Quei bravi ragazzi: i Jackal ritrovati

Mercoledì sera sono stato ospite, in un locale molto ganzo di Napoli, dei Jackal, per la prima assoluta dell’ultima puntata di Lost in google.

Una marea di ragazzi – età media ventidue/ventitre anni? – lì riuniti a risucchiare i venti minuti circa della webseries tra le più affascinanti della rete.

Per cercare di pareggiare – difficile cosa da farsi: parlo dell’età – ho dovuto ricorrere a un artificio mimetico niente male e, mi sembra, che abbia funzionato.

La storia tiene grazie a una regia ormai faraonica (‘sto Francesco Ebbasta tocca tenerlo d’occhio), a certe interpretazioni che stanno maturando in fretta (Simone “Ruzzo” e Carmine Priello (???)), a una sapiente magia dell’ormai mitico Alfredo Felaco (assoldato tra le fila dei nostri docenti), a una presenza attraente e misteriosa (il cui nome immerge senza indugi nel fluido magmatico del web: Proxy).

Quando, qualche tempo fa, presentammo, a nostra volta, nella nostra sede la – credo – prima puntata della serie fu subito chiaro che i Jackal avevano perfettamente assorbito – e più di molti altri – lo specifico che internet proponeva/imponeva. Lost in google metteva assieme le preziose innovazioni narrative delle serie americane, il piacere donato da un certo cinema che, in modo primitivo, cercava di fare il punto sulle alterazioni percettive dotateci dalla rete (Matrix), i personaggi, i generi, gli strumenti che erano propri del web e che non avevano presenza sostanziale al di fuori dei codici e delle stringhe utilizzabili dai computer (quella cosa vecchia che fra non molto qualcuno si sentirà costretto a difendere per l’invadenza di altri strumenti più confortevoli, semplici, aggressivi).

Se a questo aggiungiamo le metamorfosi rivoluzionarie del fare cinema, con macchine e strumenti sempre più accessibili, sempre più precisi, sempre più economici, il gioco è fatto!

E’ ovvio che Lost in google paga un po’ lo scotto della trovata (le “trovate” sono sempre narrativamente costose): il tessuto soffre delle interferenze di troppe presenze, di troppi riferimenti, di una marea di anime. Un’opera d’arte può essere benissimo il punto di confluenza di molteplici presenze, di più di una professionalità (ehi, è il cinema, no? Ma non solo, eh…) Ciò che, invece, deve rimanere unica e unitaria è la narrazione, il senso sottostante, quella forza mistica e religiosa che indica una direzione (e una sola). Ma, di questo, ne parlerò con loro, de visu, appena possibile.

Resta il fatto che Lost in google si presta magnificamente a riflessioni sul rapporto tra narrazione e web – riflessioni che, in questa sede, mi diverte tentare con taglio primitivo e scorretto. Ma, niente paura!, qui mi limito a buttare fuori un’ipotesi che il mio punto di vista mi permette di partorire agevolmente, una riflessione che oppone il mondo maschile dei ventenni (agguerriti, determinati, per nulla impauriti dal mondo del digitale) a quello (sempre maschile) dei trentenni, molto più cauti, talvolta rinunciatari, sfiduciati da un mondo che li ha violentati a furia di una comunicazione (televisiva) sempre votata al basso, incapace di stimolare, utile a deprimere, permeata da una legge del minimo sforzo capace di generare mostruosità, inabile a far fantasticare, a far emergere uno spirito generoso e libero dai legami che certo gretto marketing impone.

Magari il mio sguardo soffre di un’analisi da scienziato del Seicento, ma mi rimane profonda la convinzione che i ventenni, liberati dal berlusconismo, hanno attinto da un mondo più anarchico, ancora in costruzione, privo dei vincoli del mercato, capace di produrre spazzatura ma in grado, al contempo, di perforare il reale, di permettere a chiunque (se dotato di talento, of course) di ristabilire nuove coordinate per un concetto di estetica e di arte consono al mondo che si andava formando. All’appiattimento sistematico della realtà, il web permetteva la sperimentazione trasversale.

Ora, questo mondo si sta delineando. Con le sue meraviglie e le sue anomalie. Le dinamiche del mercato lo penetrano com’è naturale che sia. Come spettatori/fruitori/facitori/manipolatori staremo qui a renderne conto, a proporre riflessioni, deviazioni, alternative. La declinazione antropologica ci intriga. E se qualcuno ha da dire la sua, lo faccia liberamente.

Ma per chi non sapesse assolutamente di cosa sto parlando, può partire da qui:

lost in google, ep. 0

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One Response to Quei bravi ragazzi: i Jackal ritrovati

  1. fabio luise says:

    Suggerisco caldamente il corso per postproduzione grafica di Alfredo Felaco! Una curiosità Demetrio: a che ti riferisci quando qui sopra parli di ”invadenza di altri strumenti più confortevoli, semplici, aggressivi”?

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