negli interstizi tra il vedere e il guardare.

Qualcosa del genere mi era successa a Venezia 73, mentre guardavo Austerlitz di Sergej Loznitsa. Che mi sembrava un film sulla memoria non tanto nel senso dell’Olocausto (o meglio sì, certo, anche in quello, evidentemente…), quanto nel senso dell’abitare il Tempo, dello stare nello spazio in cui la cronologia è immobile, dove lo scorrere implacabile dei secondi assume l’eternità di un fermo immagine imposto al ricordare.

Il mausoleo della sofferenza, della disumanizzazione dell’uomo, offerto allo sguardo di Loznitsa dal lager di Sachsenhausen è osservato dall’autore come il nonluogo del Tempo, l’azzeramento del divenire in cui la coazione a ripetere dei visitatori di oggi ricicla il regime dei prigionieri di ieri.

E non è tanto la smaccata e evidente volgarità del loro stolido comportamento a essere mostrata, non è l’assurdità dell’atteggiamento turistico che assumono a ferire, quanto la loro assenza al Tempo, il loro essere deportati fuori dal Tempo, sradicati dal presente (il classico hic et nunc) esattamente come dal passato esposto in quel luogo. Incapaci di capire davvero dove stanno e cosa stanno facendo ora esattamente, come fossero scollegati dalla consapevolezza di ciò che è accaduto in quello spazio che continuano a fotografare.

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L’ammasso di corpi turistici, il loro vagare privo di coscienza, come di revenant romeriani chiusi in un assurdo mall della memoria, il regime disincarnato del loro abitare quello spazio, è uguale e contrario a quello inflitto ottant’anni prima ai deportati, tanto quanto genialmente riprodotto da Loznitsa per me, per la mia esperienza di spettatore coattivo di quello spettacolo.

Eccomi dunque lì, nel buio della sala, che osservo la volgarità al lavoro nell’assurdo parco turistico della memoria, dove il passato è reso testimonianza nel presente, museificato in corpore vili, astratto dal tempo nel vuoto di una “vacanza” che è, appunto, assenza da sé…

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Guardo Austerlitz e, ovviamente, risento nel mio sguardo l’eco (tra i tanti) di Notte e nebbia di Resnais.

Ma poi mi accorgo che in realtà quel che sento davvero è un altro film. E’ lo Steven Spielberg di Jurassic Park

Corpi chiamati a raccolta per celebrare la memoria fuori dal Tempo, figure vacanziere col naso in su, in mano il biglietto d’ingresso per lo spettacolo del passato…

(Del resto che l’invenzione spettacolare del parco giurassico di Spielberg fosse l’evocazione in chiaro dei campi della morte che poi avrebbe mostrato in Schindler’s List a me è sempre parso evidente).

E insomma sono lì che vedo Austerlitz e non riesco a smettere di pensare a Jurassic Park, forse anche con un pizzico di senso di colpa…

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Quando, d’improvviso, lì sullo schermo appare nel film una finestra. E un’immagine mi parla. Chiaramente. Senza tanti giri di parole.

È il diciottesimo minuto del film e già da quattro sto osservando una finestra al di là della quale, in un piano sequenza di sette minuti, Loznitsa mi sta mostrando figure che transitano in quello che deve essere un salone: ridono, scattano selfies, si guardano attorno, si fermano, vanno via…

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Tra queste un uomo, occhiali da sole e t-shirt scura: entra in campo da destra, si ferma alla finestra a guardare verso di me per qualche secondo, lì immobile, a dirmi tutto e niente: chiaro come una didascalia invisibile, nera su sfondo nero…

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L’opera d’arte nel XXI secolo: dobbiamo salvare la sigla di Fuori Orario!

Tutta la storia dell’Arte è una storia ricca di plagi, di furti e di citazioni. La sigla di Fuori Orario appartiene alle migliaia di spettatori che in tanti anni l’hanno goduta e apprezzata e deve essere difesa e protetta per i milioni che non hanno ancora avuto questa fortuna/possibilità di visione.

fuoriorario 

They can’t hurt you now,
Can’t hurt you now,
Can’t hurt you now
Because the night belongs to lovers
Because the night belongs to lust
Because the night belongs to lovers
Because the night belongs to us

Avvengono strane storie, nel silenzio mediatico più assordante. Certo in queste settimane siamo tutti presi dagli echi della Presidenza Trump, con le sue ripercussioni internazionali, pertanto chi potrebbe mai essere interessato alle problematiche sui diritti d’autore della sigla di una trasmissione cult come Fuori Orario di Enrico Ghezzi? Ovviamente nessuno, a parte noi di Sentieri selvaggi, e pochi altri.

Ma se la stampa e i media nazionali ormai sembrano irrimediabilmente perduti alla vocazione di ricerca, scoperta e curiosità, stessa sorte pare toccare ai critici d’arte, agli studiosi di cinema, perlopiù silenti su una questione che pone, invece, una delicata quando fondamentale domanda: chi ha il diritto di cancellare un’opera d’arte?

L’opera d’arte in questione è, appunto, la sigla ormai quasi ventennale, della trasmissione di rai tre Fuori Orario, luogo di contaminazioni cine-culturali che da quel febbraio del 1988 ha permesso a qualche generazione di appassionati la visione unica di film “invisibili” o introvabili, ma anche di capolavori straordinari e/o acclamati, riletti e ripresentati in formati e contenitori inediti, sorprendenti e illuminanti.

Centinaia, forse migliaia di film che hanno costituito la dieta visiva di uno spettatore di tipo nuovo, che sembrava già pronto per le maratone di Netflix o di Amazon. Ma ogni puntata, ogni film, veniva introdotto, fino a pochi giorni fa, da una magnifica opera d’arte re-mix, il cui autore potrebbe essere lo stesso Enrico ma forse neppure ci importa, oppure si, ma lasciamo questo lavoro agli storici, quello che qui voglio sottolineare è come le immagini de L’Atalante di Jean Vigo (film sconosciuto per il cinema e la tv italiana) e la musica e le parole della canzone Because the Night di Patti Smith, rimontate e mixate insieme, costituiscono per milioni di spettatori italiani un “unicum”, un qualcosa che non esisteva prima ma che produce emozione, incredulità, brivido, respiro, visione.  Quello che producono solo le (migliori) opere d’arte al mondo. E la sigla di Fuori Orario è una delle più belle, inconfondibili, emozionanti e uniche espressioni cine-musicali di ogni tempo, che va salvaguardata, difesa e protetta dalla barbarie (inutile mai come in questo caso) del “diritto d’autore”.

