Patiboli, anteprime, balli e vertigini.

Avere l’anteprima del proprio film per un regista è una sorta di momento catartico, potenzialmente capace di rivelarti il senso della vita o di certificare il crollo di tutte le illusioni; è come cercare di tirare fuori dal cilindro un coniglio senza però aver provato il trucco sufficienti volte – spesso non riesce e ti ritrovi tra le mani un mazzo di fiori o ancor peggio un bastoncino molle e inutile.

  Screenshot 2017-03-14 23.34.10Le ultime due settimane sono state una sorta di buco nero della memoria, tanto sono state complesse, veloci, liquide, causa l’Anteprima Nazionale del mio ultimo film documentario “Biografia di un amore” e la successiva anteprima toscana a Firenze.

Avere l’anteprima del proprio film per un regista è una sorta di momento catartico, potenzialmente capace di rivelarti il senso della vita o di certificare il crollo di tutte le illusioni; è come cercare di tirare fuori dal cilindro un coniglio senza però aver provato il trucco sufficienti volte – spesso non riesce e ti ritrovi tra le mani un mazzo di fiori o ancor peggio un bastoncino molle e inutile che penzola di fronte agli occhi muti di un pubblico che non vede l’ora che tu esca nel desolante vuoto del retropalco. Allora nella sala giace un silenzio tondo e metallico, tombale direi, dove si infrangono inesorabili le speranze di qualcosa che ti restituisca almeno in minima parte mesi, spesso anni, di sacrifici, compromessi, ritardi, che valgono però solo per te e non per il pubblico che non ne sa nulla e sta guardando solo un semplice film. E’ un salto nel vuoto, un rischio non calcolato, imprevedibile. Perchè fino a quando il film è sul monitor della sala di montaggio è una struttura mobile, ancora possibile di smottamenti, modifiche, passi indietro, quindi foriero di speranza. Una volta usciti da lì però è la sconfinata solitudine del giudizio, lo stimolante pericolo di un incontro/scontro con la sala, con l’infinita combinazione di un binario che hai costruito con le tue mani ma sul quale devono scivolare soggettività ed anime che non puoi controllare, ognuna delle quali diversamente ricettive e quindi tenute a ricrearsi in autonomia il senso, il sentimento del film. La sala allora puo’ essere dolce come un abbraccio o tagliente come una lama arrugginita. Tu sei esattamente nel mezzo e ancora non sai se sarai stretto tra due morbide braccia o dal ferro freddo di un metallo che si chiude su se stesso.

Screenshot 2017-03-14 23.33.31Ti avvii quindi all’anteprima con uno sguardo pari a quello di un condannato a morte. A volte sembra di percepire il sibilare luminoso della ghigliottina nel sole. I sorrisi si diffondono come miele. Le persone si sistemano in sala, in attesa, avvolte da un brulichio curioso e compiacente, speranzose di trovare conferma di quello che tu, a parole, hai nel corso dei mesi anticipato, un modo per alimentare l’attesa di quanto stavi preparando o forse, ancor di più, un modo per rassicurarti, per dirti che ce la stavi facendo, che qualcosa sarebbe uscito da quel lungo e faticoso lavoro di nervi, cuore e pensieri. Entri in sala, ti osservi attorno cercando di individuare negli sguardi delle persone quello che potranno sentire, pensare, di intuire in qualche modo l’esito della serata, quanto davvero potranno capire di quello che hai cercato di raccontare. Solitamente il posto del regista durante un’anteprima è esattamente nel mezzo della sala (nel centro esatto dell’uragano insomma), immaginando ovviamente che la cosa sia gradita, ma non pensando (come è possibile mi chiedo ormai da anni?) che non possa certo fare poi tanto piacere vedere il proprio film per la millesima volta circondato da una mandria di persone pronte ad asfaltarti al primo sussulto, al primo azzardo filmico, senza la possibilità di una via di fuga sicura. Così con lo sguardo cerchi la prima uscita di sicurezza disponibile. La luce verde della porta di servizio tuona nella penombra come una presenza salvifica. Ma è lontana, dalla parte opposta della sala. Tutti vedrebbero. “Perchè dovrei vederlo io se nemmeno lui che è il regista rimane in sala?”, proiettandoti improvvisamente dentro la mente di uno spettatore che ti è accanto e ti guarda come se fosse pronto ad ingoiarti in uno spietato circolo vizioso che alimenta il terrore di una condanna. Ti accorgi che stai sudando e come in un malato sdoppiamento di personalità fuori fingi un sorriso caldo e sicuro, ma dentro urli tutta la tua voglia di rimanere da solo con il tuo film: “è solo mio”, ed improvvisamente non hai più idea del perchè tutte quelle persone siano lì. Ma ormai niente accorrerà in tuo soccorso. Così ti arrendi, ed accetti di rivedere il tuo film insieme a quella comitiva di sconosciuti, consapevole che nulla sarà mai abbastanza: accetti quindi le conseguenze di un gioco programmaticamente ideato per asfaltare la psiche del regista – le luci si spengono, ormai è tardi per qualsiasi cosa, anche per un tentativo di fuga in extremis aderendo il più possibile al pavimento. Lo spettatore che ti è accanto ti osserva ancora, come a controllarti, con lo stesso sguardo di chi sta vedendo una bestia rara allo zoo. La luce del proiettore scuote la sua frusta luminosa nel buio della sala ed il film comincia. Finalmente il tizio si volta verso lo schermo e tu puoi tornare a respirare, fermo sull’isola dell’attesa.

