VISIONI – 24 fotogrammi da Austerlitz

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E insomma sono lì che vedo Austerlitz e non riesco a smettere di pensare a Jurassic Park, forse anche con un pizzico di senso di colpa…Quando, d’improvviso, lì sullo schermo appare nel film una finestra. E un’immagine mi parla.

Ci sono volte in cui persino i film più apodittici aprono varchi nella loro evidenza, squarci magari fuggevoli, che arrivano improvvisi come a rivelare le tue suggestioni e le trasformano in verità.

Sono come attimi che dialogano con te, col tuo sguardo e ti dicono che quello che stai sentendo in un angolo della tua testa di spettatore è qualcosa che sta davvero anche lì, nel film che stai vedendo. Il fatto è che il tuo dubitare è la richiesta di una verifica impossibile (in/certa diceva il Baruchello che andava per spezzoni di pellicola con Grifi…), la richiesta di un confronto con gli intenti (no, le intenzioni quelle no…) di un autore che magari sta lavorando lì, tra le immagini, senza coscientemente cercare quello che tu stai trovando in esse. Manipoli il tuo sguardo facendo zapping tra i canali del tuo presentimento, ipnotizzato dall’astrazione libera che il pensiero si concede negli interstizi tra il vedere e il guardare.

Qualcosa del genere mi era successa a Venezia 73, mentre guardavo Austerlitz di Sergej Loznitsa. Che mi sembrava un film sulla memoria non tanto nel senso dell’Olocausto (o meglio sì, certo, anche in quello, evidentemente…), quanto nel senso dell’abitare il Tempo, dello stare nello spazio in cui la cronologia è immobile, dove lo scorrere implacabile dei secondi assume l’eternità di un fermo immagine imposto al ricordare.

Il mausoleo della sofferenza, della disumanizzazione dell’uomo, offerto allo sguardo di Loznitsa dal lager di Sachsenhausen è osservato dall’autore come il nonluogo del Tempo, l’azzeramento del divenire in cui la coazione a ripetere dei visitatori di oggi ricicla il regime dei prigionieri di ieri.

E non è tanto la smaccata e evidente volgarità del loro stolido comportamento a essere mostrata, non è l’assurdità dell’atteggiamento turistico che assumono a ferire, quanto la loro assenza al Tempo, il loro essere deportati fuori dal Tempo, sradicati dal presente (il classico hic et nunc) esattamente come dal passato esposto in quel luogo. Incapaci di capire davvero dove stanno e cosa stanno facendo ora esattamente, come fossero scollegati dalla consapevolezza di ciò che è accaduto in quello spazio che continuano a fotografare.

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L’ammasso di corpi turistici, il loro vagare privo di coscienza, come di revenant romeriani chiusi in un assurdo mall della memoria, il regime disincarnato del loro abitare quello spazio, è uguale e contrario a quello inflitto ottant’anni prima ai deportati, tanto quanto genialmente riprodotto da Loznitsa per me, per la mia esperienza di spettatore coattivo di quello spettacolo.

Eccomi dunque lì, nel buio della sala, che osservo la volgarità al lavoro nell’assurdo parco turistico della memoria, dove il passato è reso testimonianza nel presente, museificato in corpore vili, astratto dal tempo nel vuoto di una “vacanza” che è, appunto, assenza da sé…

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Guardo Austerlitz e, ovviamente, risento nel mio sguardo l’eco (tra i tanti) di Notte e nebbia di Resnais.

Ma poi mi accorgo che in realtà quel che sento davvero è un altro film. E’ lo Steven Spielberg di Jurassic Park

Corpi chiamati a raccolta per celebrare la memoria fuori dal Tempo, figure vacanziere col naso in su, in mano il biglietto d’ingresso per lo spettacolo del passato…

(Del resto che l’invenzione spettacolare del parco giurassico di Spielberg fosse l’evocazione in chiaro dei campi della morte che poi avrebbe mostrato in Schindler’s List a me è sempre parso evidente).

E insomma sono lì che vedo Austerlitz e non riesco a smettere di pensare a Jurassic Park, forse anche con un pizzico di senso di colpa…

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Quando, d’improvviso, lì sullo schermo appare nel film una finestra. E un’immagine mi parla. Chiaramente. Senza tanti giri di parole.

È il diciottesimo minuto del film e già da quattro sto osservando una finestra al di là della quale, in un piano sequenza di sette minuti, Loznitsa mi sta mostrando figure che transitano in quello che deve essere un salone: ridono, scattano selfies, si guardano attorno, si fermano, vanno via…

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Tra queste un uomo, occhiali da sole e t-shirt scura: entra in campo da destra, si ferma alla finestra a guardare verso di me per qualche secondo, lì immobile, a dirmi tutto e niente: chiaro come una didascalia invisibile, nera su sfondo nero…

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