Siamo nel secolo dove questo concetto, ottocentesco,  è ormai deflagrato, ma qui a noi interessa creare attenzione, comunità e sostegno per la salvaguardia di un prodotto artistico di tipo nuovo (si fa per dire, ovviamente), composto di musiche e immagini preesistenti che, montati assieme, costituiscono un unicum, un prodotto diverso, un’esperienza sensoriale inedita e, incredibilmente, riconoscibile, ben al di là delle due opere, musicale e cinematografica, di cui consapevolmente si nutre.

Tutta la storia dell’Arte è una storia ricca di plagi, di furti e di citazioni. La sigla di Fuori Orario appartiene alle migliaia di spettatori che in tanti anni l’hanno goduta e apprezzata e deve essere difesa e protetta per i milioni che non hanno ancora avuto questa fortuna/possibilità.

Finisco con una (lunga) citazione, tratto dal volume REFF, RomaEuropa FakeFactory: la reinvenzione del reale attraverso pratiche critiche di remix, mashup, ricontestualizzazione, reenactment.

Il pezzo è di Guido Scorza, avvocato e blogger che stimo molto e che si può leggere integralmente qui: Il plagio originale

Parla del plagio creativo, e di come vada, in taluni casi, difeso. E con tante ragioni.

“Non sempre, dunque, già sulla base delle indicazioni ricavabili dal diritto positivo, plagiare in modo creativo – o, per dirla in termini scientificamente più puntuali trarre ispirazione creativa da – un’altrui opera dell’ingegno costituisce una condotta illecita. Qualora, anzi, la “rielaborazione” sia frutto di un processo creativo ed il risultato possa considerarsi originale rispetto all’opera dalla quale si è tratta ispirazione, l’opera derivata andrà, a sua volta, considerata un’opera dell’ingegno suscettibile di protezione ai sensi della disciplina sul diritto d’autore.”

Difendiamo quest’opera, difendiamo la sigla di Fuori Orario!

 

Il plagio creativo.
La Convenzione di Berna per la tutela delle opere letterarie ed artistiche sin dal 1886 stabilisce che devono ritenersi da essa protette “tutte le produzioni nel campo letterario, scientifico e artistico, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione, come: i libri, gli opuscoli ed altri scritti; le conferenze, allocuzioni, sermoni ed altre opere della stessa natura; le opere drammatiche o drammatico-musicali; le opere coreografiche e pantomimiche; le composizioni musicali con o senza parole; le opere cinematografiche, alle quali sono assimilate le opere espresse mediante un procedimento analogo alla cinematografia; le opere di disegno, pittura, architettura, scultura, incisione e litografia; le opere fotografiche, alle quali sono assimilate le opere espresse mediante un procedimento analogo alla fotografia; le opere delle arti applicate; le illustrazioni, le carte geografiche, i piani, schizzi e plastici relativi alla geografia, alla topografia, all’architettura o alle scienze“.
La stessa Convenzione prevede, inoltre, che: “Si proteggono come opere originali, senza pregiudizio dei diritti dell’autore dell’opera originale, le traduzioni, gli adattamenti, le riduzioni musicali e le altre trasformazioni di un’opera letteraria o artistica“. Si tratta di principi condivisi da tutti i Paesi aderenti all’Unione di Berna e che, pertanto, si ritrovano nelle diverse legislazioni nazionali nonché nella disciplina europea della materia.
In Italia, a proposito delle opere derivate, ad esempio, l’art. 4 della legge sul diritto d’autore (Legge, 21 aprile 1941, n. 633) dispone che: “Senza pregiudizio dei diritti esistenti sull’opera originaria, sono altresì protette le elaborazioni di carattere creativo dell’opera stessa, quali le traduzioni in altra lingua, le trasformazioni da una in altra forma letteraria od artistica, le modificazioni ed aggiunte che costituiscono un rifacimento sostanziale dell’opera originaria, gli adattamenti, le riduzioni, i compendi, le variazioni non costituenti opera originale“.
Non sempre, dunque, già sulla base delle indicazioni ricavabili dal diritto positivo, plagiare in modo creativo – o, per dirla in termini scientificamente più puntuali trarre ispirazione creativa da – un’altrui opera dell’ingegno costituisce una condotta illecita. Qualora, anzi, la “rielaborazione” sia frutto di un processo creativo ed il risultato possa considerarsi originale rispetto all’opera dalla quale si è tratta ispirazione, l’opera derivata andrà, a sua volta, considerata un’opera dell’ingegno suscettibile di protezione ai sensi della disciplina sul diritto d’autore.
Coerentemente a tale impostazione, d’altro canto, di frequente la giurisprudenza, chiamata a pronunciarsi – da titolari dei diritti su opere letterarie, musicali e/o cinematografiche con un “ego patrimoniale” piuttosto sviluppato o, per dirla in termini meno scientifici, con una buona dose di avidità – ha escluso la sussistenza del plagio, ad esempio di un’opera cinematografica, “allorché la nuova opera si fondi sì sullo stesso schema narrativo o idea ispiratrice, ma si differenzi negli elementi essenziali che ne caratterizzano la forma espressiva“. In questi termini, in modo conforme a molte altre analoghe pronunce, si è espresso il Tribunale di Torino il 24 aprile 2008. La decisione, peraltro, consente di evidenziare un primo importante principio spesso trascurato: in termini di tutela autorale non esiste il plagio delle altrui idee giacché l’unica forma di copia parassitaria suscettibile di integrare una violazione del diritto d’autore è quella che ha per oggetto la cannibalizzazione della forma espressiva che contraddistingue l’altrui opera.
Al riguardo scrive R. A. Posner, giudice americano e docente di copyright law all’università di Chicago (1997, pag. 17): “la legge sul copyright non vieta la copia delle idee (una definizione più ampia che include, oltre alle sue esatte parole ed ad altri dettagli espressivi, molte caratteristiche di un’opera d’ingegno, come il genere, la struttura narrativa di base, il tema o il messaggio) o dei fatti ma solo la forma con cui le idee o i fatti vengono espressi“.
Il Giudice Posner, peraltro, ricorda di come, proprio per questo, Dan Brown, autore, tra gli altri, del Codice da Vinci, abbia “vinto la causa in cui era accusato di violazione del copyright dagli autori di un libro precedente, dal quale Brown avrebbe rubato l’idea che Gesù aveva sposato Maria Maddalena e aveva avuto dei figli da lei“. Stimolanti gli interrogativi che, muovendo da queste premesse, Posner pone – e si pone – con straordinaria semplicità e lucidità. “Il confine che divide l’idea dall’espressione – scrive Posner – tuttavia è spesso vago. Quanto libera deve essere una parafrasi perché non violi il copyright? E questo è un problema che riguarda anche il plagio. Copiare una trama generica o un personaggio stereotipato da un romanziere, o fatti storici da uno storico, non rappresenta una violazione del copyright. Ma copiare come avrebbe fatto Dan Brown, i dettagli di una trama e di un personaggio potrebbe esserlo“.
Copiare le idee, dunque, in linea generale, non comporta una violazione del diritto d’autore così come, allo stesso modo, nessuna violazione degli altrui diritti d’autore può, evidentemente, darsi laddove vengano copiate opere, o elementi di opera, dotati di un tanto basso livello di creatività ed originalità da non meritare accesso alla tutela d’autore. In uno dei tanti precedenti in materia, ad esempio, la Corte d’Appello di Milano, in una Sentenza del 24 novembre 1999, ha stabilito che “non è tutelabile dal diritto d’autore il brano di musica leggera che per la semplicità della melodia simile a numerosi precedenti, sia carente del requisito dell’originalità ed è, pertanto, da ritenersi esclusa la configurabilità del plagio in relazione a tale brano“.
C’è, dunque spazio, perché – per dirla con la provocazione dalla quale trae origine il titolo di questo scritto – il plagio sia originale è rappresenti esso stesso un’opera dell’ingegno meritevole di tutela ai sensi della disciplina sulle creazioni intellettuali. La realizzazione di questi plagi – o piuttosto di queste opere derivate – non solo, evidentemente, non può e non deve essere vietata ma va, anzi, incentivata, promossa e sostenuta al pari di quella di ogni opera dell’ingegno umano, dimenticando quale ne sia la fonte di ispirazione o, ancor meglio, tenendolo bene a mente ma, proprio per questo – nella logica premiale dello sforzo creativo dell’autore che è alla base della disciplina sul diritto d’autore – riconoscendo all’autore – per restare alla provocazione, si potrebbe forse scrivere al plagiario – i diritti e le garanzie che l’Ordinamento appresta ad ogni autore.
Nessuna eresia giuridica, né atto sovversivo del Sacro Ordine della proprietà intellettuale, nello scrivere che il falso è – o almeno può essere – originale e che il plagio di un’opera dell’ingegno merita tutela quanto l’opera stessa e, in taluni casi – ovvero quando l’opera originaria ma non originale sia carente dei requisiti necessari per l’accesso alla tutela d’autore – più di quest’ultima.
Mash-up, remix, arte degradata e decine e decine di nuove forme e tecniche artistiche proprie della cultura digitale che traggono la loro forza e capacità espressiva ed originalità proprio dal “riuso creativo” di opere dell’ingegno antiche e moderne, analogiche e digitali, lungi dal dover essere considerate strumenti di scorribande artistiche, saccheggi creativi e atti parassitari, pertanto, rappresentano forme di espressione dell’ingegno umano suscettibili di generare e produrre opere di pari dignità rispetto a quelle – ammesso che ve ne siano – create solo ed esclusivamente dall’estro e dallo spirito dell’artista, in assenza di qualsivoglia riferimento o ispirazione proveniente da un oggetto naturale o artificiale.
Sin qui, lo stato dell’arte, quella giuridica, che può leggersi – sol che si sgombri la mente da preconcetti semantici e linguistici più che tecnico-giuridici – tra le righe del diritto positivo nel quale affonda le proprie radici il sistema della proprietà intellettuale. Resta, ora, da domandarsi se e cosa, il legislatore del XXI secolo possa fare per promuovere – pur restando nel solco tracciato dai suoi predecessori – la derivazione creativa ed artistica come processo culturale capace, nell’era del digitale, di produrre autentici capolavori del plagio, straordinari esempi di arte non originaria ma originale.
Posted in DIGIMON(DI) di Federico Chiacchiari | Tagged , , , , , , , | Commenti disabilitati su L’opera d’arte nel XXI secolo: dobbiamo salvare la sigla di Fuori Orario!