Ora, è’ un po’ difficile da spiegare. Perchè improvvisamente, nel buio viscoso e salvifico del cinema, nel silenzio (reale o immaginato che sia) di una sala, dove improvvisamente la vita reale cola dentro un’insignificante percezione lontana, quasi un piccolo fastidio alla fine di un mondo fatto solo di pellicola, l’ansia sparisce, la paura, il sudore freddo, i giramenti di testa, i timori, le nevrosi, sembrano farsi infinitamente piccoli, quasi polvere dentro una folata di vento improvvisa, tutto si fa pulito, nitido, e tu senti tutto il calore di una penombra che sembra scivolare fuori la sala stessa come una lastra liquida e lucente. Improvvisamente senti la bellezza di quel confronto unico ed inviolabile che è guardare la propria creatura, quasi come se fossi solo in un buio totale e definitivo, ed intimorito al suo cospetto, come se la vedessi per la prima volta, ma sapendo a memoria lo spartito delle emozioni che in qualche modo credi di aver saputo diluire nella scrittura del suo pentagramma. E allora finisci per esserne di nuovo rapito, risucchiato in un ballo di cui conosci a memoria i passi ma che sembri danzare per la prima volta: così ti scordi di errori, imperfezioni, sbagli, cadute, finisci quasi per accettarli, capendo che è proprio quell’andamento imperfetto che fa di quella creatura qualcosa di unico, di tuo, di solidamente riconoscibile. Allora ti rilassi, guardi quel cerchio di sconosciuti attorno a te in modo diverso, li senti parte di un momento importante, partecipi di una tua nudità, di una tuo semplice tentativo di pura, sincera, espressione.

Screenshot 2017-03-14 23.33.43Poi però l’incanto svanisce e come una sorta di cenerentola allo scoccare della mezzanotte torni alla realtà. Il film sta finendo e sai che ci siamo, che sei a pochi metri da qualcosa che in quel momento assume proporzioni enormi: ovviamente è solo una tua proiezione frutto di un’amplifazione senza controllo della tua fantasia. Il percorso di un regista è fatto di passi, di step progressivi, e non è mai racchiudibile in un unico momento rivelatore. Ma tu in quel momento, a ridosso della fine del film, hai perso completamente il senno, vedi nemici ovunque oppure spettatori appassionati pronti a ringraziarti, a considerarti una nuova voce del cinema italiano, torni a divagare con la mente proiettandoti verso straordinarie recensioni, ti sfiora il terrore della fine o un senso di vaga onnipotenza. E nel mezzo del delirio, quasi di estatiche proiezioni al limite delle fantozziane visioni dall’alto della croce, il film finisce, lo schermo va a nero e i titoli di coda iniziano a scorrere. Ed il nero, solitamente, è un momento che si dilata fino all’ultimo centimetro dell’universo sconosciuto.

Ora non vi dirò quello che è successo, non è poi forse così importante. Di sicuro nulla delle deliranti febbri visionarie che mi avevano attraversato nei minuti finali. Vi dirò però che nella penombra del lento scorrimento dei titoli di coda, mentre le persone cominciavano a ritornare alla realtà come una lenta processione notturna, mentre la tensione si scioglieva, mentre gli sguardi prendevano a ruotare come mulini nel vento, mi saliva dentro una sorta di vertigine al contrario, un appagamento tutto interno, tutto personale, come di un lavoro ben fatto, di qualcosa che sai di aver fatto col cuore, con tutto te stesso, abbandoni serenamente la speranza che ogni spettatore possa sapere che oltre le sterili categorie del “bello” e del “brutto” dietro quelle immagini vive un’anima che si è data, e che forse, al di là di tutto, di ogni possibile ed inutile retorica, solo quella sensazione conta, la consapevolezza di esserti rispettato, di aver portato la barca in porto nonostante le intemperie, di essere, ancora una volta, sceso a terra col vento tra i capelli ed il sale sulla pelle. Ed è un sorriso quello che hai sulla bocca, ed un altro meraviglioso segno sull’anima quello che ti porterai dietro per tutta la vita.

About Samuele Rossi

Appassionato da sempre al mondo della parola e dell’immagine, nel 2007 si laurea con onore in Discipline delle Arti e dello Spettacolo all’Università di Pisa e si diploma nel 2009 in Regia Cinematografca e Televisiva alla European Rosebud Film School a Roma. Nel 2014 conclude un programma di Sceneggiatura alla New York Film Academy ed è laureando in Filologia moderna alla Facoltà di Lettere, La Sapienza di Roma. Dopo aver lavorato come Assistente alla Regia, esordisce alla regia di lungometraggio nel 2011 con LA STRADA VERSO CASA, selezionato al Festval Internazionale del Cinema di Roma 2011 e alla Mostra internazionale del Cinema di San Paolo dello stesso anno. L'anno successivo fonda la società di Produzione Cinematografca Echivisivi con l’obietvo di creare un diverso modello produtvo. Nel 2014 esce il suo primo flm documentario LA MEMORIA DEGLI ULTIMI. Presentato in Anteprima al BIFEST 2014, ottiene un otmo riscontro di critca e di pubblico e viene distribuito con grande seguito in tuta Italia. Nel 2016 realizza il flm documentario evento INDRO. L'UOMO CHE SCRIVEVA SULL'ACQUA, prodoto sempre da Echivisivi in co-produzione con Alkermes e in collaborazione con Sky Arte. Atualmente è in produzione il suo nuovo flm documentario BIOGRAFIA DI UN AMORE (Prod. Echivisivi) e il suo nuovo flm di finzione GLASSBOY (Prod. Solaria Film, Echivisivi, WildArt Film). facebook: https://www.facebook.com/echivisivi twitter: https://twitter.com/SamueleRossiEV
This entry was posted in ISTANTANEE di Samuele Rossi. Bookmark the permalink.