Zattere: un modo di camminare nel mondo

Perchè di mestiere faccio il regista, mestiere meraviglioso e bastardo che frammenta l’espressione artistica, per natura individuale, in una logica collettiva che ne amplifica le possibilità e il valore, ma ne frustra le intenzioni. Ma di vocazione però cerco storie, o almeno è quello che mi sembra di aver sempre fatto, in qualsiasi forma, in qualsiasi modo, forse rendendo anche la mia vita stessa una storia, facendo in modo che abbia senso e valore raccontarla. Ecco così che questa apparente scissione è finita per diventare un dialogo costante tra due irrimediabili infiniti: guardare e raccontare, cinema e scrittura quindi. Ed è sulla sottile linea di confine che separa e unisce al contempo queste due inclinazioni dell’anima che sta il mio punto di osservazione.
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Questo spazio nasce sul filo di una resa dei conti personale, dalla necessità di capire meglio il mondo che ci scivola addosso incurante – è veramente importante farlo? – e dalla percezione di una fame collettiva e trasversale di voci che possano frenare, e forse salvare, qualcosa di quell’inarrestabile flusso in cui si è trasformato il nostro tempo, finendo per assomigliare forse più ad un inevitabile naufragio che ad un naturale movimento dell’esistente. Intendiamoci, ognuno puo’ farlo a suo modo – forse addirittura non farlo. Io però di modi ne conosco due: la parola nella sua forma scritta e l’immagine nel suo farsi cinema. In questo modo, con queste pagine sospese nell’aria, cerco di avvicinare due terre che forse poi tanto distanti non sono.

Vediamo come e se è possibile.

Il punto è che questo mondo, così per come lo stiamo vivendo, non solo ha finito per confermare che un senso rimane inafferrabile e nascosto in qualche pertugio sepolto dal quale si puo’ uscire, se va bene, con un “nulla d’inesauribile segreto” (G. Ungaretti), ma si è anche rivelato compromesso nelle rarissime strade di accesso ad un modo di guardare alla vita, che se prima poteva anche funzionare e renderci prossimi a qualche nodo irrisolto dell’esistenza, ora ci lascia nudi e impotenti di fronte al difficile compito di trovare nuove modalità di relazionarci con il labirinto che quotidianamente ci troviamo a vivere fuori e dentro di noi. Tutto è mutato sotto i colpi di un incessante progresso che ha posto qualsiasi categoria di giudizio attraverso cui eravamo abituati a considerare il mondo nella posizione di non essere più sufficiente a spiegarlo, a riconsegnarcelo in una forma comprensibile. “Se lo scambio tra la realtà e i suoi significati è oggi impossibile” (J. Baudrillard), oggi viviamo una società dell’incertezza che non solo ha modificato la superficie delle cose, ma ne ha irrimediabilmente alterato i presupposti, l’anima che le sottende, un modo di afferrarle. Z. Bauman, pace all’anima sua, parlava anni fa di “società sotto assedio”, e difficilmente potremmo trovare una definizione migliore per questa sgretolata pangea in movimento, ormai rotta in infiniti pezzi di un mosaico che non trovano più possibilità di ricomporsi in un profilo unitario e della quale facciamo ormai perfino fatica a distinguerne la crisi.

Ecco la realtà che ritorna ad essere solo e soltanto flusso, e quindi inesorabile materiale liquido cui nessuna pretesa di atteggiamento razionale puo’ davvero offrire una spiegazione definitiva alla quale appellarsi per evitare che i nostri passi nel mondo siano solo un’avanzata sull’orlo della sparizione. Per questo diventa forse ancor più fondamentale decidere di accogliere la pazza sfida dell’esistenza. Come?

Ognuno, appunto, lo fa a suo modo. A me viene in mente questo fatto della scrittura e/o del cinema, che per me sono un po’ la stessa cosa. Perchè di mestiere faccio il regista, mestiere meraviglioso e bastardo che frammenta l’espressione artistica, per natura individuale, in una logica collettiva che ne amplifica le possibilità e il valore, ma ne frustra le intenzioni. Ma di vocazione però cerco storie, o almeno è quello che mi sembra di aver sempre fatto, in qualsiasi forma, in qualsiasi modo, forse rendendo anche la mia vita stessa una storia, facendo in modo che abbia senso e valore raccontarla. Ecco così che questa apparente scissione è finita per diventare un dialogo costante tra due irrimediabili infiniti: guardare e raccontare, cinema e scrittura quindi. Ed è sulla sottile linea di confine che separa e unisce al contempo queste due inclinazioni dell’anima che sta il mio punto di osservazione, in ascolto e pronto a bloccare, se possibile, nel cuore di questa corsa dentro e contro il tempo, quei sussulti dell’esistenza che non potendo ormai più portare con loro tutto il senso del mondo, forse ne raccolgono ancora eco disperse, funzionando da cassa di risonanza di un logos che era un tempo voce risolta e compiuta, e ora è dissolta nei mille sussurri che percorrono l’esistenza dandoci l’illusione che non tutto di quello che viviamo sia vano, o senza ragione.

Per questo mi è risuonata familiare, utile se non addirittura attuale, questo fatto dell’istantanea, che è il nome di questo viaggio in forma scritta, di un movimento fermo e deciso che risucchia il tempo a ritroso, obbligandolo ad una sospensione immobile, fermandone l’eterna circolarità e isolando un momento singolo nel tempo, come si fa con un dettaglio importante, come un evento che si stacca dall’indistinto e si rende salvifico come una zattera sulla superficie inafferrabile dell’esistenza. Questa sarà la sfida, o il fragile tentativo, di queste pagine: sospensione e fissità come habitat necessario, come una forma di resistenza al tempo che tutto divora, trasformandolo, rendendolo memoria e lasciandolo galleggiare sulla superficie del mondo in attesa di mani disponibili a raccoglierlo. Perchè forse raccontare una storia o fare cinema è in fondo la stessa cosa. E queste parole non saranno che un modo non tanto diverso di appuntarsi quello che resta di un mondo in fuga, accogliendolo nello spazio partigiano di una memoria necessaria.

E chissà che alla fine di questa incerta cavalcata non potremo trovarci tra le mani sufficienti attimi strappati all’irreversibile panta rei da tracciare qualcosa di più che un’irrisolta sensazione, magari una distesa di zattere tanto lunga da assomigliare ad un sentiero di significati sopra il mare scuro e vischioso del mondo, oppure forse solo un insieme sghembo di tavolacce faticosamente aggrappate alle onde. Questo ancora non lo so. Difficile dire cosa riuscirò a tenere insieme e dove questo saltare, e guardare, e raccontare scrivendo, potranno portare, ma inutile sembra non essere. Se non altro avremo un posto sicuro dove asciugarsi al sole in caso di bisogno. Perchè in definitiva, come ci ricorda A. Tabucchi, “cos’è una vita, e quindi anche il mondo, se non vengono raccontati? E questo vogliono essere queste pagine virtuali pronte a galleggiare ogni settimana sulla superficie mutevole del web.

Si comincia quindi dalla prossima: primo salto sopra il mare del mondo alla ricerca di una zattera su cui atterrare e di un’immagine da rubare al tempo che possa dirci qualcosa in più di quello che attraversiamo e del suo modo, volendo, di farsi racconto.

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Giallini-Santamaria e il ‘cobrador del frac’

IMG_0757Elegante e appariscente con indosso un frac e un bel vestito. Sarebbe piaciuta a Modugno l’immagine del ‘cobrador del frac’. In Spagna è proprio così che si presenta il recuperatore di crediti. A questa professione si è ispirato Antonio Morabito per il suo ultimo film ‘Rimetti a noi i nostri debiti’ con protagonisti Claudio Santamaria (Guido) e Marco Giallini (Franco) le cui riprese si sono chiuse nei giorni scorsi a Roma con l’ultimo ‘ciak’ aperto alla stampa.

“Il cobrador del frac’ è un esattore che va inIMG_0762 giro per conto terzi a recuperare i soldi di persone che ne hanno usufruito e ora li devono restituire – racconta Antonio Morabito che continua la sua collaborazione con Amedeo Pagani dopo il suo esordio con Il venditore di medicine – Indossa un vestito molto appariscente e le persone per levarselo di torno pagano. E’ una figura paradossale del neoliberismo e questo film vuole scavare nel mondo che rappresenta e ciò che lo circonda con i personaggi di Guido e Franco”.

 

 

 

“Quello che mi interessa è il cambiamento che si crea nei due personaggi – prosegue Morabito – che partono da una situazione molto differente e hanno un approccio alla realtà completamente opposto. Uno (Franco) è estroso, vitale e plateale ma ha anche un lato oscuro di cose rimosse e lasciate lì ad aspettare, che forse nel film riusciranno ad uscire. L’altro (Guido) è introverso, ha perso tutto e si si ritrova vicino al recuperatore di crediti subendone l’influenza”. Nel cast di ‘Rimetti a noi i nostri debiti’ anche: Jerzy Stuhr, Flonja Kodheli, Agnieszka Zulewska, Leonardo Nigro, Maddalena Crippa, Giorgio Gobbi, Paolo De Vita, Paola Lavini, Liliana Massari, Pietro Naglieri e Vincenzo Tanassi.

 

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Film “liberati” per il pubblico in rete: la provocazione di Mimmo Calopresti

la-maglietta-rossa-mobile-2Da qualche settimana il regista Mimmo Calopresti ha deciso di proporre alla visione, liberamente e gratuitamente sulla sua pagina Facebook, alcuni dei suoi film. E’ un’iniziativa insieme liberatoria e provocatoria, che finalmente trasgredisce al “dogma” dell’opera chiusa nel “diritto d’autore” ma che soprattutto vede per la prima volta un cineasta che prova ad entrare in sintonia con le forme della fruizione attuali di contenuti audiovisivi.

Questo il suo post:

Per un cinema come quello italiano, da decenni fermo e chiuso nelle sue posizioni di piccoli/grandi privilegi (quelli che la nuova Legge sul Cinema sembra voler a tutti i costi perpetrare…) l’iniziativa di Calopresti assume un valore doppiamente simbolico e, per certi versi, rivoluzionario, spostando con un colpo tutti i dibattiti infiniti sulla crisi del Cinema (in sala), verso quello che dovrebbe essere il vero “cuore”, l’anima indispensabile di ogni film: lo spettatore.

Oggi lo spettatore è cambiato, negli ultimi anni in maniera clamorosa, indirizzando il proprio sguardo verso una molteplicità di schermi e visioni possibili. Il Cinema in sala, da baluardo della cinefilia estrema, nel panorama italiano delle tante sale che hanno chiuso, della quasi scomparsa delle monosale, è ormai diventato il Cinema Multiplex, le cittadelle del cinema, quasi sempre parte di un mega centro commerciale, che ripropongono nelle nostre città le caratteristiche del consumo “orizzontale” degli spazi delle grandi aree extra urbane delle metropoli americane.  Oggi gran parte degli incassi (spesso di natura extra biglietto) del cinema proviene dai Multiplex, magnifico supermarket dell’immaginario americano del ‘900 arrivato da noi con un bel po’ di ritardo (colpa/merito anche della diversa natura urbanistica dei nostri centri abitati).

Mentre il cinema si rinchiude nei “macromarket”, il film invece si espande in tutte le direzioni. Nelle forme liquide ed aperte della serialità, nei contenitori molteplici degli schermi diffusi a disposizione degli spettatori di oggi. Il film si “libera” dalla sala cinematografica per espandersi come fosse un Corpo/Alien dentro altri corpi, schermi tv, tablet, smartphone, posizionati ovunque, disponibili dove e quando vogliamo (anything, anywhere, anytime è il nuovo motto!).

Ed ecco che mentre l’apparato dell’Ancien Regime culturale italiano, lancia proclami contro la rete e la serialità, dal Ministro Orlando che vuole rendere responsabili i Social Network dei contenuti – come se la Società Autostrade diventasse responsabile degli incidenti e delle infrazioni o le Compagnie Telefoniche delle chiamate minatorie… – all’esimio rappresentante della Critica/Dizionaria che afferma che “La serialità televisiva ha delle regole che a mio parere sono quasi meccaniche. Per questo non credo che la serialità sia il futuro del cinema”…, o il Grande Produttore Italiano che spiega a tutti noi che “il vero nemico del cinema sono le nuove serie tv, che tengono la gente a casa“…, ebbene in questo oceano di arretratezza culturale (figlia di pigrizia ma soprattutto di un “sistema cultura” che premia la “non innovazione”), emerge come un fulmine a ciel sereno la provocazione dolce e, appunto, liberatoria di Mimmo Calopresti. Che dice basta con questo sistema che impedisce ai film di arrivare allo spettatore, e se oggi lo spettatore è in rete, che il cinema vada in rete, meglio se liberamente, senza vincolo alcuno!

Dal 16 dicembre Mimmo ha messo online disponibile sulla sua pagina Facebook il bellissimo (e appunto “invisibile”) La maglietta rossa, che in pochi giorni ha superato oltre 22.000 visualizzazioni, un numero altissimo considerando che la comunicazione è avvenuta tra pochi amici su Facebook…

Ecco il film, che sarà visibile ancora liberamente fino al 6 gennaio:

Dal 7 gennaio Mimmo Calopresti ci ha anticipato che metterà a disposizione di tutti la visione di Anch’io ero comunista documentario realizzato in occasione dei 90 anni del Partito Comunista, con  Il “grande Pci” raccontato da registi e sceneggiatori: Scola, Lizzani, Arlorio, Monicelli, Bellocchio, Virzì, Verdone, Bernardo e Giuseppe Bertolucci.

Mentre Calopresti sogna di mandare il suo prossimo film in anteprima per qualche giorno su Facebook prima di andare nelle sale (qui la sua utopia sfiora la poesia dadaista!), e vorrebbe, chissà,  trovare qualche “nuovo” sceneggiatore italiano con cui provare a scrivere il suo The Affair, ecco che è anche grazie a piccole/grandi iniziative come queste che il cinema può tornare ad essere fluido rimettendo al centro del proprio percorso non il film, non la sala, ma il cinema inteso come luogo di interconnessione dell’immaginario.

Mentre i film sono ormai diffusi sempre più nei servizi degli operatori “Ott” (Over-the-top, e qualsiasi riferimento a Stallone è puramente casuale…), attraverso lo streaming e il video on demand, è interessante che alcuni cineasti comincino a riconsiderare anche il loro ruolo, non più solamente passivo alle esigenze dell’industria cinema classica, ma sappiano rimettersi in gioco su terreni nuovi dove è possibile, ancora, sperimentare forme distributive e linguaggi nuovi. Dove magari – come nelle Serie Tv – conta di più l’esperienza della visione, la “capacità di creare fedeltà e identità collettiva,  generare community (come scrive Francesco Marrazzo in Effetto Netflix), che non continuare a produrre i soliti film, per il solito pubblico, che ormai non va più neanche al cinema, salvo poi piangersi addosso perché le sale sono vuote.

Calopresti ha lanciato la sua provocazione, gli altri registi italiani che faranno?

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Supermercati senza file né casse, dischi che non si ascoltano…

Piccoli aggiornamenti sul digitale/analogico di questi tempi. Amazon Go, dove entriamo e portiamo via gli acquisti senza passare per le casse, e il fantastico ritorno del vinile, che supera persino i download…

amazon-go

Amazon sta lanciando (dal 2017)  il suo supermercato “fisico”, Amazon Go, dove però non ci sono persone a servirci e alle quali poi pagare, tutto avviene in automatico, attraverso un’applicazione che attiviamo con lettore ottico all’entrata e a dei sensori che individuano cosa stiamo acquistando.

Il video promozionale è bello e forse anche un po’ inquietante…

No lines, no checkout (no seriously) recita il claim della campagna.  Ecco che il supermercato diventa il luogo dove il consumatore fa tutto da sè, automaticamente. Per ritrovare poi sul proprio dispositivo portatile tutte  le informazioni e la fattura degli acquisti. Niente fila, niente pagamento alla cassa, la tecnologia “vede” cosa acquistiamo e  inserisce queste informazioni direttamente nel modulo automatico di pagamento elettronico.  Niente più chiacchiere (inutili?, qualcuno sostiene il contrario…) alle file del supermercato dunque, nel mondo Amazon.  Un altro lavoro “sparisce”, gli umani si avviano a diventare sempre più solo consumatori…

vinyl-art

Contemporaneamente arriva la notizia (in verità un po’ forzata) che in Gran Bretagna il Vinile ha superato il download digitale, nella scorsa settimana. Il dato in effetti è quello:  il ricavato della vendita dei dischi è stato di  2,4 milioni di sterline, contro i 2,1 milioni di sterline generati dai download. Come segnala il sito Zeus news, però, se andiamo a considerare non il volume d’affari ma le singole vendite, gli MP3 si dimostrano ancora i più popolari: i download digitali sono stati 295.000, mentre gli album in vinile venduti 120.000. Inoltre la maggior parte dei giornali ha dimenticati di segnalare il grande boom della musica in streaming che ha spinto gran parte dei consumatori dal “possesso” all’uso del bene digitale.

Resta tuttavia notevole questo ritorno del vinile, meraviglioso oggetto vintage da regalare o regalarsi, e magari mettere in bella mostra nei propri scaffali e pareti. Pare infatti che circa il 7% di chi li acquista non abbia neanche il giradischi…

Ecco che l’oggetto non è più (solo) la musica, ma il suo contenitore in sé. Con la sparizione dell’oggetto musicale, era venuto  meno da un lato il piacere dello sguardo, la bellezza delle copertine degli LP, dall’altra quella del tatto. Se la musica con il digitale “ridiventa” totalmente un’esperienza dell’apparato dell’udito, ecco che il vinile la riporta dentro una dimensione più corporea, più totalmente “ludica”, che seduce anche gli altri sensi.

Insomma sempre più stiamo andando verso un viaggio continuo di andata e ritorno (al futuro)…

I lavori spariscono, gran parte dei nostri acquisti passano attraverso canali totalmente automatizzati in esperienze digitali, saltando il “venditore in carne e ossa”, riposizionandoci in un rapporto ormai diretto ed esclusivo con “la macchina”. Contemporaneamente emerge sempre più forte un desiderio “nostalgico” del passato, della “materia di un tempo”, che ci riporta agli antichi odori (e sapori e colori) attraverso oggetti che credevamo ormai definitivamente scomparsi.

Il digitale e il vintage vanno ormai a braccetto, trasformandoci sempre più in corpi desideranti che rendono sempre più rapida e automatica l’esperienza dell’acquisto, ma che al contempo, chissà forse per sentirci ancora “umani”, cerchiamo nella fisicità dell’oggetto vintage una materialità di tipo nuovo, ricercata e non “necessaria”, in vecchie tecnologie che ci appaiono, oggi, cosi incredibilmente (illusoriamente) umane.

 

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Il noir risorge, nella Casa del Sole nascente: The Affair

The Affair è una materia viva bollente, come un magnifico noir anni ’40, mixato con le riletture degli anni ’80, e shakerato con il cinema cocktail dei nostri ruggenti anni ’10…

affair-season2L’unica cosa della quale ha bisogno un giocatore
E’ una valigia e un baule
E il solo momento nel quale sarà soddisfatto
Sarà quando sarà del tutto sbronzo.
Oh, madre, dì ai tuoi figli
Di non fare quello che ho fatto io
Passare la vita nel peccato e nella infelicità
Nella casa del Sole nascente

 

C’è un fantasma, che si aggira per tutte le due prime stagioni di The Affair, la serie tv americana creata dalla coppia Sarah Treem e Hagai Levi (gli showrunners creatori delle due versioni di In Treatment), che appare ogni tanto, lo spettatore quasi non lo vede, oppure lo vede come un piccolo elemento disturbante di fondo. Ma che è il vero motore della storia, la miccia sulla quale si innesta, forse, l’intero complesso intreccio della Serie.

The Affair ha fatto del “punto di vista” il suo cuore selvaggio visivo e narrativo, il suo centro-decentrato di osservazione del reale, costruendo in continuazione una storia per poi subito dopo smontarla attraverso un altro punto di vista della stessa storia.

Qual è il centro di The Affair? La love story tra i due “protagonisti” (lo scrivo tra virgolette perché non sono più sicuro che siano loro…) Noah e Allison e i conflitti con le loro rispettive famiglie? Oppure, come avviene con un rovesciamento di campo all’inizio della seconda stagione, Helen e Cole, che dopo essere stati i consorti traditi e incattivi dalla vita, ma anche dalle loro famiglie così diverse per carattere ed estrazione sociale ma così entrambe soffocanti, improvvisamente diventano i “nuovi protagonisti”, acquistando un spessore inedito, una palpabile e meravigliosa umanità, che sembra fuoriuscire dalle viscere delle loro sofferenze. Oppure…l’indagine del detective, che in uno spazio-tempo diverso, dove le immagini perdono la loro tonalità per declassarsi ad un livello cromatico gelido come il tavolo di un obitorio, deve risolvere l’enigma di questa morte, dietro questo incidente sospetto, che sembra nascondere tante, troppe sottostorie, tutte da svelare?

the-affair-s2Ci sono così tanti temi, tracce, sottotracce, in The Affair che, ad una lettura “fredda” potrebbe apparire come un magnifico trattato di sceneggiatura del XXI secolo, da far studiare nelle Scuole di Scrittura, per apprendere a governare la complessità della narrazione di oggi. Ma questa lettura fredda è impossibile, perché The Affair è una materia viva bollente, come un magnifico noir anni ’40, mixato con le riletture degli anni ’80, e shakerato con il cinema cocktail dei nostri ruggenti anni ’10…

Possiamo chiederci cos’è e rappresenta il noir, oggi, oppure lasciarci trascinare dalla deriva di una storia che in realtà sono 4/5 storie, come un Rashomon riveduto e corretto, per catturare lo spettatore dentro una miscela esplosiva di drammi familiari, ranch, ville miliardarie, appartamenti in centro città, bambini persi e bambini divisi, bambini attesi, e coppie che si perdono e ritrovano in continuazione, con al centro un cuore enorme che sembra nascosto nelle pieghe di ogni dannatissimo personaggio.

Non ci sono più buoni e cattivi, tutti sembrano essere, in qualche modo, colpevoli. E che cos’è questa deriva autoaccusatoria se non un ritorno forte all’essenza del cinema noir? Ma contemporaneamente tutti sembrano essere anche delle povere vittime, o meglio ogni personaggio ci appare nella sua completa fragilità e ambiguità di uomo e donna dei nostri giorni. Dove possiamo essere dei padri attenti e affettuosi eppure non riuscire a trattenere le derive inevitabili della “forma famiglia”. Oppure possiamo essere delle madri ideali, e perderci nelle strade perdute dei nostri genitori, che provano ad applicare ai loro nipoti i parametri delle loro vite, per niente perfette. Ma se c’è una cosa, in The Affair, che affascina, è proprio questo slittamento continuo del baricentro della storia, che va anche al di là del cambiamento dei punti di osservazione, che pure ne determina il tragitto. La storia, la realtà, quello che ci accade, non è più univoco. Ogni essere umano lo racconta, e maledettamente lo vive, a modo suo. Non è un problema – oppure lo è anche ma non solo – di ego smisurati, di ambiguità viscerali, di incapacità a convivere con la perdita e la morte. E’ che abbiamo occhi e sensi differenti e che, davvero, quello che succede non è uguale per tutti. La realtà, filosoficamente, non esiste più. Esistono le nostre singole realtà. E ogni vita, sguardo, corpo, cuore, vive la sua realtà, che è fatta di passioni, amori profondi e amori travolgenti, dolori insopportabili e cicatrici da imparare a portare addosso, è fatta di paure di perdere e di perdersi. E allora ecco questo continuo slittamento, che viene rilanciato – qui The Affair è davvero il paradigma di oggi – attraverso il corpo, sguardo, cuore dello spettatore. Chi sono i protagonisti, allora? Siamo noi. Che prima ci appassioniamo a questa storia di amore folle, tra questo scrittore in crisi e padre di famiglia e questa donna di provincia che non sa più vivere dopo aver perduto in una disgrazia il proprio figlio. Noah e Allison sono i corpi d’amore della storia. Bellissimi e, a tratti, insopportabili. Perché così presi dalla loro passione da riuscire a incasinare e perdere tutto quanto, di complicato ma anche dolcemente meraviglioso hanno attorno. Noah tradisce, si fa catturare dalla passione, ne fa un motore creativo per diventare improvvisamente uno scrittore di successo e cambiare del tutto la propria vita, costringendosi a un tour de force infernale per riuscire a mantenere integra la sua dignità di amante, ex marito e padre “modello”. Allison, che a tratti sembra rimandare alla figura della dark lady del noir, in realtà di questa ne riprende soprattutto l’ambiguità di fondo, il dolore malcelato, lo zigzagare dei sentimenti, ma in fondo resta un contraddittorio “angelo nero”, travolta da un tormento infinito, incapace di sapersi collocare nel mondo, e alla continua ricerca di punti di approdo sicuri. Peccato che questi punti di approdo siano gli uomini del nuovo millennio, che tutto sono tranne porti stabili e certi.

the-affair-2Ma quello che ci cattura, come spettatori, quando questa storia di amore tradimenti e passioni sembra prendere una svolta drammatica e nel momento in cui compaiono le pistole, è un nuovo cambio di prospettiva. Improvvisamente, di nuovo, scopriamo che esistono anche gli altri, ovvero Helen e Cole, i due coniugi traditi. Che non sono delle ombre, ma dei corpi vivi, doloranti, anche loro passionali e sperduti, e incredibilmente vediamo che questi due personaggi “minori” sono terribilmente migliori, più belli, profondi e affascinanti dei due protagonisti. Che tradimento magnifico! Helen la ragazza contesa dei tempi della scuola, con la famiglia ricchissima e invadente, che ha sposato per un amore assoluto quella sorta di “loser”, di mancato scrittore che era Noah. E Cole, il fratello maggiore di una famiglia “senza padre”, famiglia sulla quale sembra cadere addosso una maledizione, e che combatte per tenere insieme, viva, ma che perde tutto e tutti, fino a dovere, inevitabilmente, passare per un percorso di rinascita.

Di nuovo, siamo noi il centro della storia. E’ attraverso il nostro corpo-sguardo-cuore di spettatore che la storia, già frammentata nei punti di vista e nelle collocazioni spazio temporali, ritrova il suo nuovo “centro”. Ora ci appassioniamo ad Helen e Cole, i perdenti, gli sconfitti, e le loro rispettive cadute.

Ma non basta, perché Allison e Noah ritornano, perché la loro vita nuova non è così fantastica come l’avevano immaginata, ed ecco un nuovo rovesciamento: questo cambio di prospettiva non funziona. Vivere assieme, avere una figlia, impegnarsi nel lavoro, sembra quasi provocare per forza una tragedia esistenziale. E quindi i nostri due insopportabili amanti vincenti, di nuovo, ci ricominciano ad assomigliare. Sono fragili, smarriti, incapaci di adattarsi anche loro. E in questo smarrimento ci catturano e ci riappassioniamo a loro.

Ecco: The Affair è un continuo viaggio di andata e ritorno tra i personaggi e lo spettatore. Un perenne slittamento dei sensi, dei punti di osservazione, dei nostri sentimenti per questi uomini e donne che sono così dannatamente imperfetti, insicuri, maledettamente umani…

Ma nel finale della seconda stagione – e non ci possiamo credere! – lo slittamento della percezione si esaspera ancor di più. E persino i personaggi minori come Max, il miglior amico di Noah, improvvisamente ci appaiono nella loro “magnifica debolezza”. Ma il cluou deve ancora arrivare, ed arriva qui:

In questa magnifica, delirante e straziante scena, scopriamo che il vero cuore rivelatore di tutta la storia, è in realtà un fantasma, quello di Scotty, il fratello drogato e alcolizzato di Cole. E’ lui che mette in moto tutto il meccanismo, la miccia che accende il cuore segreto della storia. E qui, dopo essersi illuso di poter tornare a condividere con il fratello, che ama, un’attività in comune, dà sfogo a tutte le sue frustrazioni in questa performance “dal vivo”, proprio al matrimonio del fratello. Un canto funebre pazzesco, proprio un attimo prima di diventare il fantasma, l’oggetto dell’indagine, che ritorna in flagranza. Crimine, amore, morte. Bentornato film noir!

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Napoli siamo noi

Quando parlo della mia città, lo faccio sempre portandomi dentro un certo imbarazzo. Imbarazzo dovuto al fatto che il mio è stato un innamoramento tardivo – tante volte l’ho tradita, sono andato via, ho preferito un’altra.

Poi, in qualche modo, improvvisamente, mi è apparsa in tutto il suo ineffabile e imbarazzante splendore. Certo, la parola splendore meriterebbe un approfondimento e potrebbe non apparire pertinente, ma voglio lasciarla lì, a farla decantare, nel tentativo di recuperarla più tardi, con la speranza di giustificarla meglio.

Fatto sta che, tra i tanti film che mi sfuggono, mi stavo perdendo anche Indivisibili – che, in effetti, parla di una Napoli più defilata, meno facilmente riconoscibile, deragliata in un territorio bagnato da un mare che non riconosco.

indivisibiliNon so dire bene se il film mi sia proprio piaciuto: l’ultima proiezione nell’ultimo cinema per me raggiungibile, in quel d’Aversa, cittadina in provincia di Caserta, non proprio dietro casa.

Ma ci tenevo a vederlo e mi ha dato godimento anche una storia che mi è sembrata imperfetta, imprecisa, con un ritmo monco che pure si porta dentro una forza che vale bene praticare, conoscere, seguire. Anche perché una Napoli senza camorra, di questi tempi, già suona quale evento originale. E se a questo aggiungiamo una relazione non proprio cristallina genitori/figlie, con zii e parenti al seguito, compreso uno strano prete che pure mostra di avere un senso, non solo nella storia ma proprio nell’immaginario condiviso di ciò che intendiamo per Napoli, ecco che l’operazione acquista consistenza, peso, forza.

Poi, magari, quasi per caso – ma qui il caso c’entra poco – ti capita, il giorno dopo, di riprendere la presentazione di un disco (Mozzarella Nigga di Maurizio Capone & BungtBangt) e, pure, ricostruisci un senso di quello che sta avvenendo nella tua città. E lo ricostruisci proprio grazie a Maurizio Capone che, con le sue musiche e i suoi strumenti, da molti anni, continua a opporsi a una realtà che è quella di chi critica o nicchia o urla ma che, copertina-mozzarella-niggasostanzialmente, rimane là, a guardare i disastri che vengono perpetrati sul corpo di una città che non vuole morire e che, anzi, ora più che mai, dimostra di essere capace di andare controcorrente, capace di mettere fuori certi aspetti profondi che la gente – massì, parlo proprio della gente che viene a visitarla, dei turisti felici che ne attraversano le vie e ne mangiano i frutti – riconosce istintivamente. Napoli è una città-anima, capace di mettere fuori l’inconscio collettivo che appartiene ai suoi abitanti e alle sue pietre.

Da questo punto di vista Maurizio Capone fa da cassa di risonanza a questa voglia di fare, a questo muoversi per il cambiamento che parte proprio dal basso e dai più giovani: sono i ragazzi dei centri sociali quali Lo scugnizzo liberato o dello ZeroOttoUno, a rimboccarsi le maniche e che trovano in Maurizio il cantore dei propri bisogni, delle proprie attività, del proprio modo di vedere la politica e il mondo. Senza riconoscersi in un partito, sono questi giovani a portare avanti lotte che supportano idee e pratiche, azioni e progetti chiari, facilmente comunicabili, scomponibili in attività e in un fare non ipotetico ma proprio possibile. In questo senso, viene subito fuori una convergenza di idee che Maurizio porta avanti, testardamente, da anni, nonostante il vento forte che gli soffia contro.

Intendiamoci: questo fare non tiene fuori nulla e certo non ignora i malesseri profondi che attraversano tutta Napoli. Tanto è vero che Capone è stato l’unico cantautore che ha fatto, della sua musica, un vettore funzionale all’analisi feroce d’una realtà che lo ha spinto a scrivere e a cantare invettive contro la camorra – mi appartiene questa idea che lo Stato possa pagare chi scrive e canta canzoni che si oppongono alla criminalità organizzata -, invettive che diventano immaginario, che strutturano la mente, che vanno al di là del pensiero e si trasformano in abito mentale.

Il disco di Maurizio è strutturato come canto trascinante che mette in gioco argomenti del sociale – ma senza che questo discorso si trasformi in pratica sociologica o linguaggio concettuale. Al contrario, Mozzarella Nigga viaggia nei territori più complessi del pensiero emozionale – pensiero irregolare nell’andamento, furioso nel ritmo.

E se a questo aggiungete che le musiche suono suonate con strumenti non convenzionali, con oggetti del vivere comune (una scopa, due tazzine, il piano di una scatola, un enorme contenitore di plastica), tutto acquista un sapore più profondo, meno scontato. Anche perché, di questi strumenti così costruiti, utilizzando materiale riciclato, proprio, a un certo punto, ne perdete traccia. Siete attratti da un suono irresistibile, talvolta tribale ma anche incredibilmente raffinato, che stupisce l’orecchio, lo smarca, lo lascia inebetito dalla presenza di armonie e di suoni sconosciuti, molto più evocativi eppure veri e proprio suoni capaci di generare musica.

Forse non è blues-metropolitanoun caso – certo che NON è un caso – che Capone, giovanissimo, fosse uno dei protagonisti (con Peppe Lanzetta, Pino Daniele, Marina Suma…) di un film meravigliosamente imperfetto – Blues metropolitano – che Salvatore Piscicelli ci regalò – verrebbe da dire – in anni non sospetti.

Salvatore Piscicelli è stato un anticipatore, assieme al commediografo Annibale Ruccello, di temi e riflessioni che, poi, a un certo punto, sarebbero esplosi nei racconti che si sono succeduti rapidamente col cinema, per intenderci, degli Antonio Capuano, dei Mario Martone, dei Pappi Corsicato – un cinema bassoliniano che, di questo sindaco, ha vissuto tutti i lati, quelli più brillanti e quelli più oscuri (questi ultimi descritti da un assessore meraviglioso – Renato Nicolini – che per troppo poco tempo aveva potuto partecipare alle vicende di questa città, con la quale si coniugava magnificamente).

Fatto sta che Maurizio Capone ha continuato a battagliare anche quando tutto sembrava ormai perso, inghiottito da logiche perverse capaci di trasformare in oro solo il marcio. Maurizio ha fatto il percorso inverso: invece di ricercare il marcio dappertutto, ha cercato ciò che può esservi di buono tra i rifiuti: la sua filosofia ecologista, però, rimanda ad altro. Rimanda a riflessioni più profonde, capaci di mettere assieme disperazione napoletana e urlo africano, capace di fondere pensiero politico a riti sciamani. L’Africa è la sua terra d’origine ma è, al contempo, l’ennesima metafora, è la Madre Terra, è l’origine non dell’Universo ma di quella realtà che chiamiamo uomo. Da questo punto di vista la sua musica mette assieme tutte queste cose e il cd appena uscito, chiude il cerchio e rilancia su quelle che sono le sfide che ci aspettano. Senza paura e senza tregua, incurante del tempo, fiducioso e pieno di desiderio di cambiare, in qualche modo, questo mondo, Mozzarella Nigga ci attraversa, ci mette al centro d’un turbinio di emozioni dalle quali non vorremmo mai uscire, emozioni che nessuna droga è capace di soddisfare. Un piacere sensuale attraversa le sue canzoni che ci ricordano che c’è ancora molto da fare – ed è per questo che l’unico gesto giusto rimane quello del mettersi in cammino, e fare.

Posted in STORY di Demetrio Salvi | Tagged , , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su Napoli siamo noi